L'UNIVERSITA' STATALE VA IN CARCERE a Monza di Roberto Cornelli, Professore di Criminologia dell’Università di Milano

 


Cinque lezioni del Progetto Carcere dell’Università Statale di Milano all’interno Casa circondariale di Monza nel racconto di cinque studenti.

È da un decennio che organizzo corsi universitari di criminologia all’interno delle carceri lombarde; quest’anno per la prima volta il corso di “Criminologia dell’incontro”, parte dell’offerta del Progetto Carcere della Statale di Milano, si è tenuto presso la Casa circondariale di Monza, il cui personale, a partire dalla direttrice, ha accolto il nostro progetto con grande entusiasmo, partecipazione e accoglienza umana. 

Perché un titolo così particolare, “Criminologia dell’incontro”, per un corso universitario in carcere?

Ogni lezione si è svolta nel segno dell’incontro tra studenti/esse esterni, studenti interni (come ritengo giusto chiamare i detenuti quando sono in un’aula didattica) e personale. Un incontro di esperienze, innanzitutto, ma anche di opinioni e punti di vista. Un incontro di cui sono stato anche io partecipe, non solo come docente. L’incontro di esperienze, insieme al confronto sulle narrative collettive e alla discussione di argomenti criminologici, ha consentito la co-costruzione di un sapere criminologico condiviso, che è il risultato dell'incontro tra persone portatrici di diverse conoscenze, esperienze e opinioni. Il risultato è stato non solo un apprendimento di nozioni, teorie o dati di realtà, ma l’immersione in un'esperienza formativa che ha consentito l’acquisizione o il rafforzamento di consapevolezze utili a vivere le relazioni interpersonali in contesti istituzionali complessi.

Piuttosto che raccontare con le mie parole il lavoro svolto, ho preferito dare voce a quattro studentesse e uno studente che si sono offerti di raccontare le loro esperienza, nella speranza che questi scritti possano essere un’esperienza di incontro anche per chi legge. 

 

