Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 29/26 19 luglio 2026 XVI domenica del Tempo Ordinario di don Tiziano Vimercati


C’è della zizzania 

Tutto e subito. E’ l’atteggiamento di chi è stato abituato, fin da bambino, a ottenere tutto, ogni desiderio esaudito, accontentato anche solo perché ci esaspera. Crescendo, però, quel bambino vorrà sempre di più, sempre prima, tutto gli è dovuto, di suo ci mette ben poco e solo se costretto. Certi comportamenti sono duri a morire, perché ci plasmano e non è neanche facile rendercene conto. Certe volte può anche essere possibile ottenere qualcosa subito, al di là che sia un bene o un male. Altre volte no, il tutto e subito non è possibile, non si può che aspettare, avere pazienza, piuttosto impegnarsi per avvicinarsi a ciò che, speriamo, sia un bene per noi. I servi della parabola di oggi si rivolgono al padrone chiedendogli perché sta crescendo della zizzania nel campo che era stato seminato con seme buono; sono pronti a mettersi al lavoro per estirpare l’erbaccia. Qualcosa di sensato. C’è però il rischio di strappare anche il grano e quel padrone non vuole che niente vada perduto, ci tiene a ogni seme sbocciato, e pur di non rovinarne nessuno, lascia che anche la zizzania cresca. Arriverà il momento in cui sarà estirpata, legata in fasci e bruciata. Ha la pazienza del contadino che sa aspettare. Lasciar crescere la zizzania non vuol dire che abbia lo stesso valore del grano. E’ per salvaguardarlo. Dice Gesù che il Padre fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti. Questo comportamento di Dio, così misericordioso ma anche giusto, di una giustizia superiore, può anche infastidire, un po’ perché pensiamo che chi sbaglia debba essere quanto prima punito, naturalmente nel modo più severo possibile; è un po’ perché siamo portati a metterci dalla parte di chi è giusto e buono. Dimenticandoci che mentre il seme del grano non potrà che germogliare grano e quello della zizzania, zizzania, noi siamo un miscuglio di bene e di male e possiamo far germogliare splendidi frutti di bene ma anche spaventosi frutti di male. Combattere il male è una buona cosa ma dobbiamo farlo cominciando da quello che si trova nel nostro cuore, questa volta sì da subito, senza rimandare a domani, pur sapendo che sarà una lunga lotta. Solo così, e con umiltà, sapremo vedere il male che c’è nel mondo, non lo accetteremo, non lo giustificheremo e non ne saremo complici, senza però condannare nessuno, perché in qualche modo ne siamo dentro, semmai mettendoci al fianco di chi, come noi, è caduto, e sostenendoci a vicenda. dtiziano.

Salute mentale: una criticità da affrontare 

I dati riportati dal XXII Rapporto Antigone sulla situazione delle carceri italiane non sono, come sempre, incoraggianti. Una delle situazioni più critiche è la consistente presenza di persone con disagi psichici e psichiatrici, anche gravi. Ed è brutto leggere che ormai le carceri sono diventate discariche umane e sociali. Sono state istituite, ormai dieci anni fa, le REMS (Residenze per l’Esecuzione delle Misure di Sicurezza), pensate come luoghi di cura e non di semplice detenzione. Attualmente in Italia ci sono 31 Rems con una capienza totale di circa 700 posti e una lista di attesa di 870 persone. Alcuni dati descrivono l’utilizzo dei farmaci: tra i detenuti a cui li somministrano il 21% riceve stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi e il 46% sedativi o ipnotici. Estremamente difficile per i soggetti psichiatrici la permanenza in carcere nelle sezioni ordinarie per cui si tende in qualche modo a isolarli. Una situazione che richiede di essere finalmente affrontata, e non solo a parole. 

Mario Delpini, arcivescovo di Milano, in visita al Beccaria. 

L’arcivescovo Mario Delpini lunedì scorso ha visitato l’Istituto per minori di Milano, il Beccaria. Un carcere che ha in comune con quelli per gli adulti di tutta Italia numerose situazioni di criticità. I ragazzi presenti sono 55 ma la capienza è di soli 42 posti. Di questi solo 8 ragazzi sono definitivi e 35 sono stranieri. Alcune dichiarazioni del vescovo Mario. “La sensazione più profonda è che qui vi sia una situazione di sofferenza che raggiunge livelli drammatici e che, così, può diventare violenza verso gli altri e verso di sé. C’è un disagio profondo che l’intera società non ha il coraggio, forse, di guardare in faccia e non ha i mezzi, o la voglia, di affrontare... C’è un lavoro previo da fare nella società: una società sana dove gli adulti siano capaci di educare, in cui la Chiesa, le istituzioni, la scuola, offrano motivi per fare il bene invece che il male. Sistemare le strutture non è sufficiente ... ma occorre dare delle buone ragioni per evitare di delinquere: offrire speranza e il senso di responsabilità per la propria vita e i propri talenti”. 

