Intervista a don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto minorile Cesare Beccaria di Milano e fondatore di Kayròs di Giancarlo d’Adda
GIOVANI: SOLI E CONSUMATI DALL’ANSIA DI
PRESTAZIONE
Don Claudio mi accoglie con quel sorriso aperto che è perenne sul suo viso dolce da persona serena, affabile. Ci incontriamo a Vimodrone nella sede di Kayròs, un luogo ospitale, confortevole dove tutti lo salutano con affetto. Lì ha la sua stanza. E la sua vita.
I giovani sono sotto tiro. Tanti provvedimenti legislativi sono rivolti quasi solo a loro: dall’anti-rave al decreto Caivano, dalle zone rosse al fermo preventivo. Dal suo osservatorio, “privilegiato”, cosa vede e cosa ne pensa?
I giovani sono parecchio sotto tiro. Al Beccaria da un paio d’anni i numeri sono più che raddoppiati. In Italia da poco hanno aperto tre nuove strutture per minori e quindi si è abbassato il sovraffollamento. Ma li hanno anche allontanati dalle loro famiglie, se le hanno, e dai loro luoghi di riferimento. Anche se il numero dei reati non è cresciuto poi così tanto, i reati sono più gravi: accoltellamenti, tentati omicidi. Ne consegue una maggiore paura collettiva. La risposta però è solo securitaria, cosa che, purtroppo, porta sempre consenso. Ma è vero che ci sono ragazzi non facili e il vissuto carcerario, anche gli istituti per minori sono diventati carceri, è traumatizzante per ragazzi che ci entrano a 14-15 anni. Il degrado che c’è è evidente: risse, proteste, violenze. E per loro il ricorso al carcere non è più l’extrema ratio ma è sempre più frequente. Prima si utilizzavano molto di più le misure alternative. Ma c’è anche un dato ancora più preoccupante: l’assenza quasi totale di strutture terapeutiche adatte agli adolescenti.
Dice che le comunità esistenti non sono all’altezza?
A mio parere non azzeccano il metodo. Molte comunità hanno applicato metodologie giuste per adulti e tossicodipendenti ma non per i giovani. E questo non permette un lavoro efficace. Il risultato è che molto ragazzi scappano. Non solo, tante chiudono perché non trovano personale. Il lavoro dell’educatore è molto difficile: è sottopagato, si devono fare turni di notte, lavorare nel weekend. E si deve avere una certa predisposizione. Fare l’educatore è quasi una vocazione.
Ci sono scuole che preparano a questo lavoro?
Ci sono le facoltà di scienza dell’educazione, ma sfornano laureati non preparati per il contesto carcerario e men che meno comunitario. Al Beccaria poi una parte degli educatori sono laureati in scienze giuridiche. Vuol dire che sono indirizzati a fare altro. Recentemente un ragazzo mi ha detto che questi fanno “interrogatori”, non colloqui. Quindi i ragazzi fanno fatica ad aprirsi. Sono pochi gli educatori capaci di entrare in relazione con questi ragazzi. In molti di quelli arrivati in questi anni prevale l’aspetto giudicante. Così i ragazzi che vivono una realtà di solitudine, hanno difficoltà a esprimere pensieri diversi da quelli che gli vengono dalla strada, lì dove prevale l’individualismo. Una parte dei nuovi educatori pensa che fare questo lavoro sia mettersi dietro una scrivania a redigere relazioni. Così i ragazzi non si sentono cercati.
Ascoltare, questo mi sembra l’aspetto fondamentale del suo lavoro. Quali sono le difficoltà?
Fondamentalissimo. Però, o sono i ragazzi stessi che si mettono in gioco, ma è difficile, altrimenti l’educatore fa fatica. Lui rappresenta l’autorità che vuol dire potere, comando. E i ragazzi questo l’hanno già provato in strada, in famiglia. Quindi si ribellano. Comunicare è difficile.
Il tredicenne che tempo fa ha accoltellato la sua professoressa, tra le altre cose ha dichiarato che, per via della sua dislessia, si è sentito isolato in classe. Anche la scuola, gli insegnanti, hanno responsabilità?
Non conosco il contesto, i fatti. Con c’è dubbio che la vittima sia la professoressa, ma questi ragazzini che hanno disturbi dell’apprendimento spesso in classe si sentono esclusi, vittimizzati, sono etichettati. Se non si mettono in atto strumenti educativi efficaci vuol dire semplicemente stigmatizzarli. Poi esplodono e le forme possono essere le più varie. La famiglia ha molte responsabilità, ma anche la scuola ne ha, la scuola è la prima società. Lì nessuno parla di dinamiche di gruppo. E se in quel contesto, dove i ragazzi si fanno le loro regole, ci sono prevaricazioni, bullismo e se nessuno se ne accorge, cosa peraltro non facile, i problemi si ingigantiscono. Lo stesso accade al Beccaria e in parte anche qui da noi, a Kayròs.
