IL CARCERE FA BENE ALLA SALUTE UN PARADOSSO CHE FA MALE di Giancarlo D'Adda
Ci sono persone che quando arrivano in
carcere hanno qualcuno che li visita, prescrive loro le medicine di cui hanno
bisogno o anche una risonanza. Cose di cui non hanno mai sentito parlare.
Iniziamo con un paradosso: a differenza di quello che si pensa, oggi il carcere, purtroppo, è un’occasione di cura per tantissime persone che fuori non ne hanno mai avuto accesso. Lo dice Giovanni, medico a san Vittore che, assieme alla collega Francesca, incontriamo nell’intervallo di mezzogiorno in un piccolo bar vicino al carcere storico di Milano. Questi non sono i loro veri nomi. L’anonimato è d’obbligo visto il tema e il clima che aleggia tra le alte mura di piazza Filangeri 2. Come nelle carceri di tutta Italia.
Ma chi sono queste persone che non hanno mai visto un medico e che in carcere invece vengono curate?
Giovanni. A san Vittore ci sono tantissime persone con problemi psichiatrici che fuori non vengono prese in considerazione o che hanno interrotto le cure. Poi ci sono i poveri di Milano e gli anziani lasciati soli, magari con problemi di demenza. Infine, una marea di tossicodipendenti che fuori hanno centomila problemi: trovare da mangiare, avere un tetto sopra la testa sono le loro prime necessità, curarsi lo lasciano sempre indietro. Persone che quando arrivano in carcere hanno qualcuno che li visita, prescrive loro le medicine di cui hanno bisogno o anche una risonanza. Cose di cui non hanno mai sentito parlare. Oltretutto qui non hanno niente da fare e hanno un medico che li prende in carico.
Garantite un minimo di assistenza, quindi.
Giovanni. Garantiamo più di un minimo perché riusciamo a effettuare indagini, per esempio una Tac urgente, in tempi relativamente brevi. Questo vale soprattutto per chi fuori non ha documenti, non ha un medico di base. Gli stranieri, che a san Vittore sono più dell’80 per cento dei reclusi, fuori hanno una grande difficoltà di accesso alle cure. Paradossalmente qui per loro è più facile.
Ma non sarà tutto rose e fiori?
Francesca. No, perché poi ci sono tanti ostacoli. Essendo un luogo dedicato a tenere chiuse le persone e non alla cura, fare il nostro lavoro non è facile. Per esempio, ci sono difficoltà ad andare in ospedale per accertamenti di secondo livello. E se c’è un’urgenza il malato non rinviabile “ruba” il posto a chi è in lista quel giorno. Altro problema sono gli specialisti che non sono ansiosi di venire in carcere a fare visite avendo altri lavori e uno studio. Qualche volta ci sentiamo un po’ un impiccio sia per l’ospedale sia per il carcere. Siamo in mezzo.
Voi quanti siete e da chi dipendete?
Francesca. Siamo tanti, quasi tutti liberi professionisti. Tutti abbiamo altre attività all'esterno e dipendiamo dall’ospedale san Paolo quindi dal ministero della Salute, non da quello della Giustizia com’era una volta. Questo ci fa essere un po’ percepiti come degli ospiti all’interno del carcere, ma ci permette maggiore indipendenza
In carcere chi sono soprattutto le persone che hanno problemi di salute?
Giovanni. Tante quelle che hanno problemi di droga e sono qui perché commettono reati per procurarsela o perché commettono reato mentre sono sotto l'effetto di sostanze. In carcere arrivano persone sulle quali ha fallito la scuola, ha fallito la famiglia, ha fallito il sistema sanitario che non le ha prese in carico. Un po' ha fallito anche la giustizia perché alcuni vengono a scontare pene per reati commessi molto tempo prima, magari da giovani e ce poi sono costretti a lasciare fuori mogli e bambini. E noi raccogliamo i pezzi. Dopo aver fatto la nostra diagnosi dovrebbero uscire e scontare la loro pena fuori, in comunità per dipendenze, ma per mancanza di posti restano qui. Anche se questo non è un luogo di cura.
Ci sono anche tanti malati psichici?
