Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 11/26 15 marzo 2026 Quarta domenica di Quaresima di don Tiziano Vimercati





L’incontro che cambia la vita

Di chi è la colpa? Di certo non mia. Chi ha sbagliato? Tra chi ci è poco simpatico, tra chi altri additano come responsabile, anche senza alcun fondamento, cerchiamo il colpevole. Che non sarò io, né i miei familiari, i miei amici, o i compagni di partito. Al punto che quando qualcuno ammette di aver sbagliato, e lo fa non perché inchiodato dall’evidenza, ci meravigliamo, ci sembra, e in effetti lo è, un gesto di coraggio. Il vangelo di oggi ci dice che potrebbe anche non esserci un colpevole. I discepoli, dopo aver visto un uomo cieco dalla nascita, rivolgono a Gesù una domanda: Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco? La risposta cancella decisamente tanti modi di pensare, luoghi comuni diffusi e condivisi da tutti, discepoli compresi: Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio. Di Gesù non sono solo le parole ad andare in direzione diversa. Agisce in modo diverso, attento, compassionevole, coinvolgendosi personalmente. C’è un cieco sul ciglio della strada, e sappiamo quando la cecità, a chi vede bene, faccia paura. In qualche modo i discepoli si interessano di lui e, forse solo per curiosità, convinti che comunque un colpevole ci debba per forza essere, chiedono a Gesù chi sia. Se Gesù avesse indicato il colpevole, per loro la questione sarebbe finita lì, una questione astratta, di scuola. Con tranquillità avrebbero continuato il cammino, e il cieco sarebbe rimasto nella sofferenza. Non si sono chiesti se c’era qualcosa che avrebbero potuto fare, non si sono fatti carico dell’uomo incontrato, forse neanche una parola di consolazione. Gesù, invece, fa qualcosa per lui, dopo aver parlato agisce in favore di quell’uomo: detto questo, Gesù sputo per terra, fece del fango con la saliva e spalmò il fango sugli occhi del cieco. Lo inviò quindi alla piscina di Siloe da dove tornò ormai guarito. Un conto è parlare, atteggiarsi a professori, far credere di sapere tutto su tutto; un altro prendere sulle proprie spalle il dolore e i bisogni dell’altro. Anche se poi ci potrà essere un prezzo, più o meno salato, da pagare. Dicono che i ciechi sviluppino sensibilità maggiori del normale e riescono a “vedere” ciò che non è evidente. Non lo so fino a che punto sia vero. Di sicuro il cieco del vangelo ha riconosciuto in Gesù una persona eccezionale, ha “visto” chi lo aveva guarito, non si è perso in discussioni inconcludenti. Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo. Questo gli basta. La luce riacquistata gli permette di vedere il volto di Cristo, e scaturisce la fede: Credo, Signore! dtiziano


Vivere il Ramadan 


Un detenuto pensa al Ramadan, a come l’ha vissuto fin da piccolo, con molta emozione e gioia, e come lo sta vivendo adesso con più fatica ma altrettanto gioia. Per i musulmani il mese del Ramadan è un momento di felicità. Ciò che facciamo e ci viene chiesto non deve essere visto come un peso perché per noi è un mese di gioia e di felicità. Ci si incontra per mangiare insieme, per condividere il cibo obbedendo alle leggi dell’islam. E’ un mese in cui ci sentiamo vicini e uniti in un’unica comunità. Quando ero un bambino ricordo che il papà prima mi portava in moschea per pregare e poi, all’orario giusto, mangiavamo. Io ero molto emozionato. Un’immagine mi è rimasta nella memoria: la città, a quell’ora, era diversa, poca gente in giro, traffico scarso. Solo dopo la cena si rianimava. Ora, anche se mi trovo in carcere, il ramadan è sempre un momento di gioia anche se rispettare le regole è molto più faticoso. Ho la fortuna di poter lavorare all’interno dell’istituto, e stare otto ore, sempre in piedi, senza mangiare e senza bere è molto faticoso. Però lo faccio volentieri. E’ un mese che dà molta forza per tutto l’anno a chi l’ha vissuto con obbedienza e sincerità perché saprà sempre di stare sotto lo sguardo di Dio. Il Ramadan ci aiuta a comprendere gli errori che facciamo, a tirar fuori i peccati, è il mese della preghiera, della lettura del corano. Siamo sotto il suo sguardo per cui Lui ci vede e ci è vicino. E’ anche un mese in cui siamo chiamati a stare vicini ai poveri, a condividere con loro qualche pasto, anche se sono degli sconosciuti. Un mese in cui ci rafforziamo nella fede. Attia 

E’ meglio la Costituzione 

Lo dice chiaro l’articolo 27 della Costituzione: “Le pene devono tendere alla rieducazione del condannato”. Ma il Dap, Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, non è d’accordo e proibisce ai detenuti in alta sicurezza di Rebibbia, pluripremiati in Europa, di fare teatro e a Saluzzo di incontrare gli studenti per l’iniziativa, lunga 23 anni, “Adotta uno scrittore”. Perché? È inopportuno dice il Dap. Sono solo gli ultimi due episodi di una sequela di divieti figli della circolare di ottobre 2025 che accentrava a Roma, e non più alla direzione del carcere, tutte le decisioni sulle attività culturali svolte nei penitenziari che hanno al loro interno detenuti al 41 bis. Un giro di vite che ha solo il sapore della repressione. Dimenticando lo scopo vero della detenzione, come ci è indicato dalla Costituzione. Gda.