Cosa si dovrebbe fare?
Anche a scuola ci dovrebbero essere educatori che affianchino gli insegnanti. Questi devono fare il loro mestiere: insegnare. C’è invece bisogno di psicologi e assistenti sociali. Di figure che accompagnino la classe nell’apprendimento e nell’aiuto reciproco. Ci sono bravi insegnanti, ma la burocrazia, i protocolli ostacolano, frenano. Ho avuto ragazzi che dalla scuola sono passati direttamente in carcere e nonostante che il diritto allo studio valga anche lì l’iter si è bloccato e la preside non è stata disponibile a seguirli.
In un rapporto di Save the Children leggo che nei minori da 14 a 17 anni le rapine sono passate da 1921 nel 2014 a più del doppio nel ‘24; le risse da 433 a 1021; il porto abusivo di armi da 690 a 1946. Come se lo spiega?
Da una parte l’identità del criminale è identità di forza, di potere e la rapina è forza. Ma questa forza si innesta in giovani fragili che magari sono stati vittime di bullismo. Dall’altra hanno bisogno di soldi o per la famiglia e allora si sentono il dovere di provvedere a sostenerla, oppure l’altro grande tema è il consumo di sostanze e queste costano.
Perché adesso più di prima?
Proprio perché il consumo di oggi è legato all’ostentazione del potere: sono droghe euforizzanti. E in certe serate va di moda consumarle.
Ma non costano meno di un tempo?
Sì, ma sono di una qualità peggiore. Di conseguenza la quantità consumata è aumentata. Tanto che ci sono ragazzi che quotidianamente si fanno. Allora si cercano sostanze nuove, più eccitanti. Tendenzialmente poi i ragazzi, per rimediare alla depressione, le prendono per stare tranquilli, per non pensare. Non sono abituati a dominare le emozioni. Dietro hanno storie difficili, anche se non si deve dare sempre colpa alla famiglia. È che questi ragazzi non si sentono mai all’altezza dei propri pari, del gruppo. C’è competitività. E quindi subentra lo stress e le droghe servono ad attenuarlo. E il consumo è fortissimo. Anche di psicofarmaci che girano nella clandestinità.
D’accordo, non diamo sempre colpa alla società e alla famiglia. Ma il modo di vivere di oggi qualcosa conterà. O no?
Questi sono ragazzi che non hanno principi, non hanno prospettive. Vivono nell’immediato, alla giornata. Anche un reato si consuma in un istante. E loro non hanno percezione della gravità di quello che fanno, delle conseguenze. Nei reati minorili non c’è mai la premeditazione. La progettualità è una cosa lontana da loro. Quindi bisogna saper interagire con loro nel momento, nell’immediato.
Se questa è la situazione possiamo mettere solo dei tamponi, delle pezze?
Bisogna educare l’adulto. L’adulto è quello che manca. I bulli sono gli adulti. Molti ragazzi me lo dicono: l’adulto è quello avvertito come giudicante, sprezzante. Abbiamo elevato troppo la competitività. Quindi l’ansia da prestazione li divora.
Commettono reati poi li filmano e li fanno girare sui social. Ma sono matti?
Pensano: mi espongo perché la visibilità che non mi è data per vie normali la produco io facendo cose eclatanti e le metto sui social. Vuol dire che molti ragazzini non si sentono visti, non presi in considerazione.
Certo che se la risposta è tutti in galera e buttiamo via la chiave …
Nel suo libro Pagano (Luigi Pagano, storico direttore di San Vittore, ndr) dice che se il carcere fosse come dovrebbe essere, e come è scritto nella Costituzione, volto alla rieducazione, diciamo che potrebbe servire. Ma oggi non è così. Neanche il Beccaria. Lo era una volta. La situazione è peggiorata da quando i giovani dai 18 ai 25 anni sono stati trasferiti nelle carceri “dei grandi”. Queste non sono pronte ad accogliere, con lavoro, studio e attenzione quelli che sono ancora degli adolescenti. Ci sono ragazzi che passano tutta la giornata nelle celle a dormire.
Parliamo del Beccaria. Com’è la situazione?
Il mio compito è di ascoltare i ragazzi e di prepararli all’uscita. Così io dialogo, a volte in modo profondo altre meno. E poi li soccorro al momento della fragilità. Quando, tempo fa, uno ha tentato di impiccarsi per fortuna ero lì e si è evitato il peggio. Quindi si cerca di parlare, di capire, di entrare nelle loro storie. C’è poi l’aspetto tipicamente da prete. Ci sono ragazzi che si confessano pure e fanno domande su Dio.