Francesca. Certo. E anche questi non ha senso che restino in carcere. Solo che, anche per loro, il posto fuori nelle comunità, non c’è ed è anche il motivo per cui arrivano qua. Purtroppo per loro spesso non c'è più posto neanche nelle famiglie, distrutte dalla sofferenza provocata dall'assistere da soli i loro cari con problemi di malattia mentale. Tutte quelle strutture li possono rifiutare, il carcere no. La mancanza di luoghi adeguati a curare i loro disturbi c’è anche dopo che hanno finito di scontare la pena. Pure di RSA (residenze socioassistenziali) ce ne sono poche disposte ad accogliere, soprattutto un ex detenuto. A San Vittore abbiamo persone anziane con demenza che stanno tutto il giorno a fare poco o niente perché i progetti di riabilitazione non sono sufficienti per tutti, ma che comunque fuori non hanno più niente, né famiglia né casa. E così peggiorano. Ci sono realtà per cui, paradossalmente, piuttosto che stare in strada, è meglio stare qui dentro dove mangi, hai le medicine, un letto. È una cosa tristissima e spietata, ma è la realtà. Il problema è fuori, è nella città che respinge, che li mette ai margini. Così il carcere diventa una sentina dove tante persone vengono depositate.
Com’è strutturato il lavoro sanitario a san Vittore?
Francesca. Siamo divisi tra medici di reparto e di guardia. Poi ci sono gli specialisti ospedalieri che vengono in specifiche giornate. Ci sono sempre medici che vanno e che vengono e che di solito fanno una esperienza per qualche anno.
L’infermeria funziona bene?
Giovanni. Sì, ma è deficitaria. Non solo per il sovraffollamento: far fronte ai bisogni di 1.100 detenuti è impossibile. Anche perché ci sono problemi strutturali enormi.
D'inverno spesso manca
l’acqua calda, invece l’anno scorso d’estate c’era solo quella. Poi il sistema
energetico non regge, per cui nei mesi estivi non si possono far funzionare
contemporaneamente i ventilatori in ogni cella. D’inverno il riscaldamento non
sempre funziona. San Vittore è una struttura vecchia. Tutte le sezioni ne
soffrono. Quindi anche l’infermeria.
Come giudicate l’insieme del vostro servizio, medici e infermieri?
Francesca. Questo è un posto penalizzante, frustrante, sei sempre in contatto con persone difficili. Quindi o tu hai una vocazione, un ideale forte, oppure vivi male. Il rischio di stress da lavoro è alto e anche il rischio di abituarti alla bruttezza o alla violenza. Mentre l'ospedale è riuscito ad aumentare la copertura medica con giovani medici, spesso in specialità, il reclutamento di infermieri invece è un problema. Non solo qui, anche in ospedale, dappertutto. Perché sono pochi, quindi sono ricercati e contesi. Ma sono comunque mal pagati. Molti se ne vanno all’estero dove hanno paghe superiori alle nostre.
Quanta gente curate ogni giorno? Medicine ne avete a sufficienza?
Francesca. Tanta. Gli accessi giornalieri in quella che possiamo paragonare a una guardia medica sono circa un centinaio. Poi nei raggi gli interventi saranno una trentina. Sono quelli che vengono in infermeria, da noi medici. Le medicine non mancano. Abbiamo anche una convenzione con il Banco farmaceutico, ente che recupera farmaci da aziende e donatori e li distribuisce a migliaia di strutture caritatevoli. Loro ci forniscono integratori, creme dermatologiche, farmaci da banco. È una grande risorsa.
Quali sono le patologie più frequenti qui dentro?
Giovanni. I malati psichiatrici sono tanti. Quotidianamente accedono in carcere quattro o cinque psichiatri, che però si occupano soprattutto di gestire emergenze e hanno poco tempo per i cronici. Hanno da fare. Poi ci sono tantissimi tossicodipendenti. C’è il SerT interno che si: occupa di loro. Fanno l’esame del capello, usano medicine sostitutive delle droghe. Ci sono anche quelli che hanno dipendenza da farmaci come Lyrica, Rivotril, quei farmaci che sono un po’ le droghe dei poveri, quelle che girano in Stazione centrale. Per loro non esiste una diagnosi codificata per i dipendenti da queste sostanze. Quindi non possono accedere alle misure alternative, non hanno la certificazione, non hanno nulla. Infine, ci sono tanti che soffrono di malattie infettive come epatite C, Hiv. Sono persone trascurate, sbandate che se le beccano tutte da giovani.
