TRA CONTROLLO E LIBERTÀ L’EVOLUZIONE DEI DECRETI SICUREZZA di Eugenio Losco Avvocato penalista del Foro di Milano
Governare attraverso l’emergenza
significa trasformare problemi sociali complessi in questioni da affrontare
rapidamente con strumenti repressivi.
Negli ultimi anni in Italia il tema
della sicurezza è diventato uno degli argomenti più presenti nel dibattito
politico e nei mezzi di informazione. Governi di orientamenti diversi hanno
approvato numerosi provvedimenti chiamati comunemente “pacchetto sicurezza”,
presentati come strumenti necessari per contrastare criminalità, immigrazione
irregolare, degrado urbano, violenza giovanile e disordini pubblici.
Dietro questa espressione apparentemente semplice,
però, si nasconde un tema molto più complesso. Parlare di sicurezza significa
infatti parlare del rapporto tra cittadini e Stato, del confine tra libertà e
controllo, del diritto di protestare e di manifestare il proprio dissenso.
Negli ultimi vent’anni il concetto stesso di sicurezza
è cambiato profondamente e si è allargato fino a comprendere fenomeni molto
diversi tra loro: immigrazione, occupazioni di edifici, proteste studentesche,
movimenti ambientalisti, blocchi stradali, marginalità urbana e perfino forme
di disagio sociale.
Per capire questa trasformazione bisogna tornare
indietro di alcuni anni. Anche se oggi i Decreti Sicurezza vengono associati
soprattutto agli ultimi governi, le loro origini sono più lontane. Di una
ventina d’anni.
È proprio con l’inizio del nuovo millennio che cambia
il modo di interpretare molti fenomeni sociali. La povertà urbana,
l’immigrazione e le tensioni nelle periferie vengono sempre più spesso
considerate questioni di ordine pubblico invece che problemi sociali da
affrontare con investimenti, servizi e politiche di inclusione. Inizia così a
diffondersi una logica politica basata sull’emergenza permanente: molte
situazioni vengono presentate come urgenti e straordinarie, richiedendo
risposte rapide e severe. Un elemento centrale di questa evoluzione è infatti
il crescente utilizzo della decretazione d’urgenza. Il decreto-legge nasce come
uno strumento straordinario previsto dalla Costituzione per affrontare casi
eccezionali che richiedono interventi immediati. Negli ultimi anni, però, è
diventato un mezzo molto utilizzato per governare temi complessi e strutturali.
Questo cambiamento non è soltanto tecnico, ma anche culturale. Governare
attraverso l’emergenza significa trasformare problemi sociali complessi in questioni
da affrontare rapidamente con strumenti repressivi. In questo modo cambia anche
il linguaggio politico. Si parla sempre meno di inclusione, diritti sociali,
welfare e partecipazione, e sempre più di controllo, prevenzione e repressione.
L’immigrazione viene spesso descritta come una minaccia alla sicurezza; il
disagio giovanile come un problema di ordine pubblico; le proteste sociali come
potenziali rischi per la stabilità.
Un primo momento importante arriva con i governi
guidati da Silvio Berlusconi nei primi anni duemila e soprattutto nel
2008-2009. In quel periodo il tema della sicurezza diventa centrale nella
comunicazione politica italiana. Si diffonde l’idea che molti problemi sociali
debbano essere affrontati principalmente attraverso il rafforzamento delle
misure punitive e dei controlli.
Nel 2008 il governo Berlusconi approva il primo
cosiddetto “Pacchetto Sicurezza”, una serie di norme che segnano un passaggio
importante nella politica italiana. Viene rafforzato il contrasto
all’immigrazione irregolare, aumentano i poteri dei sindaci in materia di
ordine pubblico, vengono introdotte le ronde cittadine e si inaspriscono le
misure contro occupazioni e insediamenti considerati abusivi. La sicurezza non
riguarda più soltanto mafia, terrorismo o criminalità organizzata, ma entra
nella gestione quotidiana delle città e della vita sociale.