RISCOPRIRE L’UMANITÀ ATTRAVERSO IL DIALOGO

(I incontro: il rispetto della legge) di Alessio Perotti

Il primo incontro è stato il terreno di prova del metodo che avrebbe animato tutto il percorso di “criminologia dell’incontro” in carcere, ovvero il dialogo. Proprio partendo da una specifica domanda postaci dal professore Cornelli, ogni partecipante ai diversi gruppi aveva il compito di scavare a fondo nella propria esperienza di vita alla ricerca di una possibile risposta, la quale lungi dall’arrogarsi il diritto di essere pura verità, si sottoponesse alle osservazioni altrui sia di approvazione sia di confutazione. Perché si rispetta la legge? Questa è stata la domanda che ha animato il primo incontro, nonché il leitmotiv che avrebbe condotto la discussione verso una riflessione profonda e coinvolgente. Nonostante a prima vista possa sembrare facile la risposta a tale quesito, in realtà ci siamo accorti di come a volte si diano per scontate determinate cose che in realtà non lo sono, oppure tendiamo ad atrofizzare il pensiero intorno quell’unica idea che riteniamo giusta. Solo interrogandosi e osservando una questione da diversi punti di vista, è possibile acquisire maggiore consapevolezza della realtà in cui viviamo e del ruolo che in essa possiamo e dobbiamo assumere. Oltretutto, spesso ci si concentra solo sull’aspetto negativo di una determinata contingenza, come la violazione della legge, ma solo partendo dal suo opposto positivo ovvero dalla considerazione per cui tutti almeno una volta nella vita abbiamo rispettato la legge, è possibile costruire degli strumenti e dei concetti che aprano la strada a nuovi modi di osservare un fenomeno e all’adozione delle relative misure più consone. Una puntualizzazione importante fatta prima di inoltrarci nel lavoro, è stata quella per cui il termine “legge” dovesse intendersi come regola in senso generico, non solo quindi di carattere giuridico ma anche sociale e morale. Al netto di ciò, abbiamo avviato un dibattito vivo e scevro da pregiudizi reciproci, dove tanti e diversi sono stati i pareri che si sono susseguiti. Tra questi ultimi, mi accingo a illustrare le principali osservazioni che hanno attirato la nostra attenzione. In primis, il rispetto della legge è stato interpretato come sinonimo di rispetto reciproco tra individui, uno strumento di armonizzazione delle condotte umane tale da garantire la coesistenza. In quest’ottica, la legge sarebbe in grado di generare uno spazio di movimento dove si è consapevoli sia di quale atteggiamento assumere sia di come potenzialmente si comporteranno gli altri, garantendo così maggior sicurezza nei rapporti. Qui la reciprocità finisce per sostituire quella legge della forza che, come osservato durante il lavoro, sta tornando a essere il mezzo precipuo per la risoluzione delle questioni di geopolitica internazionale e che in alcuni contesti, tra cui anche quelli democratici, è lo strumento simbolo di politiche repressive interne. In stretta correlazione con quanto appena affermato, si è considerato con grande importanza anche il sentimento di paura che la legge infonde nella previsione di una punizione come risposta alla sua inosservanza. Tuttavia, per quanto il timore possa generare uno stato di soggezione e quindi adeguamento, esso presenta un limite decisivo: ha come conseguenza la perdita del contenuto della legge, della sua ratio e giustizia che la fondano, nonché la perdita di senso critico. All’opposto, anche una regola al cui rispetto venga comminato un premio, sfocerebbe in opportunismo e miopia verso il vero significato della medesima. Queste due situazioni si condensano in quel movente del rispetto della legge dovuto a convenienza o utilità, una logica di mercato che tralascia il fondamento stesso della regola e nel peggiore dei casi, conduce all’annullamento della consapevolezza e del senso di responsabilità. In secondo luogo, è stato sottolineato come la regola sia l’elemento fondamentale per ogni forma di educazione e di crescita, a partire dal contesto familiare dove si muovono i primi passi dentro e fuori le linee di demarcazione di ciò che si reputa giusto o meno, proseguendo poi nell’ambito scolastico dove è possibile consolidare quelle stesse regole apprese in famiglia ed eventualmente modificarle. Assieme ai due spazi relazionali appena citati, abbiamo osservato come anche l’ambiente sociale e i diversi luoghi di frequentazione siano inevitabilmente dei fattori che influenzano in maniera più o meno decisiva il modo in cui ci approcciamo alle regole e ne creiamo di nuove. Tali constatazioni ci hanno portato poi a individuare nei social network un ulteriore ruolo di formazione delle relazioni e delle regole, a volte particolarmente incisive nella vita di ogni individuo. A fondo dello stratificarsi di queste previsioni e dei loro diversi punti d’origine, giace però la legge morale che ogni essere umano custodisce e che orienta il comportamento, generando potere di scelta e responsabilizzazione. È stato consequenziale notare il discrimine che a volte corre tra ciò che riteniamo giusto e ciò che invece viene stabilito dalla legge. La Giustizia è un ideale al quale dobbiamo tendere nelle scelte di tutti i giorni, la legge è il tramite per provare a rendere pratica quella stessa giustizia, non sempre con esiti sperati ma non per questo siamo esenti dall’avere un ruolo attivo per cambiare lo status quo. Un’altra osservazione ha constatato come rispettare la legge sia una conseguenza del rispetto che si nutre e coltiva verso sé stessi. Questo ci ricorda quindi che la legge persegue o quantomeno dovrebbe perseguire il benessere anche e soprattutto del singolo, è lo strumento principale con il quale generare una pacifica convivenza dove potersi esprimere liberamente, in maniera appunto rispettosa, indicandoci il percorso di maturazione da intraprendere.  Un’ultima questione che vorrei menzionare per il suo carattere trasversale che assume in tutta la discussione e nelle diverse considerazioni effettuate, è la nostra concordanza nel ritenere la conoscenza e la comprensione della legge, oltre al suo processo di creazione, un elemento determinante per garantire un maggior rispetto della legge. Ciò che abbiamo voluto intendere richiama il concetto di “giustizia procedurale”, che possiamo sinteticamente definire come la capacità di un processo decisionale di condurre verso scelte giuste, in virtù specialmente dei valori di equità e trasparenza. Questo meccanismo genera una percezione di correttezza e quindi una maggiore condivisione del risultato procedurale, anche qualora l’esito fosse negativo. Tutto ciò comporta un grande senso di responsabilità e di conseguente azione verso chi costruisce tali processi, ma anche verso ciascun individuo, tale da garantire un supporto adeguato al rispetto condiviso della legge.

Vorrei concludere il resoconto di questa esperienza con una personale opinione. Questo primo incontro e tutti gli altri successivi, hanno rappresentato un percorso che vorrei definire di riscoperta. Fruendo dei doni della parola e dell’ascolto, abbiamo avuto modo di riscoprire quanta umanità ci sia in ognuno di noi. Il dialogo si è rivelato uno strumento costruttivo, mentre in molti altri contesti viene eclissato e sostituito da voci forti e stridenti. Ma soprattutto, abbiamo dato prova del fatto che il carcere, con tutta la sua complessità e le difficoltà che comporta, non è un luogo da relegare ai margini, maldicendolo e fingendo che non ci riguardi tutti, anzi, è parte integrante della società, e solo uno sguardo più attento, più umano, ci porterebbe a riflessioni e azioni di cui tutti potremmo beneficiare.

 

 

DISSIPARE QUELLA COMODA NEBBIA ACCECANTE DEL PREGIUDIZIO

(II incontro: pregiudizi e stereotipi) di Valentina Cusmà

Durante questa esperienza abbiamo avuto modo di affrontare e approfondire, nel corso dei vari incontri, alcuni argomenti; temi che, nella vita quotidiana, appaiono quasi scontati, ma che approcciati in un contesto nuovo come quello carcerario e analizzati in profondità si sono rivelati tutt’altro che elementari e banali.  

