Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 23/26 7 giugno 2026 Corpus Domini di don Tiziano Vimercati
Eucaristia: logica di amore
Diceva Oscar Wilde, scrittore e drammaturgo irlandese, vissuto nel diciannovesimo secolo: Posso fare a meno di tutto, tranne che del superfluo. Una frase provocatoria, paradossale, o forse no, almeno per Oscar. Troviamo però anche un po’ di verità in queste parole. C’è qualcosa che ci spinge a considerare il superfluo come necessario, quindi desiderabile e quindi val la pena cercare di possederlo. A scapito di perdere di vista ciò che davvero ci tiene in vita, senza mai toglierci la dignità. Non si tratta soltanto di ricordare che l’uomo non ha solo bisogni materiali, l’uomo non vive di solo pane ci ricorda il libro del deuteronomio, seconda lettura di oggi. C’è molto altro nella vita degli uomini. Se non hai pane a sufficienza non sei nelle condizioni di gioire per le cose belle della vita, sembra che tutto perdi di interesse. In realtà è perché l’insicurezza del domani offusca la nostra vista e tutto quanto ci circonda, e non si hanno le forze per reagire perché sono già impegnate a sopravvivere alla meno peggio. Non si tratta neanche solo di accorgerci di quante cose ci infatuiamo, di quante cose inutili e costose possediamo, o avremmo se solo potessimo. E neanche limitarci a pensare, anche se giustamente, a quanti valori umani e spirituali valgono di più di ciò che ci attira e cattura la nostra attenzione. Nel vangelo di oggi leggiamo: Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo. Gesù ci sta dicendo che ciò che trasfigura la nostra vita è entrare nella logica dell’Ultima cena, fare della nostra vita lo stesso dono fatto da Lui, il dono eucaristico di noi stesso, del nostro corpo, del nostro sangue, della nostra vita. Da cui tutto acquista un senso nuovo, fecondo e innovativo. Non voglio aggiungere altro di fronte al mistero dell’Eucaristia, così insondabile e spiazzante, eppure meraviglioso. Più che le parole occorre un cuore aperto, desideroso di verità, pronto anche a rischiare, a puntare tutto sull’amore accettando che il nostro corpo, come quello di Gesù, diventi pane e quindi vita per i fratelli. Solo così l’eucaristia che riceviamo non rimarrà una devozione spirituale, o poco più, ma un mistero contemplato che diventa vita vissuta e donata. L’eucaristia a cui partecipiamo esprime il dono che Gesù ci ha fatto di vivere in comunione con Lui, di vivere della stessa vita e noi la celebriamo con umiltà ben conoscendo la nostra inadeguatezza, ma anche con il sincero desiderio di assomigliarli sempre di più con le piccole e concrete scelte di amore, che possono passare anche attraverso la quotidiana morte. dtiziano
Magnifica Humanitas
Papa Leone ha pubblicato la sua prima Lettera Enciclica, da titolo “Magnifica Humanitas” (Magnifica umanità). Il sottotitolo è particolarmente interessante e ci offre una chiave di lettura per l’intera enciclica: “Sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Un tempo, il nostro, che sarà sempre più segnato dall’intelligenza artificiale e neanche sappiamo bene a cosa andremo incontro. Sicuramente a cose buone, a un aiuto nelle attività umane. Ma anche a sviluppi e a conseguenze che potrebbero andare contro l’uomo stesso. L’enciclica prende atto che l’intelligenza artificiale avrà un ruolo sempre più grande nella storia dell’umanità ma è indispensabile custodire la dignità della persona umana. Una dignità che viene prima di tutto e che deve essere salvaguardata a ogni costo. Potremmo dire che tutto deve essere al servizio dell’umanità e contribuire al bene di tutti. E’ un bene il progresso scientifico, economico, bene lo scambio tra popoli, a ogni livello, ma solo se non diventano occasioni di sopraffazione dei potenti sui deboli. Così inizia l’enciclica: La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme. Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto.
Un lavoro dignitoso può salvare
Vale per tutti: un lavoro dignitoso dà senso alla vita, permette di mantenere se stessi e la propria famiglia. Quando il lavoro manca, o non è retribuito in misura sufficiente, diventa un dramma per chi è colpito. Troppe persone sono senza lavoro, pur cercandolo, e troppi, pur lavorando, non ricevono retribuzioni adeguate. Per chi è in carcere, e anche per chi c’è stato, è ancor più difficile trovare un lavoro. Troppi pregiudizi, qualche paura, qualche incomprensione. Tutti però concordano nell’affermare che il tasso di recidiva tra i detenuti che hanno la fortuna di poter lavorare si abbassa notevolmente. Più che nella costruzione di nuove carceri forse è necessario investire di più sulla possibilità di lavoro per i detenuti.
