Amnistia? Non ho molta speranza di don Tiziano Vimercati cappellano del carcere di Monza
Chi frequenta il carcere si sarà sentito rivolgere spesso queste domande: è vero che stanno per concedere l’amnistia? È iniziato l’Anno santo e Papa Francesco ha chiesto qualche gesto di clemenza per i detenuti, qualche forma di amnistia o di condono della pena: lo ascolteranno? In questi giorni: anche il nuovo papa Leone XIV porterà nel cuore noi carcerati e chiederà un indulto o un’amnistia?
Mi pesa essere sincero con loro perché le
dichiarazioni dei politici al governo finora escludono decisamente atti di
clemenza. Si parla solo di certezza della pena, di nuovi reati (altri però
cancellati), di inasprimento delle pene, della costruzione di nuove carceri.
Qualche volta anche parole che promettono scelte interessanti e a mio parere
giuste, ma che stentano troppo a realizzarsi. Penso alle persone
tossicodipendenti o ai soggetti psichiatrici: non basta dire che non dovrebbero
stare in carcere ma accolti in una comunità terapeutica. In realtà, in carcere,
continuano a rimanerci.
Ho riletto con attenzione le parole che papa
Francesco ha scritto nella Bolla di indizione del Giubileo dell’Anno 2025: Propongo ai governi che nell’Anno del
Giubileo si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o
di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé
stesse e nella società.
Il
carcere è il luogo dove è facile perdere la speranza, dove ci si rende conto di
qualche sbaglio commesso, o di uno stile di vita del tutto sbagliato. Per tutti
dovrebbe essere il momento in cui si compie una scelta di rottura con il
passato. Per fare questo occorre avere fiducia, intravedere un cammino, che
potrà essere anche molto complicato, ma che promette una via d’uscita. Ma, dice il Papa,
dobbiamo aiutare le persone a recuperare
fiducia in sé stesse e nella società.
Cosa molto difficile quando la persona che sbaglia viene come segnata da
un sigillo che si porterà per tutta la vita, e che potrà rendergli difficile
ogni scelta che farà perché la società non è ben disposta verso chi è stato in
carcere.
Le parole di immediata
comprensione sono chiaramente amnistia e
condono della pena: è quanto i
carcerati sperano e chiedono, anche se con sempre meno speranze (e per adesso
non hanno tutti i torti). Il Papa scrive anche: si assumano iniziative che restituiscano speranza. Si tratta di
trasformare il carcere in un cammino di rieducazione, in un tempo dove si
rispettano le persone recluse, i loro diritti fondamentali, dove si aiutano a
ritrovare la dignità perduta, o addirittura a scoprirla per la prima volta. Questo
credo sia lo spirito della nostra Costituzione, articolo 27, dove è affermato
con estrema chiarezza che Le
pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e
devono tendere alla rieducazione del condannato. Da qui dovrebbe partire una
necessaria e anche urgente riforma del sistema carcerario. È una delle sfide
più complesse, difficile da attuare, perché si scontra con una mentalità che
non tiene troppo in conto la finalità educativa della pena; con la politica,
che dovrebbe volare alto, ma che percorre la strada soprattutto del punire,
restia nel concedere atti di clemenza forse perché i calcoli elettorali lo
sconsigliano; con un’opinione pubblica propensa a punizioni dure ed esemplari,
soddisfatta quando avviene e pronta a scandalizzarsi quando le condanne
sembrano miti (naturalmente senza sapere niente di come in realtà stiano le
cose) e purtroppo anche con il comportamento di troppi detenuti che
collezionano una condanna dopo l’altra, facendo del male a tanti cittadini.
Un’opinione pubblica che però si dimentica facilmente i doveri che lo Stato
comunque ha nei confronti dei cittadini detenuti. Togliere la libertà a una
persona è cosa terribilmente seria e deve essere fatta con estrema cautela,
come ultima opzione. A cui però non si dovrebbe aggiungere nessun’altra pena
aggiuntiva, nessun altro diritto dovrebbe essere leso. Pensiamo a cosa avviene
quando si arresta una persona, oltre alla perdita della libertà: è come se si
arrestasse un’intera famiglia. Dolore e vergogna cambiano la vita
per quella famiglie. Dove ci sono figli piccoli diventa un dramma: un trauma
che non li abbandonerà per tutta la vita. E da quel giorno i rapporti
diventeranno complicati, scarsi, spesso mal gestiti, con poche telefonate a
disposizione. Si devono poi fare i conti con l’ormai cronico sovraffollamento,
che rende la convivenza problematica (qui a Monza a fronte di 411 posti
disponibili le presenze sono ormai costantemente attorno a 730). Con strutture
spesso fatiscenti e inagibili. Una lentezza in tutto che esaspera, risposte che
arrivano fuori tempo massimo e domandine di cui si perde la traccia. Questo avviene nonostante
la buona volontà e l’impegno di molti, personale, educatori, operatori e
volontari che sanno risvegliare un pizzico di speranza e rendono più umana la
vita in carcere: che siano benedetti, ma non basta. E allora capisco perché il desiderio di
qualche gesto di clemenza sia così sentito: la vita in carcere è veramente
dura, la solitudine pesa, i legami affettivi che ci tengono in piedi, in
carcere fanno soffrire. Che almeno si
assumano iniziative che restituiscano speranza.
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