Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 39/26 27 settembre 2026 XXVI domenica del Tempo Ordinari

 


Un padre che libera 

Gesù chiede il nostro parere. Che ve ne pare? e racconta la parabola di due fratelli chiamati dal padre a lavorare nella vigna. Il primo dice no, però poi ci va. Il secondo dice sì, però poi non ci va. La risposta richiesta sembra scontata, anche se non ci convince del tutto. Con molto senso pratico rispondiamo: sorvoliamo sul rifiuto iniziale, ciò che conta è che, anche se forse a malavoglia, alla fine il primo figlio nella vigna è andato. C’è qualcosa che mette sullo stesso piano questi due fratelli, qualcosa che li rende simili, lo stesso errore li accomuna. Non hanno un buon rapporto con il padre, non sanno condividere le necessità quotidiane normali di ogni famiglia, si sentono limitati dall’autorità del padre. Non riescono più a vedere il padre che con amore li accompagna preparandoli ad affrontare la vita con responsabilità e libertà. Si sentono prigionieri e dalle prigioni, lo sappiamo bene, tutti se ne vogliono andare. Si vogliono staccare dal padre, in un modo o nell’altro. Non colgono fino in fondo il rapporto d’amore che li unisce. Il primo si ribella e non vuole andare nella vigna; il secondo pure, ma dice di volerci andare. Cercano la propria libertà, convinti però che il rapporto con il padre la renda impossibile. E’ proprio su questo punto che avevano bisogno di conversione. Come ne abbiamo bisogno noi, figli di un Padre che chiede di essere amato e che non limita la libertà di nessuno. La conversione quotidiana è allontanarci da un rapporto generico con un Dio più o meno astratto, per vivere del rapporto d’amore tra Dio che per noi è Padre. Allontanarci dall’adesione formale, dall’ubbidienza vuota, dalla devozione fine a se stessa che non cambia una virgola. In ciascuno di noi sono presenti le stesse debolezze dei due fratelli. Qualche volta facciamo, o non facciamo, le cose per forza, per senso del dovere, una volta (oggi molto meno) anche per paura. Altre volte cadiamo nell’ipocrisia perché ci teniamo ad apparire integerrimi, in realtà facciamo ciò che vogliamo che non è ciò che diciamo. Ritenersi cristiani, recitare le preghiere, partecipare qualche volta alla messa, arrivare anche a dire che il vangelo è veramente bello, però poi tutto questo non diventa vita quotidiana, neanche come sincero e sofferto sforzo che esprime certo le nostre fragilità e debolezze, ma anche un pizzico di ipocrisia, almeno quando ci comportiamo con molta comprensione verso i nostri errori e molta durezza verso quelli degli altri. I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio: si sono sentiti amati da Gesù, e per loro questo è stato sufficiente. dtiziano

Dalle lettere dei detenuti fiorentini 

Anche se purtroppo le testimonianze scritte dei detenuti di Sollicciano, Firenze, apparentemente sembra non dicano niente di nuovo, sono importanti, vere e nuove per chi li sta subendo. Aiutano a comprendere quanto la situazione nelle carceri sia inaccettabile per un popolo civile. Quanto spesso siano un luogo e un tempo disumani, quanto sia difficile realizzare il dettato costituzionale della rieducazione. Pubblichiamo alcune lettere- testimonianze dei detenuti che hanno partecipato ai corsi di scrittura tenuti nel carcere fiorentino. Queste lettere sono state lette nel frantoio della Basilica di San Miniato. Antonio: Dal primo giorno in accoglienza, dove la parola stessa dovrebbe rasserenarti e accoglierti, tra sudicio, topi e piccioni che entrano in cella, cominci subito a immaginare come potrà essere... L’aria è finita, saliamo in sezione, percorro il corridoio dalle sembianze di un serpente in fondo alla cui coda si trova la nostra tomba... Il cibo: se per miracolo è buono tutti lo vogliono, ma allora non basta e il portavitto si trova in difficoltà: litighiamo pure per un po’ di pasta. Graziano: le celle sono strette come i corridoi e a nostra volta siamo aggrovigliati fra di noi cercando di scansarci. Giuseppe: Dopo un po’ ecco gli altri che ritornano dal campo ed è finita la pace: urla, musica a tutto volume, battibecchi. Tutto ciò in un corridoio che non supera i due metri. Zef: Attraverso le feritoie tra i pilastri entra il vento, mi carezza il viso e con lentezza trascina la mia mente. 

Sacramenti: un gesto di fede 

La modalità in cui molto spesso si celebrano i sacramenti non sono molto edificanti. Più che gesti di fede si trasformano in feste dove è più o meno obbligatorio mettere mano al portafoglio. Prime comunioni e cresime costano, anche se in realtà niente è obbligatorio: bomboniere confetti, pranzi, fiori, fotografi, regali... un giro d’affari non indifferente. Non c’è da stupirsi allora se alcuni commercianti della diocesi di Palermo si sono lamentati per la decisione di posticipare di due anni la celebrazione di questi sacramenti: per loro ci sarebbe stata un perdita economica per i prossimi due anni. Dal loro punto di vista hanno un po’ di ragione. Non al punto però di condizionare le scelte della diocesi. Non hanno mancato di far valere le proprie ragioni chiedendo un punto d’incontro, un compromesso che potesse accontentare tutti. Quando libereremo questi sacramenti dall’aspetto economico? Credo che alcune famiglie tireranno un sospiro di sollievo.