 “Pregiudizi e stereotipi” è stato l’oggetto di discussione nel nostro secondo incontro; il professor Cornelli ci ha guidati attraverso una serie di domande solo in apparenza immediate: “Cosa si intende con pregiudizio? E in che modo si rapporta e differenzia con lo stereotipo? Quali sono i pregiudizi che abbiamo sugli altri? Quando il pregiudizio, da pensiero astratto si concretizza in azione?”. 

Domande lineari, quasi scolastiche, che però a lavoro inoltrato all’interno del gruppo ci rendevamo sempre più conto di quanto fosse difficile fornire una risposta e avere una visione unitaria. Realizzando inoltre, quanto fosse complicato rimanere attinenti alla traccia e alla consegna che ci era stata data e che forse lo scopo stesso del nostro incontro non era rispondere in modo metodico e preciso a ciò che veniva richiesto, ma favorire il flusso di coscienza e di esperienze di vita che ognuno di noi volesse condividere con l’altro (che fosse il fatto stesso di andare fuori tema, l’obiettivo del nostro lavoro- incontro?).  

Analizzando nel corso del dibattito questi concetti è emerso, seppure con visioni contrapposte e non totalmente condivise, che il pregiudizio oltre ad avere una concezione meramente negativa, in realtà può anche avere contenuto positivo, in quanto una persona sulla base della sua semplice apparenza potrebbe manifestarci idea di fiducia, simpatia, professionalità; cionondimeno consiste ugualmente in un giudizio affrettato e immediato. Nonostante questa prima affermazione, la nostra conversazione, inconsciamente o consciamente, è stata poi monopolizzata dal pregiudizio nella sua accezione negativa. Abbiamo tentato di darne una definizione, dettandone principalmente quelle che secondo noi, potessero esserne le cause scatenanti. Quasi tutti hanno ritenuto che l’avere pregiudizio sugli altri possa dipendere da una eccessiva autostima: noi esseri umani pecchiamo di presunzione e arroganza, ci sentiamo migliori rispetto a chi giudichiamo, o forse critichiamo in modo immediato l’altro proprio con l’obiettivo di compensare una propria insicurezza in funzione di sentirci migliori, tentando alla cieca di elevaci sopra l’altro. 

Addentrandoci sempre più a fondo, tra un discorso e l’altro, si converge verso il fatto che il pregiudizio è sintomo non solo di paura, ma soprattutto di ignoranza e di indifferenza, di egoismo; è un meccanismo di difesa in quanto funzionale per la realtà in cui viviamo in un’ottica di “prevenzione del rischio”, è istintivo. Tuttavia, si incardina su un modo determinato di vedere la realtà, dettato da diversi criteri e “filtri” che prendono il nome di esperienze di vita, convinzioni, modo in cui si è stati educati, e sono fortemente influenzati dall’ambiente in cui si è cresciuti e dal modo di pensare a cui siamo stati abituati. 

Spostando ora invece l’attenzione sui pregiudizi che nutriamo nei confronti degli altri, seppur consapevoli del fatto che tutti noi ne abbiamo, è stato molto difficile avere il coraggio di ammettere agli altri, forse soprattutto a noi stessi, che non siamo soltanto vittime di pregiudizi ma anche loro autori. È un aspetto scomodo da riconoscere poiché il pregiudizio ci ferisce quando lo subiamo, ma allo stesso tempo accompagna, spesso in modo silenzioso, il nostro modo di vivere e di pensare.  

Nel corso del dibattito, notando una certa resistenza nel voler ammettere questa responsabilità, poiché spesso ci si rifugiava nell’idea di saper conoscere prima una persona e poi giudicarla (come se ci fosse un lieve velo di perbenismo) ho voluto lanciare una provocazione ai miei interlocutori: ho chiesto, con tono volutamente incredulo, se qualcuno di loro avesse avuto un pregiudizio nei confronti di noi studenti universitari al nostro arrivo in carcere. Mi sono chiesta se fosse possibile che nessuno di loro avesse formulato, anche per un solo instante e in modo inconscio, un giudizio su di noi, “studenti esterni”, percepiti magari come portatori di una qualche morale da spiegare a persone di cui non conosciamo nulla, nemmeno l’ombra, né il passato, né le ferite. Dopo un momento di silenzio, qualcuno ha ammesso coraggiosamente e timidamente di aver avuto un pregiudizio. Ha raccontato di aver avvertito un senso di disagio e di fastidio, pensando “Chi sono questi? Non avete nemmeno idea di quello che abbiamo vissuto noi”. Poi, con una sincerità disarmante, ha aggiunto che quel fastidio non era realmente rivolto alla nostra presenza, ma piuttosto all’invidia che provava nei nostri confronti, perché in realtà ammirava quello che stavamo facendo: “avrei voluto esserci io al vostro posto”. 