Parla anche con gli agenti?
Certo. Tanti di loro sono molto giovani, inesperti, soprattutto della vita. Sono anche loro carcerati. Molti sono costretti a vivere nella caserma del Beccaria perché a Milano non possono permettersi una casa in affitto.
Parliamo dell’inchiesta in cui è implicato (tra il 2021 e il 2024 ci sono stati episodi di violenza all’interno del minorile e don Claudio è tra gli indagati per omessa denuncia, ndr). A che punto siamo?
Sono stato interrogato all’inizio dell’indagine, poi non ho saputo più nulla. Dai giornali ho appreso che, forse, anche io e don Gino (don Gino Rigoldi precedente cappellano del Beccaria, ndr) siamo indagati, ma non mi è mai arrivata una notifica. L’ipotesi è che io e don Gino non potessimo non sapere. Sia chiaro: la domanda è legittima perché, senza giustificare nulla, da che mondo e mondo, si sa che nelle carceri è sempre volato qualche schiaffo, c’è sempre stata qualche situazione di contenimento fisico. Che poi siano avvenuti addirittura episodi di tortura ha sconvolto anche me. Ma davanti a miei occhi mai. E i ragazzi coinvolti hanno dichiarato che a me non hanno mai detto nulla. Questo mi dispiace.
Si
è domandato perché?
Succede anche all’interno della comunità. Se parli di certe cose con uno che è dentro passi per uno sfigato. E poi, ed è la cosa peggiore, per loro il carcere è violento e quindi quei fatti non erano poi così gravi da dovermeli raccontare. Uno me l’ha girata così: “alla fine ce lo meritiamo”.
Strana come risposta. No?
Questo me lo ha detto uno solo, ma tanti dicono: in fondo noi siamo quelli sbagliati. Da una parte c’è la coscienza di cosa si è e si fa, dall’altra c’è una non chiarezza su cosa è giusto e cosa è sbagliato. Sono così abituati a fare cose sbagliate che non ritengono la punizione una cosa così grave, anche nei loro confronti.
E Kayròs?
A Kayròs arrivano ragazzi in misura cautelare o appena arrestati o dal Beccaria e poi vanno verso quello che si chiama messa alla prova con verifiche del loro comportamento. Poi tendenzialmente rientrano a casa, se ce l’hanno, altrimenti mettiamo a loro disposizione alcuni appartamenti, qui e in giro per la città, dove si autogestiscono ma con un tutore che li segue.
Oltre a questo, che non è poca cosa, che fate per questi ragazzi?
Cerchiamo soprattutto di dare loro una formazione: scuola e lavoro. All’interno con l’alfabetizzazione dei ragazzi stranieri, poi li accompagniamo perché acquisiscano i diplomi di terza media e delle superiori. Per quanto riguarda il lavoro abbiamo una serie di tirocini alcuni qui dentro altri fuori. C’è chi è assunto a tempo indeterminato. Abbiamo anche attività come teatro e poi la musica che qui ha una grande importanza.
Avete uno studio di registrazione, giusto?
Sì. E l’anno prossimo apriremo un centro musicale con diverse sale di registrazione e sale prove con un importante finanziamento della Siae. Sempre in funzione educativa. All’inizio è stata prevalentemente musica crack, rap e trap, adesso i ragazzi si aprono ad altri generi. La musica è fondamentale dal punto di vista terapeutico: i ragazzi buttano fuori le loro storie, le loro emozioni. Imparano a suonare, a cantare, altri imparano a fare il fonico, il produttore, il videomaker. Abbiamo anche un’etichetta la Kayròs Music gestita da un ex ragazzo della comunità.
Mi ha dato il là per parlare di Baby Gang (il rapper Zaccaria Mouhib, ndr). L’ho incontrato in carcere, mi è sembrato uno di sostanza. Lei lo conosce bene. Che giudizio ne dà?
Ha una storia tremenda, solite dinamiche: case popolari, mancanza del padre, vita da strada. Lì si respira una cultura malavitosa fatta di spaccio, rapine, soldi. Che gli si è attaccata addosso. Dopo il Beccaria è venuto qua e ha iniziato a fare musica. Ha superato la messa alla prova, ha pagato per tutti i reati giovanili.
Pensavo che dopo essere stato a Kayròs fosse cambiato. Invece …
Eh no. Gli ultimi fatti che lo riguardano hanno sempre a che fare con la violenza. Le armi. Da esibire in video. E da postare sui social.
È accusato anche di violenza verso la sua ragazza. La cultura da strada contempla anche questo? Conosce questo lato del suo carattere?
