Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 34/26 23 agosto 2026 XXI domenica del Tempo Ordinario di don Tiziano Vimercati


 


Tu, chi dici che io sia

Sentirsi rivolgere la stessa la stessa domanda che Gesù fece agli apostoli metterebbe in difficoltà molti cristiani, e per tutti sarebbe un forte stimolo a fare un po’ di chiarezza: Ma voi, chi dite che io sia? Non la gente, non gli altri, non ciò che forse hai imparato al catechismo, ma tu che in un modo o nell’altro mi hai conosciuto, hai ascoltato qualche mia parola, qualche volta vai pure a messa e qualche preghiera imparata da piccolo te la ricordi ancora, tu che spesso fai il segno della croce, e non sempre si capisce il perché, e porti la corona del rosario al collo. Gesù desidera ricevere una risposta personale, quanto mi sono lasciato afferrare dal suo amore, quanto cambia la mia vita perché lo amo come lui ama me. Non si tratta di una questione teorica, una dottrina da imparare e accettare, ma di una relazione da coltivare e di cui essere grati. Eppure ricordo quando chiedevo a qualche gruppo di ragazzi, agli alunni a scuola, ai fidanzati che partecipavano alla preparazione al matrimonio, ai genitori che chiedevano il battesimo per il figlio, che significato avesse per loro essere cristiani, e chiedere anche i sacramenti, quasi mai il loro pensiero andava a Gesù, quasi mai la risposta era personale, non veniva dal cuore, solo frasi fatte, formule rimaste in mente. E quando si faceva notare la dimenticanza, almeno nelle parole, di chi sta al centro della nostra fede, e non può essere sostituito da null’altro, il Cristo, il figlio del Dio vivente, come rispose Pietro, dicevano che è scontato, è sottinteso, è evidente che al centro ci sia Gesù. Invece non credo sia così evidente. Troppi cristiani danno l’impressione di essere tutto sommato piuttosto indifferenti verso Gesù, dicono di credere, si comportano abbastanza bene (come tanti del resto), ma senza entusiasmo, senza gioia, senza che traspaia che a muoverli è la carità di Cristo. Danno più l’impressione di essere guidati dal senso del dovere, da abitudini che in qualche modo li rassicurano, ma in realtà la sua parola non li scalda, non li spinge a niente e non li trattiene da niente. Gesù, se lo prendiamo sul serio, non lascia indifferenti. Lo si accetta o lo si rifiuta (almeno per chi è cristiano). Restare indifferenti è come tradirlo, annacquare la sua parola riportandola nei recinti del buon senso. Può essere forte la tentazione di essere persone brave, di buon senso, ed è già qualcosa di buono. Ma il rischio è che quel buon senso è quello del mondo, che spesso non va d’accordo con quello di Gesù. Ma per rendercene conto è necessario rispondere con onestà alla domanda di Gesù: Chi sono io per te? dtiziano.

Lettera del Presidente di Pax Christi a EllY Schlein 



Nel 1976, mons Luigi Bettazzi, da poco scomparso, allora presidente di Pax Christi, scrisse una lettera a Enrico Berlinguer, segretario del Partito Comunista italiano, dando inizio a una stagione di dialogo e di confronto sul valore della politica, la libertà e la presenza dei cristiani nella società civile. Oggi l’attuale Presidente di Pax Christi, mons Giovanni Ricchiuti, ha scritto una lettera a Elly Schlein segretaria del Partito Democratico, per un dialogo sul tema della pace. Ne riportiamo un paragrafo ma merita di essere letta interamente. Gentile Onorevole Elly Schlein, Segretaria del Partito Democratico... Per troppo tempo abbiamo considerato indiscutibile il detto latino “si vis pacem para bellum”. Ma la storia ne ha mostrato il fallimento. Ogni Stato giustifica il proprio riarmo con quello degli altri e ogni aumento delle spese militari come risposta a una minaccia. Si genera così una spirale nella quale nessuno è davvero più sicuro. La deterrenza non elimina la paura: la organizza e la trasforma nel fondamento delle relazioni internazionali. Ritengo necessario che una coalizione democratica e progressista prenda le distanze dalle politiche di riarmo. Il riarmo dissemina sfiducia tra le nazioni e paura nelle società; sottrae risorse a sanità, scuola, lavoro, lotta alla povertà, ambiente e coesione sociale. Eppure sono queste le fondamenta della vera sicurezza di un popolo. Una società segnata da disuguaglianze e servizi pubblici indeboliti non diventa più sicura acquistando nuovi sistemi d’arma. Ho ragione di credere che buona parte dell’elettorato del nostro Paese si riconosca in questa convinzione... Se vogliamo la pace, dobbiamo preparare la pace: con la politica, la diplomazia, il diritto, la giustizia e la nonviolenza. Con rispetto e speranza, Giovanni Ricchiuti. 