Caduto il velo, crollati i tabù, siamo finalmente riusciti a dialogare davvero, esponendoci senza sentirci attaccati, ascoltando senza difenderci. Una volta venuta meno la paura del pregiudizio che gli altri potessero avere su di noi, il confronto si è fatto più autentico e profondo. Alcuni detenuti hanno chiesto a noi studenti universitari se mai avessimo provato timore o pregiudizi nei loro confronti. Altri hanno confessato di avere avuto paura dei propri stessi compagni di cella, pur trovandosi esattamente nelle stesse condizioni. Molti hanno raccontato di come il dover stare all’interno di una cella con altri sconosciuti, li avessi messi nella condizione, a lungo andare, di superare stereotipi e preconcetti che avevano su certe religioni o popolazioni.  

È emerso quanto in realtà basti un minimo sforzo di voler conoscere l’altra persona, un gesto di curiosità sincera, per dissipare completamente quella comoda nebbia accecante del pregiudizio.  

C’è stato anche chi ha sottolineato come il pregiudizio, proprio perché immediato e comodo, si fondi su un meccanismo di deumanizzazione: giudico l’altro perché non lo conosco e soprattutto non voglio conoscerlo. È un modo per prendere le distanze, per non lasciarsi toccare. E questo atteggiamento è evidente e pregnante soprattutto in un istituto penitenziario, dove è molto più funzionale e facile allontanare dallo sguardo ciò che troviamo possa turbare la nostra quiete interiore; perché conoscere, richiederebbe uno sforzo di ascolto e comprensione, che purtroppo non tutti sono disposti, o capaci, di compiere. 

Eppure, in quella stanza, disposti in cerchio, tra parole scambiate e sguardi che si incrociavano senza più diffidenza, si è creata, a mio parere, una bolla sicura, un ambiente sospeso, uno spazio in cui noi studenti interni ed esterni siamo riusciti a vedere una realtà che è sempre stata presente, ma in modo latente, come un leggero sussurro che aspetta di essere ascoltato. 

Forse spesso non ci rendiamo conto di come una parte di società “dimenticata”, che rimane accantonata dagli occhi degli altri, in realtà sia uno dei cuori pulsanti di un sistema che necessita di essere rivisitato, assistito, e in primo luogo, direi, semplicemente, “visto”.  

 

RISPETTO INSEGNATO E RISPETTO SPONTANEO

(III incontro: rispettare gli altri) di Elisa Parcerisas Hugony

Ci siamo riuniti nei soliti sei gruppi misti, composti da studenti interni ed esterni, e abbiamo cominciato a interrogarci sui temi proposti dal professore. Che cos’è il rispetto? Chi rispetto? Chi non rispetto e quali sono le conseguenze?

In questo tipo di lavori si possono osservare diverse modalità di partecipazione: chi prova a rispondere in maniera astratta, chi vuole invece raccontarsi, chi ascolta e ogni tanto commenta. Noi studenti esterni, forse un po’ per deformazione universitaria, facciamo parte della prima categoria. Nel nostro gruppo il primo a prendere parola è stato uno studente interno, che aveva già scritto sul suo quaderno qualche appunto.

La prima cosa su cui siamo stati tutti d’accordo è stata la genesi del rispetto. Il rispetto tendenzialmente nasce in due modi: attraverso l’educazione e in maniera spontanea. Il rispetto “insegnato” è quello che caratterizza le relazioni di potere, che ci viene impartito fin da bambini. È il rispetto verso la maestra, verso i genitori, verso gli adulti. Il gesto di cedere il posto a una signora anziana sull’autobus altro non è che figlio di questa educazione. Dentro questa categoria rientra anche il rispetto per gli spazi degli altri, tema molto caro a molti studenti interni. Si è detto che è davvero rispettoso chi bussa prima di entrare in cella e non chi entra come se fosse a casa propria.

Il rispetto spontaneo è diverso: non nasce da un’imposizione, né da una convenzione che ci obbliga a un determinato comportamento. È qualcosa di più intimo. Con i nostri mezzi, siamo riusciti a definirlo come il sentimento che nasce nei confronti di qualcuno che incarna dei valori per noi positivi. Il rispetto spontaneo è conseguenza del superamento di pregiudizi, che ci impediscono di vedere la persona nella sua complessità.

Il professore più tardi ci aiuterà a comprendere meglio qualcosa che forse avevamo già intuito: questo rispetto che noi abbiamo chiamato “spontaneo” nasce nel momento in cui si vede l’altro nella sua umanità. Nel momento in cui si supera il pregiudizio, meccanismo innato che ci porta a vedere la persona deumanizzandola, considerandola un oggetto o rappresentazione di una caratteristica specifica, spesso negativa. La capacità di vedere invece l’altro come persona permette di portare rispetto.

