Lavorare fuori, restare dentro di Carlo V.
Il mio percorso in Art. 21 O.P. tra responsabilità, silenzi, sacrifici familiari e il desiderio di tornare a vivere pienamente.
Ci sono percorsi che, visti da
fuori, possono sembrare semplici da raccontare: esci al mattino, lavori,
rientri la sera. Per chi vive l’Art. 21 dell’Ordinamento Penitenziario, però,
quelle ore non sono soltanto una giornata di lavoro. Sono una prova quotidiana
di responsabilità, disciplina, fiducia e resistenza. Per me questa opportunità
ha un valore enorme. Mi permette di lavorare, di guadagnarmi uno stipendio
dignitoso e di dimostrare con i fatti che sto costruendo un percorso serio. È
un lavoro che ho trovato personalmente e che cerco di onorare ogni giorno con
impegno e gratitudine.
La mia
giornata comincia molto presto. Sono fuori dall’istituto dalle sei del mattino
e rientro intorno alle diciannove. Questo significa trascorrere praticamente
tutta la fascia oraria in cui gli uffici sono aperti lontano dalla struttura.
All’uscita è troppo presto; al rientro è troppo tardi. Se ho una necessità, una
richiesta, un chiarimento da sottoporre alla Polizia Penitenziaria o agli
uffici competenti, spesso mi trovo davanti a un problema semplice ma concreto:
non ho materialmente il tempo e il modo di parlare con qualcuno. Le richieste
possono passare da una persona all’altra, essere rinviate o rimandate al giorno
successivo, mentre io il giorno successivo sarò nuovamente fuori per lavorare.
È
forse questo l’aspetto più difficile da spiegare a chi non vive questa
situazione: la misura ti restituisce una parte importante della quotidianità,
ma allo stesso tempo rende complicato comunicare proprio con chi dovrebbe
accompagnare e osservare il tuo percorso. Non chiedo scorciatoie né trattamenti
privilegiati. Chiedo soltanto che esista uno spazio reale di ascolto,
compatibile con gli orari di chi, come me, trascorre l’intera giornata
lavorativa fuori dall’istituto.
Accanto
a questa difficoltà c’è poi una sensazione più complessa, e per certi versi più
amara. Vivendo la realtà detentiva si osservano percorsi molto diversi. Vedo
persone ricevere opportunità importanti e, a volte, non valorizzarle,
disattenderle o comprometterle. Eppure, in alcuni casi, quelle possibilità
sembrano ripresentarsi ancora, anche dopo errori ripetuti. Io non conosco fino
in fondo le ragioni di ogni singola decisione e so bene che ogni posizione deve
essere valutata individualmente. Ma da dentro è difficile non interrogarsi
quando si percepisce che la capacità di rispettare le regole, lavorare con
continuità e dimostrare affidabilità non sempre produce, almeno nei tempi
sperati, un riconoscimento altrettanto concreto.
Lo
stesso interrogativo nasce rispetto ai controlli a cui siamo sottoposti. Le
analisi delle urine fanno parte del percorso e, per quanto mi riguarda, è
giusto che sia così: chi riceve fiducia deve accettare anche i controlli che
servono a tutelare quella fiducia. Ciò che lascia perplessi è la percezione
che, pur in presenza di situazioni o comportamenti che nell’ambiente detentivo
vengono indicati come incompatibili con le regole della detenzione o delle
misure alternative, non sempre siano visibili conseguenze coerenti. Non voglio
trasformare impressioni o voci in accuse. Mi pongo però una domanda: come può
chi si impegna ogni giorno comprendere e accettare serenamente il sistema se
non riesce a cogliere criteri uniformi e leggibili?
Anche
le decisioni sui permessi premio, viste dalla prospettiva di chi attende,
possono apparire difficili da comprendere. È evidente che magistrati diversi
possono valutare situazioni diverse con sensibilità e criteri differenti, e che
nessun caso è identico a un altro. Tuttavia, quando si vedono persone
continuare a beneficiare di uscite e occasioni anche dopo percorsi irregolari,
mentre chi mantiene una condotta lineare sente di dover ancora attendere, nasce
inevitabilmente un senso di distanza. Non è invidia verso chi ottiene un
permesso. È il desiderio di capire quale sia il punto in cui l’impegno
quotidiano comincia a tradursi anche in una possibilità concreta di recuperare
gli affetti e la normalità.
Per me
il punto più doloroso riguarda proprio la famiglia. Ho una moglie e tre figli:
il più piccolo ha due anni, gli altri dieci e diciannove. Lavorando dal lunedì
al venerdì per l’intera giornata e anche il sabato mattina, non riesco neppure
a svolgere regolarmente il colloquio in istituto. È un paradosso difficile da
accettare: il lavoro rappresenta uno degli strumenti fondamentali del mio
percorso, ma proprio quel lavoro, negli orari attuali, riduce quasi a zero il
tempo in cui posso vedere la mia famiglia. E la famiglia non è un elemento
secondario della rieducazione. Per me è la ragione più forte per continuare a
fare bene, per non sprecare l’occasione ricevuta e per immaginare un futuro
diverso.
Nonostante
tutto, continuerò a testa bassa. Continuerò a ringraziare per essere stato
ammesso a questa misura e a dare valore al lavoro che ho conquistato. Non
considero l’Art. 21 un diritto acquisito né qualcosa di scontato: lo considero
una responsabilità. Ogni mattina, quando esco per andare al lavoro, so di
rappresentare anche la fiducia che mi è stata concessa. Ogni sera, quando
rientro, porto con me la consapevolezza di avere fatto un altro piccolo passo.
Quello
che spero è che un percorso serio possa essere anche ascoltato, conosciuto e
valutato nella sua interezza. Che non conti soltanto l’assenza di errori, ma
anche la costanza dell’impegno; che esista la possibilità concreta di
comunicare con gli uffici nonostante gli orari di lavoro; che le regole e i
controlli siano percepiti come uguali e comprensibili; e che, quando sarà il
momento, anche per me possa arrivare la possibilità di iniziare nuovamente a
vivere la mia splendida famiglia, non soltanto come un pensiero che accompagna
le giornate, ma come una presenza reale.
La
pena, se vuole davvero avere una funzione rieducativa, non può limitarsi a
misurare il tempo trascorso o gli errori commessi. Deve saper riconoscere anche
il cambiamento, la responsabilità e la capacità di costruire qualcosa di
concreto. Io non chiedo di cancellare ciò che è stato. Chiedo di poter
continuare a dimostrare ciò che sto diventando. E di poter credere che, alla
fine, impegno, lavoro, rispetto delle regole e amore per la propria famiglia
abbiano un peso reale nel cammino verso una seconda possibilità.
“Non chiedo di
cancellare ciò che è stato. Chiedo di poter continuare a dimostrare ciò che sto
diventando.”
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