LA MISURA ILLIBERALE DELLE CASE DI LAVORO di Giulia Melani Sociologa del Diritto
Sono
una forma di privazione della libertà personale che si aggiunge alla pena e non
ha una fine certa.
Mauro (nome di fantasia) ha quarantacinque anni e ha passato più della metà della sua vita in istituzioni penitenziarie. Ha compiuto un reato da giovanissimo e ha finito di scontare la sua pena già qualche anno fa, non ha commesso altri reati, ma non è libero, si trova recluso in una delle nove case di lavoro (o colonie agricole) italiane.
Cosa
sono le case di lavoro? Una realtà piuttosto ignorata del sistema penitenziario
italiano, un retaggio del positivismo criminologico tardo ottocentesco,
un’istituzione introdotta dal nostro codice penale di matrice fascista e da
oltre novant’anni mai realmente messa in discussione. Si tratta, a tutti gli
effetti, di un carcere, di cui spesso rappresenta una sezione, in cui vengono
recluse persone che hanno finito di scontare la propria pena, perché definite
“delinquenti abituali, professionali o per tendenza” e perciò sottoposte a una
misura di sicurezza: una forma di privazione della libertà personale, che si
aggiunge alla pena e non ha una fine certa. Le persone etichettate “delinquenti
abituali, professionali o per tendenza” finiscono in un labirinto, da cui è
veramente difficile imboccare la strada dell’uscita e spesso si trovano di
fronte a vicoli ciechi e ritorni al punto di partenza.
Ma
torniamo alla storia di Mauro, una delle tante ascoltate e raccolte nel corso
della ricerca realizzata tra il 2022 e il 2023 dall’associazione La società
della ragione nelle case di lavoro italiane (G. Melani, Un ossimoro da
cancellare. Misure di sicurezza e case lavoro, Menabò, 2024). Mauro durante
la sua lunga detenzione ha tenuto una buona condotta, ha partecipato – per
dirla con l’espressione prevista dall’art. 54 dell’ordinamento penitenziario –
“all’opera di rieducazione” finalizzata al suo “reinserimento nella società”. E
Mauro, se utilizziamo quei canoni standard con cui ordinariamente vagliamo il
reinserimento sociale (la presenza di un lavoro, di una casa, di una famiglia)
– canoni spesso ingiusti e capaci di riprodurre le diseguaglianze sociali – si
è proprio reinserito: ha trovato lavoro in una pizzeria, ha affittato una casa,
ha una relazione sentimentale stabile. Tutto sembra essere andato a lieto fine,
ma Mauro, finita l’esecuzione penale, è stato sottoposto alla misura di
sicurezza della libertà vigilata, in quanto ritenuto “socialmente pericoloso”.
La
libertà vigilata è un’altra misura di sicurezza e anche questa si applica a
prescindere dalla pena e sulla base non del reato commesso, ma della
pericolosità sociale del reo. È una misura non detentiva, aggettivo che non sta
a indicare che sia poco limitativa della libertà personale. Per la
configurazione legale di questa misura, la persona sottoposta a libertà
vigilata potrebbe dover rispondere alle più varie prescrizioni, la misura
infatti dovrebbe adattarsi alla situazione del singolo, ma nella prassi le
prescrizioni sono standardizzate. Così, a Mauro viene imposto, come regime di
libertà vigilata, di tornare a casa entro le 22, anche se il suo lavoro ha
orari incompatibili. Mauro viola le prescrizioni e la misura viene aggravata da
non detentiva a detentiva. Mauro finisce in casa di lavoro: viene licenziato,
perde la casa e viene recluso a molti chilometri di distanza dal luogo in cui
si era costruito una sua rete amicale e relazionale. Nel lancio dei dadi di
questo spietato gioco dell’oca, Mauro è caduto sulla casella che costringe a
ripartire dal via.
