SADISMO di Giancarlo d’Adda

 



Non c’è altro modo di definire il comportamento dei governi, dei ministeri e dei ministri della Giustizia, dei tanti Dipartimenti dell’amministrazione penitenziaria nei confronti dei carcerati italiani. Comportamenti che hanno distinto tutte le amministrazioni dalla fondazione della Repubblica. Tranne pochissimi esempi le carceri italiane sono edifici vecchi, fatiscenti, con celle di pochi metri quadrati. Senza ambienti di lavoro funzionali, spazi per il movimento fisico, aule scolastiche. La sanità è qualcosa di aleatorio, con infermerie con pochi strumenti, pochi letti, pochi medici e infermieri, spesso non all’altezza dei loro compiti, soprattutto oggi difronte alla gran massa di detenuti dipendenti da droghe e psicofarmaci. Le guardie carcerarie sono poche e non sempre preparate al difficile compito che compete loro. Gli educatori anche loro sono pochi e spesso poco preparati a un compito difficile. Sono tutte situazioni che si ripetono da tanto tempo e col tempo si sono aggravate.

Tutti: direzioni, agenti, educatori, parlamentari, Garanti dei detenuti, associazioni, articoli di giornale lo ripetono da tempo: è una situazione indecente per un Paese che si dice democratico e tra i più avanzati del mondo. Un Paese che si attende la seconda condanna dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per trattamenti inumani e degradanti. Un Paese che ha scritto nella sua carta fondamentale, la Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Non sono bastate le denunce e le azioni di Papi come Francesco e Leone. Delle tante personalità che hanno constatato dal vivo le condizioni disumane dei carcerati attaccati da cimici e zecche. Quante le denunce e le condanne, per maltrattamenti, quanti i suicidi, quanti gli episodi di autolesionismo. Tutto aggravato in questo 2026 da un sovraffollamento senza pari, dal caldo torrido chiusi 20 ore su 24. Risultato? Niente. Il sovraffollamento aumenta, i suicidi anche, la vita in cella è sempre più impossibile. È cambiato però il linguaggio: non si chiamano più “celle” ma ”camere di pernottamento”; basta con “spesino” ora è un “addetto alla spesa dei detenuti”. Lo ha deciso nel 2017 il Dap per il “rispetto della dignità dei detenuti”. Come se cambiando lessico cambiasse una realtà che ha superato il limite della disumanità. Ma nella società dello spettacolo, l’apparenza conta più della realtà.

Ma se nulla cambia allora viene da pensare che ci sia un disegno, una volontà, un modo di pensare. E questo si chiama SADISMO: fare del male o non opporsi al male per crudeltà, ferocia, malvagità. È troppo, è esagerato, è eccessivo? Ma allora come definire le chiusure delle celle con porte di ferro quando la temperatura raggiunge i 40 gradi? Come si spiegano le direttive di mettere i materassi per terra per accogliere nuovi detenuti? Come si spiega il divieto di tenere in cella la foto dei famigliari defunti? Come si spiega la promessa di far uscire 10.000 detenuti tossicodipendenti quando non ci sono le strutture per accoglierli? Come si spiegano i sempre più numerosi reati e gli aumenti di pene decisi in questi anni? E un tempo le leggi speciali, le carceri speciali, i trattamenti speciali. Ieri l’articolo 90 e oggi il 41Bis? C’è una sola risposta SADISMO.

 

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