Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 36/26 6 settembre 2026 XXIII domenica del Tempo Ordinario di Don Tiziano Vimercati




Correzione fraterna: nell’amore reciproco 

E’ un’espressione un po’ giù di moda. Ci dà pure un certo fastidio. Il vangelo di oggi però ne parla e ce la indica come strada da percorrere per costruire una comunità, e perché in essa ci sia amore. E’ l’invito alla correzione fraterna, arrivare a volersi bene anche quando, in un modo o nell’altro, ci tocca aiutare un fratello che sta sbagliando. (Ma anche accettare con umiltà che un fratello ci richiami a un comportamento più corretto). Purché si rimanga in un contesto di aiuto, e non di giudizio, di rispetto e non di pettegolezzo, di dolore e non di soddisfazione più o meno nascosta. Dice Gesù: Se il tuo fratello commetterà una colpa contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo; se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello. Fra te e lui solo: prima se ne deve parlare con lui, è un gesto di delicatezza e di amore. Non tutto deve diventare di dominio pubblico, non tutto deve essere condiviso con gli amici che, si sa, a loro volta condivideranno con i loro amici. Rincarando naturalmente la dose, senza che l’interessato ne sia al corrente e quindi impossibilitato a difendersi. Lo guadagni questo fratello se ti ascolta e percepisce che lo fai solo perché gli vuoi bene, e che nulla cambia nel rapporto che hai con lui. Recuperi un fratello e allo stesso tempo aiuti a rendere la comunità luogo dove si sperimenta l’amore e il perdono. Una storiellina ebraica, semplice e forse un po’ ingenua, ci mostra come la correzione fraterna raggiunga più facilmente lo scopo quando è fatta con amore. “Il padre di Mardocheo si lamentava della pigrizia del figlio nello studio. In città giunse un santo rabbino. Il padre gli condusse Mardocheo perché lo correggesse. Il rabbino volle rimanere solo con il ragazzo, lo strinse al cuore e se lo tenne affettuosamente vicino. Quando il padre ritornò, il rabbino gli disse: Ho fatto un po’ di morale a Mardocheo, d’ora in poi la costanza non gli mancherà. Quando ormai adulto e famoso Mardocheo raccontava questo episodio, diceva ‘Ho imparato allora come si convertono gli uomini’”. In realtà, dunque, la correzione fraterna ci aiuta a mantenere nelle comunità cristiane quell’indispensabile amore, immagine di quello di Gesù, che si alimenta nella ricerca e nel rispetto verità, con il coraggio anche di correggerci, perché tutti nella chiesa siamo perdonati chiamati a perdonare. dtiziano.

Un vescovo caduto in depressione 

Può capitare a tutti. I ritmi della vita sempre più stringenti, la sensazione di non potercela fare, tutto sembra andare storto, e nonostante questo dover andare avanti, la fatica di accettare i limiti delle nostre possibilità, considerarsi falliti. E in colpa se rallentiamo un po’, o se ci fermiamo per qualche tempo. Un vissuto che molti sperimentano sulla propria pelle e che può portare a conseguenze serie. Si comincia con la perdita del sonno quando, invece di dormire, si rimugina senza tregua sui problemi che ci assillano. Si cade in un’ansia crescente, ingigantendo le difficoltà e diminuendo la capacità di affrontarle. Arriva poi la depressione, anche grave, senza più neanche la voglia di vivere, fino al desiderio di morire. Ho trovato interessante l’umile testimonianza di un vescovo del Nebraska, Stati Uniti, James Contey, passato attraverso l’inferno della depressione, ma che, grazie all’aiuto chiesto e ottenuto, ha superato quella terribile prova. Propongo qualche passaggio dell’intervista rilasciata. Parla della malattia, dell’inferno che si attraversa quando si è colpiti, ma anche di uno stile di vita che può aiutare tutti, anche chi non soffre di depressione, a trovare un sano equilibrio pur nelle inevitabili pressioni che la vita ci riserva.

Quando l’ansia cresce è facile scivolare nella depressione. Cominci a pensare: “Non ce la faccio, è troppo”. Questa è la cosa più dura: senti di non riuscire più a fare nulla e poi non vuoi più fare nulla. Non hai gioia, energia, speranza; vuoi soltanto che tutto finisca.

Il primo terapeuta mi insegnò: “Devi lasciare andare queste cose. Non dipende tutto da te. Lascia che se ne occupi Dio e prenditi cura di te stesso”. Fu la mia prima lezione sulla cura di sé: non puoi dare ciò che non hai. Se stai male, non sarai di grande aiuto. Tre ancore mi hanno tenuto legato a Dio e non le ho mai abbandonate: la Messa, il Rosario e la Liturgia delle Ore. Non riuscivo a fare lunghe meditazioni e nella preghiera provavo pochissima consolazione, ma sapevo che non potevo smettere... Ho capito che il confine tra vita psicologica e spirituale è molto sottile: non sono la stessa cosa, ma si completano. La grazia costruisce sulla natura: anche la nostra parte naturale ha bisogno di attenzione. Cerco di uscire ogni giorno, allontanarmi dagli schermi e stare nella natura. Anche per questo ho preso un cane: se vivi solo è meraviglioso avere accanto un essere vivente di cui prenderti cura e che ti ama indipendentemente da ciò che fai. Si tratta di vivere a contatto con le cose reali. Cammino, vado in bicicletta, leggo, ascolto musica. Incontrare la bellezza di un tramonto, un’alba, un’opera d’arte: ne abbiamo bisogno per non vivere in un tunnel fatto soltanto di lavoro, lavoro, lavoro. Anche l’apicoltura serve a questo. James Contey.

