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Oltre i Confini Magazine, voci e storie dal carcere di Monza di Antonetta Carrabs

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  La nascita della rivista Oltre i Confini Magazine è uno strumento di riabilitazione e di inclusione che viene alla luce come un vero laboratorio di idee e un efficace strumento di comunicazione interna ed esterna al carcere. Una rivista dal taglio moderno, ricca di immagini che la rende ancora più fruibile nella lettura. Un progetto di significato, una risorsa per la vita di gruppo che diventa un valore, anche in una situazione difficile come quella del carcere.  L’esperienza di scrittura, per i detenuti, svolge un’importante funzione di democratizzazione e di sensibilizzazione di una realtà umanizzata fatta di persone che vivono in attesa di riconquistare la propria libertà, una libertà che descrivono come un dono prezioso. Il carcere può riformare e trasformarsi in occasione di cambiamento se si attivano itinerari di formazione e di istruzione, se si potenziano gli organici, se si favorisce il dialogo con la società civile, con le associazioni di volontariato. Serve un gr...

Amnistia? Non ho molta speranza di don Tiziano Vimercati cappellano del carcere di Monza

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Chi frequenta il carcere si sarà sentito rivolgere spesso queste domande: è vero che stanno per concedere l’amnistia? È iniziato l’Anno santo e Papa Francesco ha chiesto qualche gesto di clemenza per i detenuti, qualche forma di amnistia o di condono della pena: lo ascolteranno? In questi giorni: anche il nuovo papa Leone XIV porterà nel cuore noi carcerati e chiederà un indulto o un’amnistia?                                           Mi pesa essere sincero con loro perché le dichiarazioni dei politici al governo finora escludono decisamente atti di clemenza. Si parla solo di certezza della pena, di nuovi reati (altri però cancellati), di inasprimento delle pene, della costruzione di nuove carceri. Qualche volta anche parole che promettono scelte interessanti e a mio parere giuste, ma che stentano troppo a realizzarsi. Penso alle persone tossicodipendenti o ai soggetti psichiatrici...

La scrittura in carcere è un atto di cura e umanizzazione di Antonetta Carrabs

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Nel silenzio delle carceri la parola scritta diventa voce, spazio di resistenza, mezzo di riscatto. Comunicare e scrivere, per chi è detenuto, è strumento vitale per riaffermare la propria identità, ricostruire legami con il mondo “fuori” rielaborare la propria storia personale. La scrittura rappresenta, quindi, un valore umano, educativo e sociale.   L’esercizio di questo diritto incontra, a volte, numerose limitazioni, spesso giustificate da esigenze di sicurezza e ordine interno. Recentemente si è acceso il dibattito pubblico riguardo alla censura di alcuni giornali scritti da detenuti , sollevando interrogativi sulla libertà di informazione e di espressione all'interno degli istituti penitenziari. L'articolo 21 della Costituzione italiana sancisce il diritto alla libertà di espressione e di informazione. Tale diritto può subire limitazioni per motivi di sicurezza, ordine pubblico o disciplina interna. Il regolamento penitenziario (D.P.R. n. 230/2000) e l'ordinamento p...

Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 35/26 30 agosto 2026 XXII domenica del Tempo Ordinario di don Tiziano Vimercati

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Non conformarsi, ma pensare secondo Dio  L’apostolo Pietro non pensa secondo Dio, ma secondo gli uomini. La sua logica è quella umana, quella facilmente condivisibile un po’ da tutti. In particolare non accetta che il dolore, la sofferenza e la morte facciano parte dell’esperienza di Gesù. Dovrò andare a Gerusalemme, soffrire molto, venire ucciso e risorgere il terzo giorno, rivela Gesù. Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai, interviene Pietro. Forse era deluso perché non aveva certo lasciato tutto e seguito uno che si avviava verso la morte, ucciso per giunta, dunque al fallimento. Con lui avrebbe trascinato alla rovina tutti quelli che si erano fidati. A Pietro andava bene un Gesù potente, pronto a far miracoli, con parole e modi di fare affascinanti, non certo uno che doveva patire e venire ucciso. Questa è la storia di sempre, è la vicenda di ogni cristiano. A tutti fa paura la sofferenza, la morte ci sgomenta, ci sentiamo deboli di fronte alla tentazione. Per quan...

A mia moglie chiedo un pò di affetto di Marco F.

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  Scrivo questo articolo per dimostrarti quanto per me sei importante.  Mi trovo in carcere da ormai un anno e mezzo e la mia esplosione di rabbia viene riportata proprio in questo articolo.  In questo anno e mezzo ho dimostrato in primis a me stesso che sono stato in grado di astenermi da droghe, alcol, gioco d’ azzardo e ingenti abusi di farmaci.  Ho dimostrato in questo inferno - chiamato carcere – che si riesce a vivere senza alterare la propria coscienza e quindi sono stato in grado giorno dopo giorno di restare lucido.  Ho messo tutto me stesso per arrivare ad un anno e mezzo in questo stato e i meriti me li prendo a testa alta.  Per quanto riguarda nostro figlio, ho percepito di essere stato in grado e di aver messo impegno, responsabilità e costanza nel seguirlo ed educarlo al meglio pur considerando il fatto di essere recluso.  Ho gestito al massimo le tre telefonate settimanali, ho lottato per ottenere le videochiamate tutti i sabati dalle o...

Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 34/26 23 agosto 2026 XXI domenica del Tempo Ordinario di don Tiziano Vimercati

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  Tu, chi dici che io sia ?  Sentirsi rivolgere la stessa la stessa domanda che Gesù fece agli apostoli metterebbe in difficoltà molti cristiani, e per tutti sarebbe un forte stimolo a fare un po’ di chiarezza: Ma voi, chi dite che io sia? Non la gente, non gli altri, non ciò che forse hai imparato al catechismo, ma tu che in un modo o nell’altro mi hai conosciuto, hai ascoltato qualche mia parola, qualche volta vai pure a messa e qualche preghiera imparata da piccolo te la ricordi ancora, tu che spesso fai il segno della croce, e non sempre si capisce il perché, e porti la corona del rosario al collo. Gesù desidera ricevere una risposta personale, quanto mi sono lasciato afferrare dal suo amore, quanto cambia la mia vita perché lo amo come lui ama me. Non si tratta di una questione teorica, una dottrina da imparare e accettare, ma di una relazione da coltivare e di cui essere grati. Eppure ricordo quando chiedevo a qualche gruppo di ragazzi, agli alunni a scuola, ai fidanzati...

Lavorare fuori, restare dentro di Carlo V.

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  I l mio percorso in Art. 21 O.P. tra responsabilità, silenzi, sacrifici familiari e il desiderio di tornare a vivere pienamente. Ci sono percorsi che, visti da fuori, possono sembrare semplici da raccontare: esci al mattino, lavori, rientri la sera. Per chi vive l’Art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario, però, quelle ore non sono soltanto una giornata di lavoro. Sono una prova quotidiana di responsabilità, disciplina, fiducia e resistenza. Per me questa opportunità ha un valore enorme. Mi permette di lavorare, di guadagnarmi uno stipendio dignitoso e di dimostrare con i fatti che sto costruendo un percorso serio. È un lavoro che ho trovato personalmente e che cerco di onorare ogni giorno con impegno e gratitudine. La mia giornata comincia molto presto. Sono fuori dall’istituto dalle sei del mattino e rientro intorno alle diciannove. Questo significa trascorrere praticamente tutta la fascia oraria in cui gli uffici sono aperti lontano dalla struttura. All’uscita è troppo pres...