Un’accusa tutta da vedere. Qui non ha mai avuto comportamenti del genere pur essendo circondato da educatrici e volontarie. L’atteggiamento verso le donne è un’americanata. È il loro linguaggio. La parola Bitch (cagna, prostituta, ndr) è un intercalare. Il femminile è un tema molto complesso. Pensiamo solo all’importanza della mamma nella loro cultura. Ma non è solo di stampo arabo. È la nostra stessa. Cultura. Anche da noi non è che sia cambiato molto. È la concezione non della donna, ma del potere maschile che si afferma in un certo modo. Una cultura difficile da estirpare e che i ragazzi, anche in carcere, respirano da sempre.
Nel suo ultimo libro Non vi guardo perché rischio di fidarmi lei parla del tradimento di Giuda in modo originale. Me lo vuole spiegare?
Giuda aveva una visione politica e pensava che Gesù fosse il liberatore, qui in terra. È deluso dal suo comportamento, lo ritiene un debole e tradirlo è uguale a spronarlo. Come i ragazzi che nella loro incoscienza non si fidano dell’adulto e neanche tra loro. E il tradimento è un modo di rapportarsi perché non accettano le persone deboli.
Ecco, la fiducia. Ottenerla da questi ragazzi, oltre che dedicarsi all’ascolto, è uno dei cardini del vostro programma. Come fate a conquistarla?
Non è facile avere la fiducia dei ragazzi. È un lungo percorso: loro arrivano a fidarsi se ci si comporta in modo coerente, se si è credibili. Allora si aprono. Per conquistare fiducia innanzitutto si deve dare fiducia. In carcere questo è più difficile. Lì vige Chronos, vince il passare del tempo, Kayròs invece è la speranza di un cambiamento. Quando sei ristretto cosa puoi fare? In carcere sei bullizzato, represso, vessato e devi difenderti. Ho visto ragazzi entrare agnelli e uscire lupi. In comunità invece c’è la libertà di decidere cosa vuoi fare. Se vuoi fare un passo avanti qui lo puoi fare.
Che giudizio dà del vostro lavoro?
Ci sono stati tanti momenti difficili, ma
sono contento di quello che facciamo. C’è chi si è fatto una famiglia, chi si è
laureato. Alcuni fanno gli educatori qui da noi. Adesso c’è uno bravissimo
nella scrittura. Sta mettendo giù la sua autobiografia.
Chi sono i ragazzi di oggi, quelli che vengono in comunità?
Adesso ci sono tanti giovanissimi, quelli delle baby gang. Ci sono situazioni non facili da seguire. Quello che sconvolge è che tra loro non c’è solidarietà. Il motto è: faccio i cazzi miei. Il vero tema è l’individualismo. Rompere la corazza che si sono costruiti è difficilissimo. Si riesce dopo un bel po’ di tempo. Prima ho raccontato di quel ragazzo che ha tentano il suicidio, ebbene vicino c’erano due che commentavano sarcastici: “cosa vi sbattete, tanto è già morto”. Parole tremende che non aveva mai sentito prima. Un tempo tra loro c’era più solidarietà. Adesso hanno paura uno dell’altro. Anzi cercano pure di usare l’altro. La nostra difficoltà sta nel far capire e dimostrare quanto è, diciamo così, utile stare insieme. Ma col tempo ce la facciamo.
Cosa ne pensa della giustizia riparativa?
Ci sono episodi, ma sono pochi. I ragazzi non hanno l’idea che il conflitto si possa sanare. È complicato. Quando ho iniziato, più di 20 anni fa, era più semplice. Erano più strutturati, più intelligenti, più schietti. Erano i veri bulli. Non delinquenti. Si riusciva a interagire. Non erano nascosti, anzi ostentavano i loro sentimenti. Adesso sono chiusi ed è difficile farli aprire. E poi sono giovanissimi. Che hanno assunto codici prettamente mafiosi. Parole come infame, omertà sono diffuse.
Lei comunque mi sembra ancora fiducioso. È il suo spirito cattolico?
La mia fiducia viene dalla pratica. Dai risultati. Certo anche dalle mie convinzioni religiose. Ma i ragazzi, i ragazzi sono la speranza. Io ho fiducia.
Abbiamo finito. Don Claudio mi porta a fare un breve giro di Kayròs. È una struttura semplice, organizzata, pulita. Do uno sguardo al famoso studio di registrazione. Poi, fuori, al campetto di calcio e basket. Ci si vede don Claudio. Grazie.
L'articolo è stato pubblicato sulla rivista Oltre i Confini Magazine - luglio 2026. Direttore responsabile Antonetta Carrabs www.zeroconfini.it
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