IL CARCERE DIMENTICATO: SENZA RIEDUCAZIONE NON C’È SICUREZZA di Fabrizio Benzoni, Parlamentare, Vicepresidente Azione





Non è semplice, oggi, parlare di carcere in politica. È uno di quei temi che sembrano condannati a vivere soltanto agli estremi: da una parte il “liberi tutti”, dall’altra il “buttiamo via la chiave”. Nel mezzo, spesso, non resta spazio per un ragionamento serio, umano e insieme rigoroso. Eppure è proprio nel mezzo che la politica dovrebbe stare.

Mi sono avvicinato al tema del carcere lentamente, visita dopo visita, incontro dopo incontro. Non per ideologia, ma perché, entrando negli istituti penitenziari italiani, ho capito una cosa molto semplice: il carcere non è un mondo separato dalla società, ma ne è lo specchio.  Soprattutto il carcere è uno dei luoghi in cui si misura davvero la credibilità dello Stato.

Nelle mie visite ho parlato con detenuti, direttori, educatori, operatori sanitari, volontari e agenti della polizia penitenziaria. Ho ascoltato storie molto diverse tra loro, ma accomunate spesso dallo stesso senso di sospensione: persone ferme in un tempo immobile, strutture che fanno fatica a reggere il peso umano e organizzativo che viene scaricato al loro interno. E poi ci sono i numeri, quelli dei suicidi, quelli del sovraffollamento. Negli ultimi mesi si sono tolte la vita persone molto diverse tra loro: un ragazzo di 27 anni ancora in attesa di giudizio, un detenuto, un agente della polizia penitenziaria. Ogni volta il dibattito pubblico, lo scandalo, dura poche ore: poi tutto torna nel silenzio. Ma quando si suicida un detenuto e quando si suicida un agente non stanno fallendo “due parti contrapposte”. Sta fallendo lo stesso sistema. Ed è questo che continuo a pensare ogni volta che entro in un carcere: non possiamo affrontare tutto questo con slogan, come purtroppo si continua a fare.

Da mesi il dibattito pubblico sulla sicurezza sembra ridotto a una rincorsa continua all’aumento delle pene e all’idea che il carcere possa essere semplicemente il luogo dove nascondere tutto ciò che la società non vuole vedere. Ma più persone in carcere non significa automaticamente più sicurezza. Soprattutto se quelle persone vengono rinchiuse in strutture sovraffollate, senza percorsi educativi e lavorativi adeguati. Lo vediamo anche nel sistema della giustizia minorile, che negli ultimi anni sta vivendo una pressione crescente. Gli istituti penali per minorenni registrano un aumento costante delle presenze, mentre si afferma sempre di più un approccio che risponde al disagio giovanile quasi esclusivamente attraverso l’inasprimento delle misure detentive.

Nel frattempo si stanno indebolendo proprio quegli strumenti che potrebbero ridurre davvero la recidiva. Una recente circolare del DAP ha centralizzato a Roma le autorizzazioni per molte attività educative, culturali e ricreative negli istituti con sezioni di alta sicurezza. Il rischio denunciato da garanti e operatori è semplice: più burocrazia, meno attività, meno relazioni con l’esterno. Ed è una scelta profondamente sbagliata, perché il carcere oggi avrebbe bisogno di più scuola, più formazione, più cultura, più lavoro. Abbiamo visto episodi simbolicamente molto gravi anche a livello locale. A Brescia e Modena è stata negata la possibilità di svolgere all’interno del carcere le tradizionali sedute delle commissioni dedicate alla relazione delle garanti dei detenuti. Segnali che vanno tutti nella stessa direzione: un carcere sempre più chiuso e distante dalla società civile.

Io credo invece l’opposto. Credo che parlare di rieducazione non significhi essere deboli con chi sbaglia, ma prendere sul serio il tema della sicurezza. La domanda vera è semplice: cosa vogliamo che accada quando una persona esce dal carcere? Perché prima o poi quel momento arriva e noi abbiamo due possibilità: lasciare che qualcuno esca più arrabbiato, più marginale e quindi più incline a tornare a delinquere; oppure creare le condizioni perché possa davvero ricostruire la propria vita.

È da questa convinzione che nasce anche “Liberi di ricominciare”, il format che porto in giro per l’Italia e che mette al centro proprio il tema del reinserimento lavorativo. L’idea di fondo è molto concreta: senza lavoro non esiste un nuovo inizio. E senza un nuovo inizio troppo spesso esiste soltanto il ritorno alla criminalità. Il lavoro non è semplicemente un’attività da svolgere durante la detenzione. È identità, responsabilità, autonomia, dignità. È la possibilità di immaginarsi fuori dal carcere in modo diverso. Per questo considero il lavoro penitenziario uno degli strumenti più importanti di sicurezza sociale che abbiamo. E invece, troppo spesso, nelle carceri italiane il lavoro resta insufficiente, frammentario, scollegato dal mondo reale. È qui che la politica dovrebbe investire molto di più: formazione professionale, collaborazione con le imprese, percorsi concreti di inserimento lavorativo. Perché una persona che acquisisce competenze, che lavora e che riesce a immaginarsi un futuro legale ha molte meno probabilità di tornare a delinquere.

La nostra Costituzione dice che le pene devono tendere alla rieducazione del condannato. In quella frase non c’è buonismo: c’è una visione concreta della sicurezza. Perché uno Stato è davvero forte non quando si limita a punire, ma quando riesce a ridurre la recidiva, a ricostruire legami sociali e a impedire che il carcere diventi soltanto una fabbrica di nuova marginalità. Ignorare tutto questo può forse produrre consenso immediato, ma non produce una società più sicura.


L'articolo è stato pubblicato sulla rivista Oltre i Confini Magazine - luglio 2026.  Direttore responsabile Antonetta Carrabs

www.zeroconfini.it 

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