Il peso della sofferenza
Shionuma: la sofferenza può insegnare a vivere Ryoujun Shionuma, monaco buddista, uno dei pochi uomini ad aver compiuto interamente il pellegrinaggio ascetico Sennichi Kaihogyo. Si tratta di un percorso di quasi cinquanta chilometri al giorno sui sentieri impervi del monte Omine, in Giappone. Un percorso da compiere in primavera, per nove anni di seguito, affrontando ogni genere di difficoltà, dalla fame al freddo, dalla solitudine alla paura. Prova estrema dal monaco non definita eroica ma cammino per imparare a vivere. In una intervista parla della sofferenza, della gratitudine, della pace con se stessi e con gli altri. Senza rimuovere il dolore e la fragilità, accettando i limiti e i fallimenti. Alla domanda dell’intervistatore su cosa rischiamo quando pretendiamo di cancellare le nostre debolezze e sofferenze ha risposto: «Facendo così ci allontaniamo dal vero modo di vivere, da una vita autentica. Ci allontaniamo dalla verità e da ciò che siamo realmente. Noi siamo anche il frutto dei nostri fallimenti. La vita non è sempre semplice: bisogna fare tentativi, capire quale sia la strada giusta. Anch’io, in fondo, sono il frutto dei miei fallimenti».
Davide: la sofferenza che interroga
Abbiamo già pubblicato qualche passaggio della lettera scritta da Davide, rapinato e accoltellato a Milano, sette mesi fa da tre minorenni e due maggiorenni. In quest’altro passaggio Davide parla della sofferenza che lo sta mettendo a dura prova. Una sofferenza da cui cerca di non essere schiacciato Io, quella sera, volevo solo tornare a casa, mettermi a dormire e svegliarmi la mattina dopo come tutti i giorni. Invece sono qui a farmi forza, a cercare di dare un senso a quel che un senso non ne ha, a rimettere insieme i pezzi del mondo, crudele ma prezioso, che mi è rimasto. A tentare di trovare una placidità che mi permetta di andare avanti e guardare in faccia i responsabili dopo tutto questo. E mi trovo spesso a chiedermi perché debba vivere tutto ciò, perché debba domandarmi quanti soldi valga una vescica, quanti anni di galera il mio sesso, quanti mesi un passo.
Antoine: sofferenza senza odio
Ecco cosa scrisse Antoine Leiris ai terroristi che negli attentati di Parigi del 2015 gli uccisero la moglie, lasciandolo solo con il figlio Melvil. Siamo rimasti in due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo "petit garçon" vi farà l'affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio. Una sofferenza che non lo ha rinchiuso nell’odio. Questo vuole insegnare anche al figlio.
Ri(flessioni)
1. Suicidio in carcere Un detenuto italiano, di trent’anni, fragile, si è impiccato nel pomeriggio di martedì 2 giugno. Un uomo che non avrebbe dovuto trovarsi in carcere. E’ accaduto nel carcere di Perugia-Capanne. Al mattino ebbe una videochiamata con la madre. E’ il ventiseiesimo suicidio dall’inizio dell’anno in Italia.
2. Morto in carcere Un detenuto di 25 anni è stato trovato privo di vita in una cella del carcere di Castrogno-Teramo. Sarebbe uscito dal carcere nel 2028. Si dovranno stabilire le cause esatte della morte. Per ora, in seguito all’autopsia, sono stati esclusi atti di violenza
3. Mozambico: morto in carcere Umberto Sartori, imprenditore piacentino, con cittadinanza mozambicana, è stato trovato morto in cella, in un carcere di alta sicurezza, in Mozambico. Dal suo arresto, il 21 aprile, aveva iniziato lo sciopero della fame. Non era ancora stato processato.
Inquinamento globale Perfino nelle acque delle Bahamas sono stati individuati squali positivi a cocaina, caffeina e antidolorifici. Non so quale possa essere l’effetto sugli animali, di sicuro non buono. E’ un chiaro segnale che dovremmo preoccuparci molto di più di certi nostri comportanti a dir poco irresponsabili.
5. Marcia per la pace E’ uno di quei gesti che molti ritengono inutili, inefficaci, per gente sognatrice. Quattromila giovani, provenienti da ogni parte d’Italia, hanno marciato da Arezzo a Rondine, cittadella della pace. Ringraziamo chi sa muoversi per ciò in cui crede, chi non si rassegna alle logiche del potere e dei soldi. Ringraziamo chi sa sognare un mondo migliore.
6. Guida in stato di ebbrezza Ventimila patenti per guida in stato di ebbrezza ritirate ogni anno in Italia. Un numero molto alto considerando i gravi rischi connessi. Nonostante le gravi sanzioni previste che, a quanto pare, sembrano insufficienti.
7. Quale sicurezza? Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato che a Milano “calano i reati, ma cala anche l’età di coloro che li commettono”. Non so se questo dato valga per tutta l’Italia. C’è un problema che ritengo grave e che deve essere affrontato con urgenza: i giovani che commettono reati. Ma perché insistere così tanto sulla paura, sulle città invivibili, e reati in aumento? dt.
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