Fin qui eravamo tutti d’accordo. Perciò abbiamo proseguito il dibattito aggiungendo un caso concreto. Il professore aveva aperto la lezione raccontando un aneddoto di una giornalista, che inizialmente non avevamo preso molto in considerazione, distratti dal bisogno di cercare una definizione.

Una giornalista mentre si trova in metropolitana assiste a una scena che la colpisce: sulla banchina si trova una donna giovane, forse di origine rom, immobilizzata da due agenti della sicurezza della metropolitana, che tentano di portarla via mentre un uomo, un privato cittadino, la schiaffeggia accusandola di aver provato a rubargli il portafogli. Poco lontana da lei una bambina, probabilmente la figlia, piange disperatamente mentre assiste alla scena, senza nessuno che la noti. La giornalista racconterà di aver provato a dire qualcosa, ma di non aver fatto in tempo, essendosi chiuse le porte del vagone su cui si trovava. Allontanatasi dalla scena proverà a cercare solidarietà tra le persone presenti nel vagone che, a sua sorpresa, non solo non condividono di aver assistito a una scena di ingiustizia, ma assumono anche toni minacciosi nei suoi confronti. Addirittura un uomo la seguirà per buona parte del viaggio.

Che si trattasse di una mancanza di rispetto eravamo tutti d’accordo. La cosa interessante però è stata individuare nei confronti di chi si fosse agita questa mancanza.

Secondo la maggior parte degli studenti interni, infatti, senza dubbio la maggior mancanza di rispetto era stata nei confronti della bambina. Già il fatto che in un contesto pubblico, come può essere quello della metropolitana, nessuno si fosse fermato a consolarla e che nessuno si fosse curato di lei nel momento in cui veniva separata dalla madre, era qualcosa di grave. Allo stesso modo però erano quasi tutti d’accordo nell’individuare una mancanza di rispetto tenuta dalla madre nei confronti della figlia: è irrispettoso portarsi dietro una bambina piccola, se si ha in mente un progetto illecito, come quello di borseggiare i passanti.

In secondo luogo, chi aveva agito una mancanza di rispetto era stato l’uomo che aveva deciso di schiaffeggiare la donna. Qui, a dire il vero, non eravamo tutti molto d’accordo. Una parte del gruppo, infatti, considerava che l’azione dell’uomo fosse in fondo giustificata: la donna aveva compiuto, o tentato di compiere, un’azione che violava uno spazio privato, già commettendo così una mancanza di rispetto, che giustificava l’azione dell’uomo. Si riconosceva che forse la risposta era stata un po’ esagerata, considerando che la donna si trovava in una posizione di inferiorità essendo immobilizzata da ben due agenti, ma in fondo era stata lei a mettersi in quella situazione.

L’altra parte del gruppo invece osservava come fosse assolutamente inutile e ingiustificata l’azione dell’uomo, essendo presenti due agenti. L’accanimento dell’uomo era stato indubbiamente una mancanza di rispetto indipendentemente da cosa lo avesse provocato. Si è sottolineato anche che non potevamo sapere come mai la donna avesse deciso di portare con sé la bambina e che, se questa scelta fosse stata dettata da una necessità, come quella di non lasciare la bambina da sola, non si potesse definire come una mancanza di rispetto.

Mi piacerebbe non concludere questo articolo spiegando quale sia la mia interpretazione rispetto a tutto ciò che ci siamo detti. Non vorrei neanche approfondire maggiormente la spiegazione del professore. Preferisco che rimanga una certa curiosità, qualora dovesse riproporsi il tema in qualche futura lezione.

Mi piacerebbe però concludere con una piccola riflessione riguardo la difficoltà di questo incontro. A mio parere la maggiore difficoltà è stata quella di definire il rispetto, parola usatissima e che spesso sovraccarichiamo di significato, ma a cui tutti siamo profondamente legati. Il rispetto è la base dei rapporti sociali e del vivere civile e, come diceva qualche studente interno, parte dal rispetto di noi stessi. Non posso pensare di vedere qualcuno nella sua umanità se non riconosco prima la mia.

In questo percorso durato, purtroppo, solo cinque lezioni, penso di aver iniziato a comprendere cosa significhi tutto ciò. Parlare di persone detenute a chi non si interessa del carcere è difficile. Spesso per provare il proprio punto si tende a parlare per luoghi comuni o si cerca disperatamente di aggrapparsi alle statistiche, quando, invece, si potrebbe partire dal rispetto. Dentro la Casa circondariale di Monza mi sono sentita vista come persona e spero di aver fatto sentire allo stesso modo anche chi ha condiviso con me questa esperienza.