Il secondo importante intervento legislativo in tema
di “sicurezza” è indubbiamente il cd. “decreto Minniti” del 2017. Il concetto
di sicurezza viene questa volta declinato come controllo del decoro urbano. Lo
fa attraverso un ampliamento dei poteri degli organi territoriali sulle
politiche di sicurezza, introducendo ad esempio il “daspo urbano”. Si tratta di
una misura di polizia, applicata alla fine degli anni 90 per contrastare il
fenomeno della violenza degli ultras, che consente l’allontanamento da alcune
zone della città (di solito le più esclusive o commerciali) di soggetti
indesiderati, marginali e dunque non consoni al decoro del contesto cittadino:
una misura destinata agli ultimi della società.
Una nuova fase si apre tra il 2018 e il 2019 con i
Decreti Sicurezza approvati durante il governo Conte, i cosiddetti decreti
Salvini. Questi provvedimenti restringono la protezione umanitaria per i
migranti, rafforzano le espulsioni, aumentano i poteri delle autorità di
pubblica sicurezza e introducono norme più severe contro alcune forme di
protesta e occupazione. Questi decreti contribuiscono ad aumentare
l’emarginazione sociale e a rafforzare il potere repressivo dello Stato.
Nel 2022, subito dopo il suo insediamento, il governo
Meloni approva il cosiddetto “Decreto Rave”, nato dopo un grande raduno
musicale non autorizzato vicino Modena. Il decreto introduce un nuovo reato
contro l’occupazione di terreni o edifici finalizzata a raduni considerati
pericolosi per l’ordine pubblico o la salute pubblica. È il primo provvedimento
del governo della nuova destra e si caratterizza per individuare, per la prima
volta, quale problema di sicurezza e di ordine pubblico la gestione del dissenso.
Da questo momento il tema della sicurezza si lega
sempre di più a tale prospettiva. Manifestazioni, occupazioni, blocchi stradali
e proteste collettive iniziano a essere trattati non soltanto come fenomeni
politici o sociali, ma sempre più spesso come questioni di ordine
pubblico.
Questo aspetto è importante perché mostra un
cambiamento nel rapporto tra Stato e conflitto sociale. In passato il dissenso
veniva considerato una componente normale della vita democratica; oggi, viene
trattato sempre più come minaccia alla sicurezza pubblica.
Nel 2023 il governo approva il cosiddetto “Decreto
Cutro”, dopo il tragico naufragio di migranti avvenuto davanti alle coste
calabresi. Il provvedimento interviene soprattutto sull’immigrazione: limita
alcuni permessi di soggiorno, amplia i centri di permanenza per il rimpatrio e
accelera le procedure di espulsione. I CPR sono strutture dove i migranti
possono essere trattenuti anche senza aver commesso reati, in attesa di essere
rimpatriati.
Il decreto dunque affronta una tragedia umanitaria
soprattutto attraverso misure restrittive e punitive, invece di concentrarsi su
canali legali e sicuri di ingresso per gli stranieri. Anche in questo caso
emerge una logica precisa: un fenomeno sociale e internazionale molto complesso
viene affrontato principalmente come problema di sicurezza e controllo dei
confini.
Sempre nel 2023 arriva il “Decreto Caivano”, approvato
dopo alcuni gravi episodi di violenza giovanile avvenuti in un comune campano.
Il governo presenta il provvedimento come una risposta contro criminalità
minorile, degrado urbano e disagio giovanile. Il decreto introduce pene più
severe e maggior controllo sui minori, ampliando la possibilità di
carcerizzazione per i ragazzi, stravolgendo i principi che ispirano il nostro
sistema penale minorile, volto al reinserimento e alla rieducazione. Problemi come
dispersione scolastica, povertà educativa e violenza giovanile vengono
affrontati solo in termini repressivi. Senza intervenire sugli investimenti su
scuola, servizi sociali, cultura e opportunità lavorative.
Nel
2025 il governo vara un nuovo pacchetto sicurezza che segna un ulteriore
irrigidimento delle norme sull’ordine pubblico e il controllo delle forme di
dissenso. Tra gli aspetti più discussi ci sono aggravanti per reati commessi
durante manifestazioni, norme contro i blocchi stradali, nuove misure contro
proteste ambientaliste, maggiore tutela penale per le forze dell’ordine e
aumento delle pene legate alle occupazioni.