Qui nessuno è straniero 


Gli alunni e gli insegnanti della scuola primaria Daneo di Genova avevano appeso all’ingresso un lenzuolo con la scritta, in diverse lingue, “Qui nessuno è straniero”. Una frase molto semplice eppure bella nella sua verità, umanità, lungimiranza, una frase che dice molto sulla strada dell’incontro, del dialogo, della volontà di non erigere muri, del rifiuto di vedere negli altri potenziali nemici. Prima ancora dell’ingresso degli alunni due agenti della Digos, in abiti civili, senza troppe spiegazioni, hanno rimosso il lenzuolo. Di che cosa avevano paura? Quella frase rappresentava qualche minaccia? Quale reato era stato commesso? Iniziativa personale, hanno poi precisato dalla Questura. Rimane comunque qualcosa di inquietante, che tocca la libertà di esprimere, nel rispetto, il proprio pensiero. E in questo caso l’attività educativa di una scuola. Inoltre, a quante e quali iniziative personali potremmo essere sottoposti? Nel merito di quanto accaduto sarebbe una buona cosa che in tutte le scuole italiane alunni e insegnanti esponessero queste belle e semplici parole: Qui nessuno è straniero. Questo è far scuola, questo è educare. Sulla scuola - Il presidente Sergio Mattarella intervenendo all’inaugurazione del nuovo anno scolastico presso l’istituto onnicomprensivo “Sergio Marchionne” di Amatrice: La scuola è la più efficace leva di integrazione per chi viene da altri paesi e per i giovani nati in Italia che sono figli di emigrati... La scuola prepara tutti, è aperta a tutti, così dispone l’articolo 34 della Costituzione. - Il presidente dei vescovi italiani all’Assemblea generale, card. Matteo Zuppi: La questione educativa non è un tema tra gli altri, né si riduce a programmi e metodologie. Tocca il cuore della nostra convivenza... Educare significa accompagnare una persona a diventare libera, capace di cercare la verità, di riconoscere il bene, di entrare in relazione con gli altri e di assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo... Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace.

Ri(flessioni) 

1. Suicidio in carcere Era uno dei tanti malati psichiatrici rinchiusi nelle carceri italiane. Nel carcere di Ivrea, dove si trovava in custodia cautelare, si è tolto la vita un uomo di 42 anni, già dichiarato seminfermo di mente. Per chi ha gravi problemi psichiatrici occorre trovare una sistemazione idonea dove possa essere curato, e non può essere il carcere. 2. Non fu morte naturale In un primo momento la morte di Alexandru Both, 37 anni, fu ritenuta morte naturale. Ora, a distanza di cinque mesi, le accurate indagini svolte hanno appurato che si trattava di suicidio. Ha inalato gas e ingerito molti farmaci. Rimane il dolore per la perdita di una giovane vita, un uomo che dalla vita forse ha avuto ben poco.

3. In difesa dell’ambiente Oltre cento persone all’anno vengono uccise perché si sono schierate in difesa dell’ambiente. Soprattutto in America latina. Persone che hanno combattuto contro il disboscamento, lo sfruttamento minerario, l’uso improprio dell’acqua, i soprusi verso le piccole realtà agricole. Persone che hanno combattuto, e hanno pagato un prezzo salato anche per noi e per lasciare alle future generazioni un terra migliore, ancora vivibile, una terra per tutti e non nelle mani dei soliti ricchi e potenti.

4. Ricordo di Sandro Mazzola Era giusto ricordare Sandro Mazzola, un grande del calcio, morto una settimana fa, il 26 c.m. E’ quanto si intendeva fare con un minuto di silenzio prima della partita Juventus-Atalanta. Un gruppo di tifosi si è comportato in modo incivile e vergognoso: si sono voltati di spalle e hanno intonato diversi cori. C’è poco da sperare con gente così. Certo, sono una minima parte dei tifosi, ci mancherebbe. Ma pensare che ci sia gente che non sa rispettare il dolore e la morte degli altri non lascia certo tranquilli. 

5. Nella loro memoria Tre preti, don Ubaldo Marchioni, don Elia Comini e padre Martino Capelli, che avevano scelto di rimanere vicini ai propri fedeli, e che con loro furono uccisi dai nazisti, domani saranno beatificati. La loro storia, vissuta anche da altri preti, può insegnare molto anche ai cristiani di oggi. Così il cardinal Zuppi: La memoria di questi preti ci chiede di scegliere la pace con decisione, di unirci con tutte le nostre energie a quanti, nel mondo, si impegnano per disarmare i cuori e le mani. Ci invita a disinnescare l’ostilità con il dialogo, a custodire insieme verità e perdono, giustizia e misericordia. dt.

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