Si
potrebbe pensare alla storia di Mauro come a “una storia sbagliata”,
l’eccezione che conferma la regola di una misura funzionale, ma non è così: la
storia di Mauro è la rappresentazione emblematica di alcune delle molte ingiustizie
prodotte dall’illiberale doppio binario del diritto penale italiano, con quella
duplicazione della pena, senza una fine certa o un fine definito, che è la
misura dell’assegnazione a una casa di lavoro o colonia agricola. Ce lo hanno
raccontato bene gli operatori della casa di lavoro di Barcellona Pozzo di
Gotto, nelle interviste condotte nel 2023 con La società della ragione: “la
maggior parte delle persone che arrivano sono tre o quattro anni che sono
fuori, che lavoravano e tutto e devono scontare non si sa quanto di casa di
lavoro” (Un ossimoro, cit., 143).
Cosa
accade a chi entra in questo girone? Le persone in casa di lavoro proseguono
questa nuova carcerazione, in “un parcheggio d’anime”, come lo ha definito uno
dei reclusi. L’istituzione si chiama casa di lavoro e nella discutibile
concezione “autoritaria e disciplinare” (Altopiedi, Ronco, Torrente, Alba. La
casa di (non) lavoro, in Rapporto di Antigone, 2022) di chi l’ha concepita
doveva prevedere la rieducazione del soggetto ritenuto socialmente pericoloso
attraverso il lavoro. Ma il lavoro è poco e come accade anche in carcere è
prevalentemente un lavoro funzionale al mantenimento della struttura
(“domestico”, come si dice in gergo), povero, non qualificato, svolto a
rotazione. Al danno dell’applicazione di una misura senza garanzie e senza
fine, si aggiunge la beffa: devi stare in una struttura che ha il sostantivo “lavoro”
nel nome, ma il lavoro non c’è. Una delle persone che abbiamo intervistato,
racconta la frustrazione di questa privazione della libertà con una
legittimazione formale che non corrisponde al suo concreto funzionamento così:
“Dopo anni di carcerazione non sapevo cos’era la casa lavoro. Quando me l’hanno
detto ero contento. Pensavo mi avessero trovato un lavoro. Poi, un altro
detenuto mi ha detto, ma lo sai cos’è?”.
La
sensazione diffusa tra le persone recluse, che tecnicamente si chiamano
“internati” – come nei campi di concentramento, ci fa notare uno di loro – è
quella di subire un’ingiustizia, di aver saldato il conto e di star pagando colpe
altre: le colpe della miseria, della malattia, della mancanza di opportunità
all’esterno, della marginalizzazione, dei limiti dei servizi sociali e
sociosanitari. Le persone socialmente pericolose in casa di lavoro, del resto,
rientrano perlopiù in quella che Alessandro Margara (magistrato di
sorveglianza, garante dei detenuti della Toscana) chiamava “detenzione
sociale”: persone marginalizzate, per cui la casa di lavoro davvero non riesce
a costruire alcuna prospettiva di reinserimento. Le proroghe si accumulano, una
dopo l’altra e molti si interrogano su come potersi attivare per costruire
l’uscita dal labirinto, senza riuscire ad individuare la strada giusta. A
volte, la magistratura sceglie sulla base delle informative di polizia, che
spesso adottano formule cautelative come “non ci sono elementi per escludere
che il soggetto possa riprendere i contatti con il mondo criminale”, formule
rispetto alle quali è difficile poter immaginare di fornire prove contrarie.
Non basta il comportamento corretto, non è sufficiente dimostrarsi disponibili
e seguire le direttive, non è produttivo impegnarsi e inserirsi nei progetti
che vengono con fatica costruiti dal personale educativo dell’istituzione. Per
uscire dalla casa di lavoro, servono almeno una casa e un lavoro esterni (e a
volte potrebbero comunque non bastare) e come trovare casa e lavoro a chi non
li aveva prima, magari a centinaia di chilometri di distanza dal luogo in cui
una persona ha le sue relazioni?
A
novembre dello scorso anno, Elia Del Grande ha lasciato la casa di lavoro di
Castelfranco Emilia, violando le prescrizioni della sua misura e ha inviato a Varesenews
una lettera, in cui descrive con grande precisione la realtà delle case di
lavoro: «ci sono persone all’interno che sono entrate per sei mesi e avendo
l’unica colpa di non avere una dimora e una famiglia, si trovano internate da
4/5 anni, in un Paese civile e al passo con le regole europee, questo non
dovrebbe più esistere». Ed è proprio così, in un maturo stato di diritto,
questa misura non dovrebbe esistere.
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