Si introduce anche il nuovo delitto di rivolta
penitenziaria, comprendendo
con questo termine anche la resistenza passiva con possibili condanne da due a
otto anni di reclusione (per i promotori, organizzatori o dirigenti) e da uno a
cinque per i partecipanti. Non solo, in quanto reati ostativi, sarà precluso
loro l’accesso ai benefici penitenziari. Vengono stabilite anche,
peggiorandole, norme riguardanti la detenzione per donna madre con prole
inferiore a un anno o in stato di gravidanza.
Molte delle pratiche tipiche delle mobilitazioni
sociali — bloccare simbolicamente una strada, occupare uno spazio, interrompere
attività pubbliche — vengono trattate come problemi di sicurezza anziché come
forme di espressione politica. Norme che colpiscono non soltanto comportamenti
violenti, ma anche forme di dissenso pacifico e partecipazione collettiva.
Nel 2026 questa tendenza si rafforza ulteriormente con
un nuovo Decreto Sicurezza emanato a febbraio e convertito a fine aprile dal
parlamento. Il provvedimento amplia ancora gli strumenti repressivi legati
all’ordine pubblico e in particolare alla gestione delle manifestazioni.
Il nuovo provvedimento infatti introduce una serie di
strumenti che rendono più difficile organizzare e partecipare a manifestazioni
pubbliche. Tra le misure più discusse c’è la possibilità per le forze di
polizia di portare preventivamente in questura persone considerate
potenzialmente “pericolose” o problematiche durante una protesta. Si tratta di
una sorta di fermo preventivo che può durare fino a dodici ore e che, di fatto,
impedisce alla persona fermata di partecipare alla manifestazione. Il punto più
contestato riguarda il fatto che questa limitazione della libertà personale può
avvenire senza una decisione immediata di un giudice. Inoltre la legge descrive
in modo piuttosto generico i motivi per cui una persona può essere considerata
pericolosa, lasciando così un ampio margine di discrezionalità alle forze
dell’ordine. In pratica saranno gli agenti a decidere chi fermare e chi
trattenere in questura.
Un altro aspetto importante riguarda l’estensione del
Daspo urbano. Il Daspo, come già detto, nasce inizialmente nel mondo del calcio
come “divieto di accesso alle manifestazioni sportive”, pensato per contrastare
la violenza negli stadi e limitare l’azione degli ultras violenti. Con il tempo
però questo strumento è stato esteso anche ad altri ambiti e oggi viene
utilizzato sempre di più anche nei confronti di chi partecipa alle
manifestazioni pubbliche.
Il Daspo urbano è una misura preventiva decisa dal
Questore che può vietare a una persona di frequentare determinate aree della
città o di partecipare a specifiche iniziative pubbliche. Il nuovo decreto
amplia ulteriormente questi poteri, permettendo alle autorità di individuare
più facilmente zone considerate “sensibili” e di vietarne l’accesso a persone
ritenute problematiche. In alcuni casi il provvedimento può essere applicato
anche sulla base di semplici segnalazioni delle forze dell’ordine relative a precedenti
manifestazioni, senza una vera condanna penale.
Il Daspo rende il controllo molto più immediato e
incisivo, perché non passa attraverso un normale processo penale con tutte le
garanzie ivi previste. Chi vuole opporsi deve fare ricorso al tribunale
amministrativo, affrontando procedure spesso lunghe e costose che possono
scoraggiare molte persone.
Il decreto prevede inoltre che chi viene condannato
per alcuni reati commessi durante una manifestazione possa ricevere
un’ulteriore sanzione: il divieto di partecipare a cortei e proteste per i tre
anni successivi. In alcuni casi la persona colpita dal provvedimento può essere
obbligata a presentarsi in questura proprio durante lo svolgimento delle
manifestazioni a cui non può partecipare. Molti degli strumenti introdotti
derivano direttamente dalle norme utilizzate negli stadi contro gli ultras.
Strumenti nati per contrastare la violenza sportiva vengono progressivamente
applicati anche alla gestione del dissenso politico e sociale.
Il decreto interviene anche sulle regole che
riguardano l’organizzazione delle manifestazioni pubbliche. In Italia una
manifestazione deve essere comunicata alla questura almeno tre giorni prima. In
passato, se questo non avveniva, si rischiava un procedimento penale nei
confronti degli organizzatori. Tuttavia era spesso difficile individuare chi
fosse realmente il promotore di una manifestazione spontanea.