Esserci conta più che portare cose 

Interessante la riflessione del medico lecchese Mario Tavola circa l’esperienza di tre anni di missione in aiuto alla popolazione ucraina. Se all’inizio si puntava molto sul trasporto di aiuti umanitari ora sembra più importante mostrare vicinanza e amicizia. Così ha raccontato: Per gli ucraini sapere che non sono soli conta più della quantità di materiali che riusciamo a consegnare.

Ave Maria piena di rabbia. 

Una detenuta della Casa circondariale di Lecce si è aggiudicata il premio “Afrodite” con la poesia “Ave Maria piena di rabbia”. Parole che esprimono il susseguirsi di ciò che prova chi è ristretto in carcere: rabbia, impotenza, disperazione, privato non solo della libertà ma di tanto altro. Sembra una preghiera. E penso lo sia perché nasce dal cuore, dal dolore insopportabile a cui non ci si rassegna mai del tutto Ave Maria piena di rabbia il sole sorge / mi sveglio all’alba sezione femminile / rimpianti senza fine . la vita mia / in mano alla follia reiterazione / la tua prigione rabbia e rancore / nostra alimentazione Ave Maria piena di rabbia la notte è lunga in questa gabbia il silenzio è un’utopia / chiudi il blindo amica mia la notte è lunga per chi ha l’insonnia c’è chi prende le gocce e non si vergogna sezione psichiatria / mai pensato in vita mia. Ave Maria / piena di rabbia . mi son pentita / aprite sta gabbia. Questa poesia sarà incisa sulla ceramica e collocata sul lungomare di Santa Caterina di Nardò. Una voce che potrà raggiungere e scuotere qualche coscienza. 

Settant’anni in carcere 

Una detenzione da triste record: Francis Smith, un cittadino americano è morto all’età di anni 101, dopo aver passato più di settant’anni in carcere. Si è sempre proclamato innocente dell’omicidio di cui fu accusato. Condannato a morte nel 1950, l’esecuzione, fissata la data per otto volte, è stata rimandata ogni volta. Nel 1954 la pena di morte fu commutata nell’ergastolo. Ha pagato caro il reato commesso o, peggio ancora, un errore giudiziario. Nelle carceri americane la presenza di detenuti con più di 55 anni è cresciuta del 400% negli ultimi trent’anni, creando situazioni e problemi sanitari sempre più difficili da affrontare. Soprattutto, però, per la dignità di chi non è più in grado di badare adeguatamente a se stesso.

Ri(flessioni) 

1. Suicidio in carcere Ha dato fuoco al materasso ed è morto per le inalazioni di monossido di carbonio: si tratta di Karam Mamdouh Mohamed Khodair, un ragazzo di 19 anni, egiziano. E’ successo a Pordenone, nel piccolo carcere con 37 posti disponibili, nella notte tra lunedì e martedì di questa settimana. Cinque agenti della polizia penitenziaria sono stati iscritti nel registro degli indagati. Quarantaduesimo suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno.

2. Crollo in miniera Più di cento le vittime già accertate nel crollo di una miniera d’oro in Centrafrica. Il vescovo della diocesi, padre Aurelio Gazzera ha detto che “qui non c'è nessuna tutela per i lavoratori: è già poca per quelli regolari, figuriamoci per chi scava a mani nude senza mai essere stato assunto”. Viene in mente la già ricordata strage di Marcinelle, Belgio, avvenuta settanta anni fa, nel 1956, dove morirono 262 persone di cui 136 italiani. La maggior sicurezza possibile sui posti di lavoro è un traguardo non ancora raggiunto. 

3. Lotta all’usura. . Occorre non abbassare mai la guardia nella lotta contro la piaga dell’usura. La Caritas ha fornito questi dati: in un anno sono state aperte 5.000 nuove pratiche e fornito 700 garanzie per sostenere le famiglie indebitate. Una piaga che deve essere affrontata con determinazione dalla politica.

4. Frutti velenosi della guerra In realtà in guerra non vince mai davvero nessuno. Anche chi dichiara vittoria. Tra i soldati israeliani che hanno combattuto a Gaza, nel 2025 ci sono stati 22 suicidi. Quest’anno sono già arrivati a 18. Non sono inclusi quelli che erano già in congedo quando si sono tolti la vita. Sembra siano 50mila gli ex militari con forti traumi emotivi, in difficoltà a inserirsi di nuovo nella vita normale. Necessitano di assistenza psicologica e psichiatrica. La guerra semina inesorabilmente la morte su tutti. 

5. Forca per i nemici Di nuovo lui, un uomo che stupisce per le prese di posizione, per il disprezzo della dignità di ogni uomo, con la prepotenza di chi si crede forte e intoccabile. "Ecco la struttura, è qui che verranno giustiziati i terroristi. Ci sarà una forca per l'impiccagione, sale da cui le vittime dei crimini potranno venire ad assistere come si fa negli Usa”: parole pronunciate con soddisfazione dal ministro israeliano Itamar Ben-Gvir, di fronte al cantiere in allestimento per preparare il patibolo destinato ai terroristi palestinesi (no se sono israeliani). Parole che hanno l’amaro sapore dell’osceno. dt.

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