 

NON LO VEDI, L’ALTRO? (IV incontro: prevaricazione) di Giorgia Sofia

La stanza è senza finestre. Luce al neon, pavimento in linoleum, sedie disposte in cerchio: una configurazione anomala in un edificio progettato proprio per evitare che le persone si dispongano così. Siamo alla quarta lezione di Criminologia dell’incontro nella Casa circondariale di Monza, un programma che porta studenti universitari, criminologi e detenuti a discutere insieme di temi che li riguardano da angoli diversi. Da fuori, dal corridoio, ogni tanto si sente chiudere una porta. Non sbatte: si chiude nel modo specifico in cui si chiudono le porte qui dentro.

Il tema della giornata è la prevaricazione. La prima domanda la pone uno dei detenuti, che chiameremo B.

«Cosa è la prevaricazione?»

Per qualche secondo nessuno risponde. Poi qualcuno ammette di non saperlo davvero. La difficoltà, in quel momento, non è ignoranza ma una forma di pudore. La parola è grossa, e tenerla in mano in un luogo come questo, davanti a persone che con quella parola hanno avuto a che fare nei modi più letterali possibili, richiede una cautela che un’aula universitaria non potrebbe capire.

La prevaricazione, in effetti, non è una categoria tecnica come "omicidio" o "furto". È un termine del linguaggio comune migrato nel discorso scientifico e si porta dietro una valigia ingombrante di significati. Si applica al funzionario pubblico che abusa del proprio ruolo, al vicino che alza la voce ogni sera, al lavoratore vessato sul posto di lavoro, al detenuto che subisce o esercita pressione in cella. Sotto la stessa parola convivono mondi diversi che dialogano poco tra loro.

C’è però un punto su cui tutti questi usi convergono: la prevaricazione è una relazione in cui uno dei due viene ridotto. Ridotto a ostacolo, a strumento, a sfondo. Non sempre è un atto puntuale. A volte è una postura, un’abitudine, una cultura sedimentata a tal punto da non essere più visibile come tale.

La paura, la grammatica del carcere. «Quando hai paura, attacchi prima», dice un altro partecipante. Lo dice come una cosa ovvia, e nessuno chiede di spiegare meglio: in un contesto come quello carcerario è una nozione operativa. Chi prevarica per paura non si sente forte, si sente esposto. La paura cronica accelera le reazioni: rende capaci di anticipare il colpo, anche prima di aver capito se l’altro intendesse colpire davvero.

Un detenuto racconta una scena familiare a chiunque abbia condiviso uno spazio chiuso. Il compagno di cella che urla nel cuore della notte. Sveglia tutti. Occupa lo spazio sonoro con una violenza che non ha bisogno di mani. L’unico modo per zittirlo, in pratica, è urlare più forte. Non perché sia la risposta giusta: è l’unica lingua che il contesto riconosce. La voce educata, in cella di notte, non arriva: viene presa per debolezza se va male, per rumore di fondo se va bene.

«Si prevarica non perché si voglia», conclude. «Perché in certi posti non c’è altra grammatica.» Una frase che descrive con precisione cosa significa abitare un contesto in cui la prevaricazione non è un’eccezione alla norma, ma è essa stessa la norma. Chi non la parla rimane fuori, vulnerabile, invisibile nel senso peggiore: non visto come soggetto, ma come preda.

La lingua madre. «La prevaricazione si impara», dice un’altra voce nel cerchio. Si impara da bambini, prima ancora di avere il linguaggio per nominarla. Si osserva in casa, in strada, a scuola. Si vede chi ottiene cosa, e come lo ottiene. Si interiorizza come si interiorizza la lingua madre: non per regole esplicite, ma per immersione, ripetizione, modellamento continuo.

Il problema, come con la lingua madre, non è usarla. È che diventa l’unica lingua in cui si è davvero fluenti. Quella in cui si pensa sotto pressione, quella che esce quando si è stanchi, spaventati o arrabbiati. Imparare a non prevaricare, in questa prospettiva, non è smettere di fare qualcosa: è imparare una lingua nuova da adulti, con tutto quello che comporta. E in carcere i momenti di crisi sono per definizione più frequenti che fuori.

Il gruppo tocca, senza saperlo, uno dei nodi più discussi delle scienze del comportamento: il rapporto tra natura e cultura. Negli animali, certi impulsi all’aggressività hanno una funzione documentabile, stabilire gerarchie che riducono il conflitto sul lungo periodo. Negli umani la materia è simile, ma la cultura decide cosa farne: può amplificarla o contenerla.

Il calcolo, la colpa. «A volte conviene», osserva un altro. «Finché non ti costa nulla, lo fai.» Si prevarica quando il guadagno percepito supera il costo atteso. È un calcolo. C’è però un costo che il calcolo fatica a misurare: il senso di colpa, che paradossalmente è una buona notizia. Significa che il riconoscimento dell’altro è ancora attivo. Il problema arriva quando si impara a non sentirlo più. Si costruisce una storia in cui la vittima se l’è cercata, in cui il danno non era così grave, in cui tutti avrebbero fatto lo stesso. Il senso di colpa scompare. Non perché si sia diventati cattivi: perché si è diventati molto bravi a non sentirlo.