La nuova normativa modifica questo sistema e introduce
pesanti sanzioni economiche. Oggi può essere considerato organizzatore anche
chi pubblicizza una protesta attraverso social network, gruppi WhatsApp o altre
piattaforme digitali, persino private. Questo significa che anche diffondere un
messaggio online per invitare persone a partecipare a una manifestazione
potrebbe comportare multe molto elevate.
Le sanzioni non riguardano soltanto le manifestazioni
non preavvisate. Il decreto punisce anche chi non rispetta le indicazioni
imposte dalla questura sul percorso di un corteo oppure chi viene accusato di
disturbare il regolare svolgimento di una riunione pubblica o del servizio
d’ordine. In alcuni casi le multe possono arrivare fino a diecimila euro.
Uno degli aspetti più criticati riguarda proprio il
linguaggio utilizzato dalla legge. Espressioni come “presunta pericolosità” o
“turbamento del pacifico svolgimento” vengono considerate molto vaghe e quindi
facilmente interpretabili. Questo rischia di lasciare alle forze dell’ordine un
potere molto ampio nel decidere quando intervenire e contro chi applicare le
nuove misure.
Il risultato complessivo è un abbassamento della
soglia repressiva: lo Stato interviene non soltanto dopo eventuali reati, ma
anche prima, sulla base del sospetto che qualcuno possa creare problemi durante
una manifestazione. In questo modo il controllo si sposta sempre più dalla
punizione dei comportamenti violenti alla prevenzione del dissenso.
Senza dimenticare l’effetto intimidatorio: le persone
potrebbero avere paura di partecipare a proteste o manifestazioni per il timore
di conseguenze molto pesanti.
In una democrazia il dissenso non può essere
considerato un pericolo in sé, ma una componente fondamentale della
partecipazione politica. Le proteste sociali, le manifestazioni studentesche e
i movimenti collettivi hanno spesso avuto un ruolo importante nella storia
democratica italiana, contribuendo a ottenere diritti civili, diritti del
lavoro e cambiamenti sociali.
Il problema non riguarda soltanto le singole norme, ma
una trasformazione più profonda del rapporto tra Stato e cittadini.
I problemi sociali complessi vengono affrontati
attraverso nuove pene, aumento dei controlli e ampliamento dei poteri di
polizia. La sicurezza tende così a diventare la priorità assoluta, mentre
libertà e diritti rischiano di passare in secondo piano.
Concludo forse con quella che doveva essere la
premessa. Ma la iper normazione in tema di sicurezza trova giustificazione nei
dati?
Assolutamente no.
Non si deve confondere il senso di insicurezza, la sua
percezione, con la realtà delle cose. La percezione di insicurezza è
influenzata infatti non solo dai dati della realtà, ma anche dalla
comunicazione che si dà di questi. I nuovi metodi di comunicazione, i canali
social ecc. tendono ad ampliare determinati fenomeni influenzando in maniera
importante l’opinione pubblica, sviandola dai fenomeni reali.
Dati alla mano, l’indice dei reati è in costante calo
in Italia negli ultimi vent’anni. Sia quelli caratterizzati da comportamenti
violenti che quelli relativi alla sfera patrimoniale. E si tratta di un calo
costante, anche di questi ultimi anni, come dimostrano ad esempio i dati
relativi al 2025.
E in particolare lo spostamento della tutela della
sicurezza nel campo del controllo del dissenso, non trova alcuna
giustificazione fattuale. Come risulta dal report della Polizia di Stato
rilasciato pochi giorni fa, nel 2025 ci sono state 11.250 manifestazioni. Bene
solo nel 3,4% di queste ci sono state delle turbative dell’ordine pubblico. E
ipotizzando che a ogni singola manifestazione abbiano partecipato almeno 1000
persone (un ipotesi molto prudenziale), l’indice delle persone sottoposte in
qualche modo a un provvedimento restrittivo della libertà personale è
infinitamente irrisorio, lo
0.0003% (39 persone su 11.250.000).
* contributo pubblicato sulla rivista Oltre i Confini Magazine- Voci e storie dal carcere di Monza. Direttore responsabile Antonetta Carrabs
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