Roberto Mozzi è stato per dieci anni
cappellano nel carcere di San Vittore di Milano. Questo libro – Fuori legge,
In dialogo, editore 157 pagine 13 euro – è la sua testimonianza di quanto ha
visto e vissuto in uno dei carceri più famosi e affollati d’Italia. Le prime
pagine sono strazianti: parlano dei detenuti con gravi problemi psichiatrici e
rinchiusi nelle Car, le Celle ad alto rischio, un reparto dove il dolore regna
sovrano. Urla, lamenti, pianti sono la colonna sonora e “fanno gelare il
sangue”. Lì vengono rinchiuse le persone che hanno tentato il suicidio, che si
sono tagliate gambe braccia e petto. Persone altamente disturbate che non sanno
neanche dove si trovano, né perché si trovano lì. Sono affette da depressione,
euforia, delirio, ossessione, crisi psicotica. La loro cella è nuda perché ogni
oggetto può essere pericoloso per la loro salute. A uno hanno anche “tolto il
materasso perché lo mangiava”. Le loro celle sono imbrattate di cibo,
escrementi, sangue. A volte usati come inchiostro. Per scrivere frasi deliranti
sui muri. Sono pazienti ma vengono trattati come detenuti, peggio dei detenuti.
Non dovrebbero stare lì. Il loro posto è in una Rems (Residenze per
l’esecuzione delle misure di sicurezza), una comunità, in una struttura
socio-sanitaria. Ma non c’è posto.
Il secondo tema affrontato da Mozzi è il
lavoro in carcere, quello degli spesini, degli scopini, dei facchini, degli
scrivani, dei cuochi, inservienti o portavitto. Dura solitamente due mesi
perché la turnazione è alta visto che è l’unico modo per guadagnare qualcosa. Ma
ci sono molte eccezioni. Nonostante l’Ordinamento penitenziario affermi che
“Salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato è assicurato il
lavoro”, nella realtà questo non è vero. Per esempio chi manifesta problemi
psichiatrici è messo in attesa, spesso all’infinito; chi ha problemi di
tossicodipendenza (60 % dei detenuti) difficilmente ha l’idoneità sanitaria.
C’è poi il tema della trasparenza del contratto di lavoro (che non viene mai
dato ai detenuti) e che, per legge (ma perché?), è un terzo meno del
corrispettivo contratto collettivo nazionale. E quello della paga che non è mai
quella promessa. Diminuzione delle ore pattuite a causa dei pochi fondi
ministeriali, quindi si lavora in parte gratis, trattenuta di 108 euro al mese
per il mantenimento (eh sì, il carcere si paga). E in carcere non si può
protestare pena rapporti negativi o sanzioni disciplinari da parte delle
guardie, licenziamento.
La burocrazia è il terzo e ultimo tema del
libro dell’ex cappellano di San Vittore che parla apertamente di violenza,
violenza burocratica per la sua incredibile lentezza, macchinosità e arbitrarietà.
Per cui i diritti che il carcerato, come ogni cittadino, ha vengono molto
spesso messi sotto le scarpe. L’esempio è il diritto, sancito per legge, a
telefonare. Alla propria famiglia, all’avvocato. Mozzi descrive la storia del
povero Abdelaziz (nome di fantasia) che ci mette nove settimane a chiamare la
madre in Nord Africa: perché non ha soldi, non ha l’indirizzo (l’ha sul
cellulare che è proibito in carcere), non conosce l’italiano (è appena
arrivato). Finalmente, con l’aiuto di concellini, guardie, psicologo riesce a chiamare.
Ma dopo dieci minuti la telefonata si interrompe perché sono solo questi i
minuti a cui ha diritto ogni settimana.
La conclusione di Mozzi è che i diritti
sanciti dalla nostra Costituzione nella realtà di tutti i giorni in carcere
vengono negati. I penitenziari, come dice il titolo del libro, sono FUORILEGGE.
Da sempre e sempre di più. Regolamenti, disposizioni, procedure concordano
tutti a formare questa situazione. Proteste, appelli, petizioni ci sono ma sono
pochi perché in carcere vige la PAURA. Paura di ritorsioni. Per cui, come dice
nella sua introduzione monsignor Delpini, arcivescovo di Milano. “In realtà
questo libro è il racconto di un fallimento”. Terribile.
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