La scrittura in carcere è un atto di cura e umanizzazione di Antonetta Carrabs


Nel silenzio delle carceri la parola scritta diventa voce, spazio di resistenza, mezzo di riscatto. Comunicare e scrivere, per chi è detenuto, è strumento vitale per riaffermare la propria identità, ricostruire legami con il mondo “fuori” rielaborare la propria storia personale. La scrittura rappresenta, quindi, un valore umano, educativo e sociale.  L’esercizio di questo diritto incontra, a volte, numerose limitazioni, spesso giustificate da esigenze di sicurezza e ordine interno. Recentemente si è acceso il dibattito pubblico riguardo alla censura di alcuni giornali scritti da detenuti, sollevando interrogativi sulla libertà di informazione e di espressione all'interno degli istituti penitenziari.

L'articolo 21 della Costituzione italiana sancisce il diritto alla libertà di espressione e di informazione. Tale diritto può subire limitazioni per motivi di sicurezza, ordine pubblico o disciplina interna. Il regolamento penitenziario (D.P.R. n. 230/2000) e l'ordinamento penitenziario (Legge n. 354/1975) prevedono che le comunicazioni in uscita o in entrata da parte dei detenuti possano essere soggette a controlli, ritardi o censure, soprattutto se ritenute "pericolose per la sicurezza o per l'ordine dell'istituto". La normativa permette la limitazione o il controllo della corrispondenza scritta e telefonica, e in alcuni casi anche dei colloqui visivi, specialmente per i detenuti sottoposti a regimi di alta sicurezza o al 41-bis. Recenti modifiche legislative hanno aumentato il numero di telefonate mensili consentite ai detenuti in media sicurezza, da quattro a sei, ciascuna della durata di dieci minuti. Tuttavia, l'accesso a strumenti di comunicazione moderni, come le email, rimane limitato e non uniformemente implementato nei vari istituti penitenziari. Nonostante i diritti sanciti, i detenuti spesso affrontano limitazioni nell'accesso all'informazione: l'uso delle email è stato avviato in via sperimentale in alcuni istituti, ma manca una regolamentazione uniforme che non crei disparità. La corrispondenza può essere sottoposta a visto di controllo da parte dell'amministrazione penitenziaria, con provvedimento motivato del magistrato di sorveglianza. Recenti notizie di cronaca hanno evidenziato casi di censura di alcuni giornali redatti in carcere, sollevando preoccupazioni sulla libertà di stampa e di informazione, episodi che hanno un impatto anche sui detenuti che vedono ulteriormente limitato il loro già ristretto accesso all'informazione.

 

Voglio ricordare il caso 'La Fenice' di Ivrea sospesa e scrutinata dalle autorità per contenuti critici. La vicenda ha spinto le istituzioni locali a convocare un consiglio comunale straordinario in carcere, sottolineando l'importanza di spazi di espressione. Il giornale Uomini liberi di Lodi censura diretta interna, mentre Papillon e Ristretti manifestano problemi di autocensura. Il fenomeno è preoccupante perché mina il diritto all’espressione e alla rieducazione dei detenuti. Non è il nostro caso, per fortuna. Da quando è venuto alla luce il giornale Oltre i Confini Beyond Borders, l’inserto allegato a Il Cittadino di Monza e Brianza, oggi al 25° numero, e la rivista Oltre i Confini Magazine, non abbiamo mai dovuto sottoporre alla Direzione del carcere i nostri articoli prima che andassero in stampa. Ogni numero viene progettato dalla nostra redazione che ne decide i contenuti in piena autonomia.

 

Il magazine rappresenta un ulteriore strumento di comunicazione che, oltre a dare voce a queste realtà spesso invisibili, favorisce la crescita personale dei detenuti attraverso esperienze di dialogo tra il carcere e la società. La rivista è quindi un luogo simbolico di libertà in cui la parola scritta assume un valore profondamente rieducativo e trasformativo perché, da un’esperienza di marginalità, possono esserci occasioni di rinascita. Oltre i Confini Magazine è molto di più di una semplice rivista: è una piattaforma di libertà espressiva, di reintegrazione e di giustizia riparativa. La cultura,

