La mafia si combatte togliendole i soldati di Andrea P.
Ogni tanto mi capita di leggere i giornali o di
guardare il telegiornale. Si parla di arresti di 'ndrangheta, mafia, camorra,
criminalità pugliese e mafie straniere. I titoli sono quasi sempre gli stessi:
"Colpo alla mafia", "Vittoria dello Stato". Ma è davvero una vittoria dello Stato? Io credo di no. È certamente una vittoria per i carabinieri, per la polizia,
per i magistrati e per i procuratori che hanno lavorato a quelle indagini. Il
loro lavoro è fondamentale e merita rispetto. Ma parlare di vittoria dello
Stato è un'altra cosa. Le mafie continueranno a esistere finché avranno persone disposte a servirle.
Finché ci sarà manovalanza pronta a sostituire chi viene arrestato, il problema
non sarà mai risolto. Mi chiedo spesso perché tanti giovani, soprattutto nel Sud, scelgano quella
strada. La risposta, almeno in parte, è semplice: cercano lavoro e trovano
porte chiuse. Quando un ragazzo trova soltanto lavori durissimi, malpagati,
senza diritti e senza prospettive, diventa facile cedere alla tentazione di chi
offre denaro facile.
Le organizzazioni criminali non hanno bisogno di grandi strategie. Hanno
bisogno di qualcuno disposto a fare un viaggio con la droga, a incendiare
un'auto, a intimidire una persona. I capi restano nelle loro case. A rischiare
è sempre qualcun altro. Quel giovane viene arrestato, spesso sceglie il silenzio e va in carcere. Poco
dopo, però, un altro prenderà il suo posto. Poi un altro ancora. È una catena
che sembra non finire mai. Per questo penso che la lotta alla mafia non possa limitarsi agli arresti.
Arrestare è necessario, ma non basta. Se non si eliminano le cause che
alimentano il reclutamento, il problema continuerà a ripresentarsi.
La vera sfida è togliere alle mafie i loro soldati. Come si fa? Offrendo lavoro dignitoso, salari adeguati, formazione, opportunità
reali, sostegno a chi vuole costruirsi una vita onesta. Dando ai giovani la
possibilità di scegliere un futuro diverso senza sentirsi abbandonati.
È un progetto difficile? Certo che lo è. Richiede investimenti, coraggio e una
visione politica di lungo periodo. Ma se non si comincia mai, continueremo a
raccontare gli stessi arresti e a celebrare le stesse presunte vittorie. Faccio un esempio semplice. In Paesi come la Svizzera la criminalità
organizzata non ha il radicamento che conosciamo in alcune aree d'Italia. Le
ragioni sono molte e non si possono ridurre soltanto agli stipendi, ma è anche
vero che dove esistono maggiori opportunità di lavoro, salari più alti e un
welfare più solido, il reclutamento criminale incontra più ostacoli. Oggi, in Italia, per molti lavoratori comprare una casa è diventato quasi
impossibile. Con uno stipendio spesso si riesce appena a sopravvivere. Le
persone hanno bisogno di vivere, di costruire una famiglia, di concedersi una
vacanza, di immaginare un futuro. Non siamo macchine programmate soltanto per
sopravvivere.
Poi ci si scandalizza del sovraffollamento delle carceri, delle sofferenze, dei
suicidi e delle condizioni in cui vivono migliaia di detenuti. Si parla delle
conseguenze, ma troppo raramente delle cause. La politica dovrebbe avere il coraggio di affrontare queste cause. Governare
significa anche prevenire, non soltanto reprimere. Da ex detenuto non sto difendendo chi delinque. Ognuno deve assumersi la
responsabilità delle proprie scelte. Ma uno Stato dovrebbe interrogarsi anche
sulle proprie responsabilità quando, per anni, lascia interi territori senza
prospettive. Perché una vera vittoria dello Stato non è riempire le carceri.
La vera vittoria è fare in modo che un ragazzo non abbia mai bisogno di
scegliere la mafia.
*Andrea faceva parte della nostra redazione Oltre I Confini del carcere di Monza, oggi è in detenzione domiciliare. Continua a scrivere per la redazione e di questo lo ringraziamo. A gennaio riacquisterà la sua libertà.
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