«Ma se lo fai per proteggere qualcuno, è ancora prevaricazione?», chiede qualcuno. La domanda apre un territorio complesso. Sul piano interpersonale però una distinzione regge: chi prevarica per dominare non riconosce nessuno, né la vittima né il proprio limite morale; chi prevarica per proteggere sta già riconoscendo qualcuno, la persona che difende.

Non lo vedi, l’altro. «Non lo vedi nemmeno, l’altro», dice un partecipante a voce bassa, nella maniera in cui si dicono le cose quando si sono capite per davvero. È la frase più precisa di tutta la sessione.

La prevaricazione diventa possibile nel momento in cui l’altro smette di essere una persona e diventa una categoria, un ostacolo, uno sfondo. È il fenomeno della cosificazione: si toglie all’altro lo statuto di soggetto, lo si riduce a oggetto. Spesso non è un atto consapevole, è il risultato di un linguaggio che etichetta invece di nominare. In un edificio come questo, le etichette sostituiscono i nomi quasi per default: si è un numero, una matricola, una posizione giuridica. Una cosificazione amministrativa, formalmente neutra, e proprio per questo particolarmente efficace.

C. fa un esempio molto quotidiano: «Se tu su un mezzo pubblico ti siedi con le gambe larghe e non mi fai sedere di fianco, sei prevaricatore. Stai occupando uno spazio che non è tuo.» R. lo ascolta, aspetta un attimo, poi risponde: «Infatti. Quello spazio è nostro.»

La risposta sposta tutto. C. denunciava una violazione individuale; R., con una mossa minima, sposta la questione dal diritto individuale al bene comune. Lo spazio non appartiene a chi lo occupa né a chi ne è escluso: appartiene a tutti. La prevaricazione non è solo un sopruso verso una persona, è un atto di sottrazione alla comunità. La cosificazione non ha bisogno di violenza estrema per esistere: basta non vedere che lo spazio in cui si è seduti è anche dello sconosciuto che ti sta accanto.

Il silenzio, ora, è diverso da quello dell’inizio. Resta aperta una domanda: se la prevaricazione nasce dal non vedere l’altro, basta imparare a vederlo per smettere di prevaricare? Non del tutto. Riconoscere l’altro sposta il confine, non lo elimina. Chi riconosce l’altro lo fa entrare nel proprio cerchio, ma ogni cerchio ha un fuori, e quando arriva un’altra comunità il meccanismo riparte. La prevaricazione non è un’anomalia da correggere. È una costante che si sposta e cambia forma. Più il cerchio si allarga, meno si prevarica. Ma un cerchio infinito non esiste.

 

 

RIEDUCARE CHI? 

(V incontro. La finalità rieducativa delle pene) di Isabella Cafagno

Il lessico giuridico e politico ha a lungo trattato la rieducazione come un principio normativo, una direttrice teleologica verso cui orientare il sistema penitenziario, una promessa iscritta nell’architettura costituzionale e, al contempo, un imperativo rivolto a soggetti determinati. Ciò che l’esperienza vissuta all’interno della Casa circondariale di Monza ha progressivamente disvelato incrina, tuttavia, la linearità di una tale rappresentazione, restituendo l’immagine di un concetto attraversato da tensioni, segnato da fratture strutturali e ambivalenze culturali, ma soprattutto abitato da una dimensione irriducibilmente soggettiva.

Il punto di avvio di questa riflessione non risiede tanto nella descrizione di un’esperienza didattica atipica, quanto nella maturata presa d’atto che l’incontro – quando avviene in condizioni di sospensione delle categorie abituali – possiede una capacità conoscitiva che eccede, e talvolta smentisce, la pretesa esaustività degli strumenti teorici. Entrare in una casa circondariale per discutere di criminologia ha implicato, infatti, il superamento, oltre che di una soglia fisica, di un vero e proprio confine epistemologico, ossia quello che separa il sapere costruito per astrazione dalla comprensione che nasce mediante il contatto diretto con la realtà. Ed è precisamente in questo scarto che ho percepito il valore più autentico dell’esperienza: non l’acquisizione di nuovi contenuti, bensì la destabilizzazione di quelli che già possedevo. In tale contesto, anche un concetto apparentemente universale come quello di rieducazione si è rivelato tutt’altro che un dato neutro, emergendo, piuttosto, come una costruzione situata, che ciascuno abita in modo diverso a partire dal proprio vissuto. Nei gruppi misti, caratterizzati dal confronto tra noi studenti esterni e studenti interni al carcere, tale pluralità di significati, lungi dal rimanere teorica, si è resa immediatamente visibile, concreta e, talvolta, anche conflittuale. Parallelamente, il dispositivo stesso dell’incontro – attraverso il temporaneo abbandono delle identità sociali – ha reso possibile uno spazio di esposizione reciproca sorprendentemente privo di resistenze difensive, nel quale la condivisione dell’esperienza ha assunto una funzione conoscitiva prima ancora che relazionale. Il tema della rieducazione si è così trasformato, da processo unidirezionale, in movimento reciproco di messa in discussione dei propri presupposti.