se è capace di restituire alla persona detenuta dignità, senso e opportunità di crescita, rappresenta una forma essenziale di umanizzazione della cura. La cultura deve essere considerata una componente fondamentale del benessere della persona detenuta: di sicuro è di contrasto alla disumanizzazione. Con la scrittura i detenuti affrontano emozioni complesse come la rabbia, il rimorso, la vergogna, ma anche la nostalgia, la speranza, l’amore, riportando dignità là dove spesso domina il pregiudizio: “poi all’improvviso ti viene voglia di scrivere e dimentichi il tempo aiutato dalla musica. Sposto il tavolo accanto alla porta a sbarre chiusa dalle 20. Scrivo alla luce del corridoio per non accendere quella della cella. Ed è la scrittura che all'improvviso riesce a lenire la mia malconcia solitudine e ho quasi la sensazione di stare bene”. (P. V)

         Nei lunghi anni di volontariato nel carcere di Monza ho avuto modo di incontrare tantissimi detenuti con i quali ho tessuto un filo d’Arianna con la scrittura e la poesia. Sono innumerevoli le testimonianze che ho raccolto e che custodisco in maniera indelebile. Patrice oggi ha riconquistato la sua libertà dopo alcuni anni di prigionia. La sua testimonianza, sul valore salvifico della parola, vale più di mille trattati: “la parola mi ha reso sempre vigore e meraviglia. Il riuscire a dare nuovi nomi alle cose di ogni giorno, osservandone le diverse angolature, ribattezzandole, magari, in un altro modo, mi ha incoraggiato molto. La parola qui dentro, diviene paradossalmente un seme di libertà: difende e grazia, smonta i pixel di questa irrealtà. Ho il mio corpo, lo vedo, come vedo i giorni che trasudano uno dopo l’altro ma se non avessi la parola cosa sarei? Un animale che ragiona per colori. Non è che la posseggo, la inseguo, certo, a volte fortunatamente l’afferro: è mia.”

      Patrice ha scoperto anche il valore della poesia: “bisogna avere un forte coraggio per scrivere, soprattutto per scrivere poesia perché è vietato dire bugie. Ci sono ancora alcune cose che non ho salvato fino in fondo perché sarebbe come tirarmi fuori il cuore e scagliarlo contro un duro muro. A volte non sono pronto a sanguinare affatto e così scrivo versi: vorrei poter contare le lacrime che ho pianto/ne farei fiume pieno di correnti per trascinare via brutti ricordi. / Vorrei poterle contare/ e dare ad ognuna un nome diverso. / Vorrei un fiore di lacrime/ staccarne un petalo dopo l’altro /farli seccare e comporre un profumo/giaciglio per anime sgualcite”.

                  La narrazione, la parola e la poesia diventano salvifiche, si aprono verso l’altro e, allo stesso tempo, verso una dimensione più profonda del sé. La scrittura e la poesia sono anche un gesto politico, rappresentano una delle forme più alte di resistenza umana: “è difficile scrivere qui perché si vive un tempo congelato e si deve imparare a trattenere le emozioni. Qui si diventa come un aereo di carta, fragile, che non può nemmeno cercare di volare”. (P.S.)

            Il carcere tende ad amplificare le emozioni, tutto viene percepito in modo alterato e questo può aggiungere dolore al dolore: “capita spesso di pensare, quando si viene chiusi la sera. Capita un magone che leva il respiro. Dalla mia finestra riesco a intravedere un tratto di superstrada. Guardo le luci delle auto sfrecciare e immagino diverse solitudini. L’odore di un’automobile, l’odore dell’asfalto umido”. (P.S.)

Le parole diventano spazio e significato, possono aiutare gli animi a riconciliarsi là dove tutto sembra perduto: “le parole macerano nella testa e, mature, appaiono. Io le raccolgo. A volte faccio in tempo, a volte meno. Scrivo la sera, sul tardi, quando gli altri dormono e, a parte il russare di qualcuno, qui domina il silenzio. Ed è nell’aria di questi momenti, che a volte, accade l’intuizione. Allora l’afferro e cerco di spiegarla al meglio sulla pagina. Alcune di queste parole sono scomode e crude, ma così vere. Ed è quello che ho sempre cercato negli altri, ferendomi di più. Siamo vivi per raccontare, ed è vita quello che dobbiamo raccontare”. (P.S.)

Scrivere in carcere è un atto rivoluzionario: ogni parola, ogni verso tracciati su un foglio sono forme di resistenza silenziosa dove nessuna sbarra può trattenere la forza di una parola che chiede ascolto.

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