Voci dal carcere di Rebibbia 

Gianni Alemanno e Fabio Falbo, detenuti a Rebibbia, attraverso il loro diario di cella denunciano quanto successo in carcere nel giro di pochi giorni. Tre episodi slegati ma che riflettono la difficile situazione delle carceri italiane. Il primo riguarda un agente di polizia, di anni 41, morto per cause naturali il 4 marzo. Tra il 6 e il 7 gli altri due episodi. La morte di uomo di 65 anni, trovato morto in cella, sembra per una overdose. E la morte per suicidio di un immigrato di 36 anni. Oltre a denunciare lo stato di degrado del carcere si punta il dito contro il silenzio degli organi d’informazione: Colpisce il fatto che queste notizie non siano arrivate agli organi di stampa. Ciò che hanno scritto possa aiutare chi ha il dovere istituzionale di rendere civili e umane anche le carceri. 

Sempre contro la perversa logica della guerra 

Ministro della difesa Guido Crosetto. 

La guerra Usa- Israele in Iran: certo che è stata al di fuori delle regole del diritto internazionale. 

Presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Non condivido né condanno l’attacco Usa all’Iran. Afferma di non avere gli elementi necessari per giudicare. 

Trump, guardale negli occhi 

Il quotidiano in lingua inglese Tehran Times ha invitato il presidente Trump a guardare il volto e gli occhi delle bambine uccise nel bombardamento di una scuola elementare a Minab del 28 febbraio, primo giorno della guerra degli Stati uniti e di Israele contro l’Iran. Nel raid sono morte almeno 165 persone, in maggioranza alunne di un istituto femminile. In un primo momento Trump ha cercato di addossare la responsabilità dell’accaduto al regime di Teheran, ma dalle indagini risulta con certezza che la scuola sia stata colpita da missali americani, sicuramente lanciati da americani. 

Cardinal Matteo Zuppi 



È sempre una sconfitta quando la logica della forza pretende di sostituirsi alla paziente arte della diplomazia. Migliaia di persone sono state eliminate, civili che non hanno niente a che vedere con il conflitto, diventati a loro insaputa e senza nessuna responsabilità un obiettivo, qualcuno li definisce spietatamente 'obiettivi spazzatura'. L'intelligenza artificiale fa il resto. Possiamo accettare che le persone siano danni collaterali? Dove sono finite le scintille di pace che dovrebbero evitare questi abomini? Italia in buona posizione Da decima a sesta nella lista delle nazioni esportatrici armi. Sono aumentate del 157% negli ultimi cinque anni Il 59% della produzione è finito in Medio Oriente. Qualcuno sarà contento, soprattutto chi le armi le fabbrica. Ma la sesta posizione è davvero buona? dt.

Ri(flessioni) 

1. Suicidi in carcere Aveva tentato il suicidio nel carcere di Teramo. Dopo una settimana di agonia è morto in ospedale. Aveva 33 anni, romano, con molti anni di carcere ancora da scontare. Aveva espresso il desiderio di donare gli organi. ll suo gesto salverà qualche vita. E poi abbiamo il già ricordato uomo di 36 anni, immigrato, che si è tolto la vita, impiccandosi, nel carcere di Rebibbia. Sono dodici i suicidi dall’inizio dell’anno nelle carceri italiane. 

2. Il mondo in fiamme Padre Pierre al-Rahi, il parroco di Qlayaa, in Libano, ucciso nel corso del bombardamento da parte degli israeliani. Con alcuni collaboratori era accorso in aiuto a chi era stato ferito. Così lo ha ricordato papa Leone: Padre Pierre è stato un vero pastore, che è rimasto sempre accanto al suo popolo. Voglia il Signore che il suo sangue sparso sia seme di pace per l’amato Libano. Uomini che stanno dalla parte giusta. 

3. Stesso orrore, stessa vergogna Ha particolarmente colpito la strage delle bambine in una scuola iraniana a causa di un raid americano. Troppo dolore che lascerà una tremenda ferita per molto tempo. Portiamo ancora il segno della strage simile avvenuta in una scuola a Gorla nel 1944, con 184 bambini uccisi. Stesso orrore, stessa vergogna. 

4. I martiri dell’Algeria Non ci sono solo i sette monaci trappisti sequestrati e poi uccisi in Algeria, nel 1996. Sono i più conosciuti, anche perché un bellissimo film ne narra la storia, ma altri 19 li hanno seguiti nel martirio in quegli anni turbolenti dell’Algeria. Ciò che più colpisce, e unisce le loro storie, è stata la volontà di rimanere, nonostante i rischi, vicini alla gente. Non sono fuggiti. Il martirio non è stato un incidente, ma la conseguenza, non voluta ma accettata, di una vita già donata a Dio e ai fratelli. 

5. No alle mafia Mons Luigi Renna, arcivescovo di Catania, ha negato i funerali religiosi a Benedetto “Nitto” Santapaola, elemento di spicco della mafia catanese, deceduto all’età di 87 anni nel carcere di Opera in regime 41 bis. Ha così spiegato la decisione di vietare le esequie religiose: Si sarebbero trasformate in una celebrazione del boss. La preghiera non mancherà, ma basta con la religione rovesciata di chi usa Dio con disinvoltura. Chi vuol delinquere continuerà a farlo, ma non coperto dal silenzio della chiesa. Rimarranno solo la pietà e la preghiera. dt.


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