È proprio a partire da questa torsione che, durante il confronto, sono emerse le criticità più evidenti del sistema penitenziario, il quale appare spesso incapace di sostenere fino in fondo il progetto rieducativo che dichiara di perseguire. Le carenze descritte da alcuni studenti interni non si esauriscono nella dimensione materiale, pur rilevante, ma si radicano in un habitus culturale che fatica a riconoscere la complessità del compito educativo, appiattendo frequentemente la rieducazione a mera gestione del tempo detentivo o a un’offerta standardizzata di attività. Il problema, a mio parere, non riguarda tanto la presenza o l’assenza di strumenti, quanto la loro capacità di intercettare i bisogni specifici delle persone cui sono destinati, poiché, in mancanza di questa individualizzazione, ogni intervento rischia di rimanere un enunciato astratto, incapace di tradursi in esperienza trasformativa.

E tuttavia, proprio all’interno di un contesto segnato da tali limiti, emergono spazi di possibilità inattesi, nei quali la rieducazione assume forme meno istituzionali e più profondamente esistenziali. Alcune attività, quali i percorsi teatrali più volte citati durante la discussione, mostrano come sia possibile riattivare una relazione con la normalità e con parti di sé al di fuori delle categorie stigmatizzanti della detenzione, a patto che sussista la capacità individuale di riconoscere in esse un’occasione di trasformazione. Si delinea così una dinamica che ha attraversato tutte le testimonianze emerse, secondo cui la rieducazione non può essere imposta, ma deve essere scelta, implicando un lavoro di consapevolezza che sottragga i comportamenti alla ripetizione automatica che li ha generati.

In questa prospettiva, il concetto stesso di rieducazione si articola lungo una duplice direttrice, interna ed esterna, in cui il percorso individuale di riconoscimento dei propri errori e delle proprie fragilità si intreccia con le condizioni ambientali, relazionali ed istituzionali che possono favorire od ostacolare tale processo. Quando uno di questi poli viene meno, la traiettoria si interrompe o si rovescia, producendo effetti regressivi, che sono risultati particolarmente evidenti nella differenza tra chi era in carcere per la prima volta e chi vi era tornato: nel primo caso si è aperto, talvolta, uno spazio di interrogazione capace di sospendere il “pilota automatico”, mentre nel secondo è emersa più frequentemente una cristallizzazione identitaria, tendente a rafforzare schemi già consolidati.

L’ambiente assume, allora, un ruolo determinante, non soltanto per le condizioni materiali che impone, ma anche per la sua capacità di incidere sulla percezione di sé e degli altri, sulla fiducia nel sistema e sulla possibilità stessa di immaginare alternative. Un contesto che comunica chiusura e immobilità tende a neutralizzare anche gli sforzi individuali più significativi, mentre spazi di confronto e di incontro possono produrre discontinuità nello sguardo e rendere visibili opportunità altrimenti impensate. È anche in questo senso che gli incontri avvenuti si sono rivelati strumenti di rieducazione, non tanto per i contenuti trasmessi, quanto per la loro capacità di generare uno spostamento percettivo. Da qui la necessità di ampliare lo sguardo oltre i confini dell’istituzione penitenziaria, riconoscendo che ciò che accade all’interno delle mura detentive riflette le dinamiche profonde della collettività. Il carcere non costituisce un altrove separato, ma uno spazio in cui si condensano tensioni, disuguaglianze e rimozioni che attraversano la società nel suo complesso, cosicché pensare la rieducazione come problema esclusivamente interno all’istituzione significa ignorare le condizioni sociali che rendono possibili determinate traiettorie di vita e, al contempo, le forme attraverso cui la comunità sceglie di rispondervi.

Ne è derivato, in ultima analisi, che la rieducazione non può essere ridotta né a programma istituzionale né a percorso individuale isolato, ma si colloca in uno spazio intermedio e instabile in cui si intrecciano responsabilità personali e condizioni strutturali, volontà di cambiamento e possibilità effettive di realizzarlo. È, in altre parole, un processo relazionale, che coinvolge non soltanto chi è detenuto, ma anche chi, dall’esterno, contribuisce a definirne il significato e i limiti.

In questo senso, l’incontro nella Casa circondariale di Monza ha rappresentato, a mio avviso, un’occasione di ridefinizione di una convinzione radicata: quella secondo cui la rieducazione riguarderebbe sempre e soltanto “gli altri”, restituendo l’immagine di una dinamica che coinvolge inevitabilmente chiunque sia disposto a mettersi in discussione.


* contributo pubblicato sulla rivista Oltre i Confini Magazine- Voci e storie dal carcere di Monza. Direttore responsabile Antonetta Carrabs

 

 

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