Il ddl carceri e la solita giustizia a due velocità di Gian Luca R.
La Camera dei deputati ha dato il via libera definitivo al disegno di legge che consentirà di mandare agli arresti domiciliari o in strutture protette i detenuti tossicodipendenti o alcol dipendenti. Il provvedimento punta ad attenuare il sovraffollamento delle carceri italiane e potrà interessare una popolazione che il ministro Nordio stima in di circa 10.000 detenuti su una popolazione carceraria superiore alle 64.000 persone e a fronte di una capienza degli istituti di pena di circa 52.000 posti. «È un provvedimento epocale - dichiara Carlo Nordio - perché consente la detenzione alternativa di almeno 10mila persone, tossicodipendenti che hanno commesso reati e che noi abbiamo sempre considerato principalmente malati da curare piuttosto che criminali da punire, anche se erano in fase di espiazione pena».
Non la pensa proprio così Gian Luca R., oggi in articolo 21. Il suo articolo fa molto riflettere:
“La legge è uguale per tutti” è la frase che campeggia in ogni aula di tribunale, a ricordare che tutti i cittadini sono eguali davanti alle corti giudicanti. Chiunque affronti un processo e poi una condanna dovrebbe avere parità di trattamento. Peccato che l’ultimo ddl carceri approvato alla Camera dimostri, ancora una volta, che questo principio vale fino a un certo punto. Un provvedimento nato distante dal carcere Il nuovo ddl è l’ennesimo scempio prodotto dal nostro Parlamento in materia di giustizia, e certifica la distanza siderale tra la politica e il mondo reale delle carceri. È il tentativo goffo e approssimativo di porre rimedio al cronico sovraffollamento dei nostri istituti con un provvedimento che, oltre a essere iniquo nei confronti dei detenuti, non risolve nulla e rischia di peggiorare la percezione di sicurezza nel paese. Mi spiego meglio. Le nostre carceri, a causa di leggi scellerate promulgate negli anni su spaccio e detenzione di stupefacenti, sono strapiene di detenuti tossicodipendenti — o che si dichiarano tali per accedere a percorsi alternativi presso comunità terapeutiche, usandoli come scorciatoia per evitare il carcere. Se vieni arrestato e ti dichiari tossicodipendente, puoi essere preso in carico dal SERD e chiedere di scontare la condanna in comunità anziché dietro le sbarre. Con il nuovo ddl, approvato alla Camera con 153 sì, 42 no e 82 astenuti, chi si dichiara tossicodipendente o alcoldipendente con una pena residua non superiore a otto anni potrà chiedere di essere ammesso alla detenzione domiciliare — non a casa propria, ma in strutture idonee alla cura e alla riabilitazione. Il Ministro della Giustizia parla di misura “epocale”, capace di alleggerire la popolazione carceraria di circa 10.000 unità. Per chi non ha mai messo piede in un carcere, può sembrare una misura di buon senso: i tossicodipendenti sono persone che hanno bisogno di cure, non di punizioni. Ma per chi il carcere lo ha vissuto, come me, questa norma è profondamente sbagliata. E provo a spiegare perché. Curare non è un interruttore Anche ammettendo che si tratti di comunità e non del proprio domicilio, il problema resta: mandare in una struttura una persona che non è mai stata realmente disintossicata, aspettandosi che il solo cambio di indirizzo la guarisca, è un atto di fede più che una politica sanitaria. Nella maggioranza dei casi il soggetto violerà il percorso e tornerà a drogarsi e a delinquere. Non bastano un mese, sei mesi o un anno per uscire dal tunnel della droga: servono percorsi seri e strutture adeguate. E qui arriva il primo nodo che il Ministro glissa: il finanziamento previsto per il 2026 copre appena 500 posti, a fronte di circa 20.000 detenuti tossicodipendenti attualmente ristretti. I fatidici “10.000” sono una proiezione pluriennale, non un numero reale e immediato. Un provvedimento “epocale” che nella sua prima fase intercetta il 2,5% della platea a cui si rivolge non è una riforma: è uno slogan. Basterebbe guardare i tassi di recidiva di chi frequenta le comunità senza un percorso solido alle spalle per capire che spedire fuori dal carcere un tossicodipendente non adeguatamente seguito, solo perché mancano posti dentro, è irresponsabile — verso di lui e verso chi vivrà, spesso senza saperlo, accanto a una struttura sguarnita di mezzi. La disparità che nessuno vuole vedere. E poi c’è la parte che riguarda me più da vicino. Io, detenuto con una condanna a otto anni per un reato finanziario, mi sento profondamente preso in giro da questo ddl. Lo giudico iniquo, un insulto per chi sta scontando una pena senza che gli venga riconosciuto alcun beneficio, nonostante comportamenti e condotta sempre esemplari. Vedere questa disparità di trattamento che lo Stato riserva ai detenuti è un pessimo segnale. È lo Stato stesso, per primo, a non rispettare il principio che la legge è uguale per tutti. Questo ddl non risolverà i problemi delle carceri: creerà nei cittadini una percezione di insicurezza e, dentro gli istituti di pena, un senso di ingiustizia profonda — detenuti ancora più arrabbiati e delusi da uno Stato che promette riforme epocali e finanzia 500 posti su ventimila.
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