Con lo sguardo dei vescovi americani - 


Il nuovo vescovo di San Diego (Usa) Michael Pham arrivò da bambino come profugo dal Vietnam. Da bambino ho visto i militari, gli agenti, arrivare di notte e portare via i genitori – il padre o la madre –, strappandoli alla famiglia. Era oppressione, era un trauma.

Quando, circa un anno fa, ho visto agenti mascherati entrare nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni, persino nelle chiese, per portare via genitori e lavoratori, ho rivissuto quelle scene. Per me, che l'ho già attraversata, è durissimo. È il modo in cui vengono trattate queste persone a ricordarmi un regime che disumanizza l’altro. Io profugo e separato dai miei genitori, oggi rivedo quelle scene in America. - Il nuovo vescovo di Palm Beach, Manuel de Jesús Rodríguez, dominicano di nascita, salesiano. E’ la diocesi in cui si trova Mar-a- Lago, la residenza di Trump. Le famiglie sono la mia priorità assoluta. Vedo bambini separati da uno dei genitori dopo una deportazione, adolescenti costretti a lasciare la scuola per aiutare la famiglia. Sono ferite profonde, psicologiche oltre che economiche. È una catena di sofferenza che colpisce soprattutto chi non ha commesso alcun reato, ma lavora onestamente da anni e contribuisce al bene del Paese. 

Un carcere fuorilegge

 Le prime pagine sono un colpo nello stomaco: parlano della vita dei detenuti con problemi psichiatrici nei Car, le Celle ad alto rischio. Le scrive Roberto Mozzi, per dieci anni cappellano del carcere di San Vittore, nel suo libro appena uscito, “Fuori legge”. Per scelta sono solo tre gli argomenti trattati per il numero delle persone coinvolte, per la loro importanza e per la mancata informazione all’esterno e sono, oltre alla salute mentale, i lavoratori detenuti e la violenza burocratica. La tesi centrale del libro è che la Costituzione detta chiaramente precisi principi da quali conseguono altrettanti diritti e doveri. Che però in carcere, nella pratica, vengono continuamente disattesi. Non solo, la formula che attraversa amaramente queste pagine è: “più sei malato, più verrai punito”. Una tragica verità che fa dire all’arcivescovo di Milano Mario Delpini nella sua prefazione: “Questo libro è il racconto di un fallimento”. Gda.

Ri(flessioni) 

1. Suicidio in carcere Mercoledì mattina un giovane detenuto, di origine bengalese, utilizzando strisce di stoffa del lenzuolo, si è impiccato nel carcere di Lucca. Si trovava in carcere da poche settimane. Aveva 23 anni

2. Morto in carcere Sempre nel carcere di Lucca, giovedì e stato trovato senza vita un detenuto trentacinquenne marocchino. Sarà l’autopsia a stabilire le cause della morte. Il carcere di Lucca, “San Giorgio”, è di piccole dimensioni, presenta diverse criticità, con un sovraffollamento che raggiunge il 247% Dallo scorso mese di novembre non c’è il Garante per le persone private della libertà personale. 

3. Italia condannata E’ la storia di Antonio Raddi un ragazzo entrato in carcere a Torino ne 2019, all’età di anni 28. Morto dopo sette mesi di detenzione perdendo però 25 chili. La Corte europea (Cedu), in seguito a un ricorso degli avvocati di famiglia, ha condannato l’Italia per violazione del diritto alla vita e del divieto di trattamenti inumani e degradanti. La giustizia ordinaria italiana aveva archiviato il caso perché nessun poteva prevedere. Non era proprio così se ora la Cedu ha condannato lo Stato italiano. Troppo facile morire in carcere, anche per i giovani. Casi come questo diminuiscono la fiducia nella giustizia. 

4. I rischi dei social Ansia, depressione, insonnia, cyberbullismo: sono i rischi che possono colpire i giovani in seguito a un uso eccessivo dei social. L’Unione europea cerca di correre ai ripari. Non sarà facile. Ma è bene che si affronti la questione. 

5. Di nuovo l’Ice Non che in realtà avesse mai messo. Però ora ci sono state altre due persone uccise dagli agenti dell’Ice, l’agenzia federale americana per l’applicazione delle leggi sull’immigrazione. In Texas è stato ucciso il messicano Lorenzo Salgado Arcujo e nel Maine il colombiano Joan Sebastian Duran. Cresce anche l’indignazione della gente verso le brutalità dell’Ice. 

6. Tutelare i deboli Può sembrare una scelta giusta fermare i lavoratori all’aperto nelle ore più calde del giorno. Un po’ meno se ci mettiamo nei loro panni. Così dicono i rider: “Ci fermano per proteggerci dal caldo, ma nessuno ci paga”. “Morire di caldo o di fame?” E’ chiaro che anche per loro ci deve essere qualche forma di tutela. 

7. Da un letto d’ospedale Una bella storia, pur nella tristezza. Pino Cannavò, sposato con due figli, è stato ordinato diacono, mentre si trova in terapia intensiva per una grave patologia. Predicherà il vangelo da quel letto d’ospedale. dt.


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