E chi ha bisogno di una protesi?
Francesca. Ci sono una serie di difficoltà perché per avere diritto a una protesi serve un certificato di invalidità. Spesso però ci sono persone che non hanno documenti. Allora ricorriamo a tutta una serie di escamotage. Recentemente siamo riusciti a mettere la protesi del braccio a un ragazzo che era entrato senza.
Tutte queste persone che hanno seri problemi di assistenza medica, quando escono voi riuscite a seguirli, a piazzarli da qualche parte?
Francesca. No, purtroppo questo è un dramma. È difficilissimo, soprattutto per quelli che non hanno una casa. Abbiamo avuto diverse persone con demenza a cui non potevi dare il nullaosta per lasciarle uscire. Ma non abbiamo trovato nessuna Rsa disposta ad accettarle. Non ti dico per le Rsd, le residenze per disabili. Qui dentro vediamo anche persone che non sono messa bene cognitivamente, ma non hanno diagnosi certe. Non parliamo degli stranieri: come fai a fare loro test cognitivi che parlano solo arabo? Tutte persone che restituiamo alla strada in attesa che ritornino. E quando tornano sono più compromesse di prima.
Non avete mediatori linguistici?
Francesca. Ne abbiamo uno solo che parla arabo, ma qui ci sono persone di tutte le lingue. Per cui usiamo come traduttori i concellini. Per fortuna c’è un africano, che però è in carico alle educatrici, quindi non a nostra disposizione sempre, che conosce tante lingue e dialetti e ci dà una mano.
Prima avete accennato al problema dei migranti. Molti sono giovani. Che ne è di loro?
Giovanni. Anche di questo volevo parlare. Tenere queste persone qui un anno, due è totalmente inutile. Generalizzando, ce ne sono di due tipi: quelli che fuori lavorano magari nei mercati, fanno i rider, ma sono irregolari che fanno qualche sbaglio e quelli che spacciano o commettono reato per comprare le sostanze. Per entrambi la carcerazione è tremenda: sono persone che non hanno un obiettivo. E quando escono ritrovano la vita di prima fatta di privazioni e di miseria. Anche se qui si fanno mille attività per coinvolgerli e dare loro un senso dimostrando che al mondo c’è qualcuno che tiene a loro, quando escono tutto ciò finisce, tornano in strada. E loro lo sanno. E poi c’è il tema del razzismo che scatena risse e prevaricazioni. C’è fuori e anche qui dentro.
Ma il problema dei giovani, specie immigrati, è più generale.
Giovanni. Certo. Io dico: il problema della gestione dell’emotività, dell’aggressività, dell’impulsività nei giovani, nessuno l’affronta, nessuno insegna come trattarli. A cominciare dalla scuola. Qui arrivano quelli con le situazioni peggiori, ok, ma è una condizione generale. È un problema sociale.
Voi lavorate in una struttura complessa e anche molto particolare, chiusa per definizione. Prima mi dicevate che vi sentite un po’ prese in mezzo. Com’è il vostro rapporto con tutti quelli che lavorano a san Vittore?
Francesca. Lavoriamo bene in emergenza, poi quando non ci sono emergenze le differenze di impostazione e di obiettivi si sentono. Anche per gli agenti è dura: spesso sono i primissimi a intervenire se c'è un episodio di autolesionismo, ma non hanno nessuna preparazione specifica. E anche loro corrono il rischio di abituarsi alla bruttezza.
È passata un’ora e il lavoro chiama. Non sono riuscito neanche a pagare il caffè. Sono generosi per costituzione. Dentro e fuori. Mi sa che ci rivedremo presto. Sono tante le cose da farmi raccontare.
* contributo pubblicato sulla rivista Oltre i Confini Magazine- Voci e storie dal carcere di Monza. Direttore responsabile Antonetta Carrabs
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