In costante aumento 

Gli allarmi e le denunce sulla situazione delle carceri italiane sono ormai cosa di tutti i giorni. E’ incredibile come una società civile possa accettare un sistema carcerario che, al di là delle parole dei politici (poche e raramente sincere) e dell’impegno di tanti operatori (questo sì autentico e sincero da parte di molti), poco rispetta dei dettami costituzionali e infligge privazioni e pene ulteriori a quella prevista dalla Legge. Ricordandoci che dietro a ogni numero c’è una persona reale, con la sua umanità, i suoi errori, ma anche ciò che di buono ha saputo fare, i legami familiari, i sogni, la paura del futuro, diamo uno sguardo ai dati di fine agosto circa la situazione nelle carceri. In realtà non c’è niente di nuovo se non un continuo peggioramento della già difficile situazione. Dovrebbe scuotere le coscienze di tutti, e a chi ha il potere e il dovere migliorare la realtà carceraria, non solo la coscienza. - Detenuti presenti al 31 agosto: 65.661. La capienza effettiva è di 46.193. Dunque sono 19.468 oltre il consentito (realtà ormai tranquillamente accettata). In un solo mese le presenze sono aumentate di 868 persone. Il sovraffollamento ha raggiunto il 142%. In troppi Istituti è stata superata la soglia del 200% (con punte del 251,4% a Lucca, Milano San Vittore e Foggia attorno al 225%). - Detenuti stranieri: 20.674. A fine luglio erano 371 in meno. - Detenuti condannati in via definitiva: 49.698. Tutti gli altri ancora in attesa di essere giudicati o di un secondo grado di giudizio. - Suicidi: 7 nel mese di agosto. Dall’inizio dell’anno oltre 40. Altri 106 detenuti sono morti per cause naturali o ancora da accertare. 

La risposta di Elly Schlein a mons. Ricchiuti, Presidente di Pax Christi 

Abbiamo pubblicato, due settimane fa, l’invito di mons. Ricchiuti a Elly Schlein per collaborare a un mondo il più possibile in pace. La risposta non si è fatta attendere ed esprime la disponibilità all’impegno per un bene condiviso, un bene che dovrebbe stare a cuore di tutti, al di là delle legittime diversità di pensiero. La pace è un bene troppo grande, e di vitale importanza, per non essere condiviso. Un desiderio che è nel cuore della maggioranza delle persone e che i potenti della terra dovrebbero ascoltare. Unito alla disponibilità al dialogo, l’unica strada capace di trovare soluzioni che non ricadano sulle spalle dei più deboli. “Le confermo che siamo pronti al dialogo per la ricerca comune di pace e di giustizia. Sentiamo la pace come una responsabilità politica e umana profonda, incisa nell’articolo 11 della Costituzione. “L’Italia ripudia la guerra”. Possiamo non pensarla allo stesso modo su tutto, su come raggiungerlo, ma l’obiettivo di costruire la pace ci unisce. Grazie di cuore per questo dialogo”.

Ri(flessioni) 

1. Suicidi in carcere Non è stata bella la settimana appena trascorsa. - Un uomo, di origini tunisine, 46 anni, è morto in ospedale, dopo cinque giorni di agonia, per essersi impiccato in una cella del carcere di Parma. Da diverso tempo si trovava in isolamento. - Un ragazzo egiziano di 23 anni si è impiccato in una cella del carcere di Biella. Ha usato le garze che proteggevano le ferite a una gamba. Un ragazzo fragile, con molta sofferenza alle spalle. Un ragazzo che, come molti altri, andrebbe aiutato e non rinchiuso in una cella. - Martedì mattina, nel carcere di Ferrara, un uomo di 56 anni, italiano, collaboratore di giustizia, si è tolto la vita impiccandosi. - Venerdì notte, nel carcere di Verbania, si è impiccato nel bagno della cella un uomo di 57 anni, originario di Bari. Sono 46 i suicidi accertati nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno.

2. Morti in carcere 

Nel carcere di Rebibbia, Roma, una detenuta quarantenne è stata trovata senza vita a letto. Il cuscino era macchiato di sangue. Non è chiaro cosa abbia provocato la morte in una donna così giovane. L’autopsia aiuterà a stabilire le cause. A Ferrara un ragazzo di 25 anni è morto per aver inalato il gas delle bombolette usate per cucinare. Si dovrà stabilire se è stato un suicidio o un uso improprio della bomboletta.

4. Incinta di sette mesi. 

Si trova nel carcere di Sollicciano (Firenze) anche se è al settimo mese di gravidanza. Si tratta di una giovane donna di 19 anni, rumena, accusata di furto d’auto. Non conosce l’italiano e sembra vivesse in condizione di indigenza. Proprio in carcere deve stare? O si tratta dell’ennesimo caso dell’incapacità di gestire con civiltà le situazioni difficili?

5. Bambini in carcere 

I bambini in carcere con la mamma, a fine agosto, erano 37. A dicembre 2025 erano 26. A dicembre 2024 erano 10. Sono sicuro che gli operatori favoriscono in ogni modo questi bambini. Ma sono in carcere. C’è qualcuno che si sente più sicuro così?

6. Per i bambini di Gaza 

E non solo per loro. La proposta del professor Eugenio Mazzarella, docente di filosofia a Napoli, sostenuta dal quotidiano Avvenire, di candidare i bambini di Gaza al premio Nobel per la pace, sta raccogliendo decine di migliaia di adesioni. Un piccolo gesto alla portata di tutti. Ricordo che si può aderire scrivendo una mail a petizione.gaza@avvenire.it dt.

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