CONDANNATI ALL’INFERNO di Giancarlo d’Adda
Insopportabile! Così tutti noi in questi giorni descriviamo il caldo che ci tormenta. Non parliamo d’altro. Stiamo sempre a controllare le previsioni del tempo sperando in un grado in meno. Accendiamo ventilatori e condizionatori, riempiamo il frigorifero di bevande gassate, galleggiamo in piscina, facciamo 5 docce al giorno. Continuamente lamentandoci. Ma quanto dovrebbero lamentarsi i detenuti chiusi 20 ore al giorno in celle di 15 metri in tre, con un rubinetto che cola acqua tiepida, distesi su brande infuocate, con la facoltà di farsi una doccia solo una volta al giorno, senza la possibilità di bere una bevanda fresca perché gli hanno pure tolto, da poco e con una lungimiranza encomiabile, i piccoli frigoriferi sino ad allora in dotazione.
E poi, i piccoli ventilatori non in tutte le celle, spesso scassati, l’ora d’aria all’intervallo di mezzogiorno quando il sole è a picco “perché così dice il regolamento”, i pasti, quasi sempre pessimi, a base di wusterini, verdura cotta, pasta rossa, qualche volta uno yogurt tiepido. Tutto questo in una bolgia di corpi ammassati perché si sbatte sempre più in galera. Anche, tantissime, (il 40 per cento,) persone che, secondo la legge, non ci dovrebbero stare. Ma l’entrata è sempre facile, difficile è l’uscita. Lì il diritto è dimenticato, la legge scordata o scritta sempre con mano rattrappita. Ma perché? Perché questa cattiveria, questa voglia di far male, questa bestialità?
Ma che cosa c’è nella testa dei governanti e dei deputati che scrivono le leggi sul carcere e sulla sicurezza. Si ricordano cosa c’è scritto nella Costituzione? Cosa c’è nella testa dei funzionari che scrivono i regolamenti, che danno le disposizioni, che emettono i provvedimenti? Leggono i giornali, ascoltano le previsioni del tempo e, soprattutto, vivono in mezzo a noi? Sono accaldati, maledicono la calura, accendono l’aria condizionata? E non pensano ai loro clienti? Sì, clienti, i carcerati sono i loro clienti ai quali dovrebbero dare un servizio dignitoso, rispettoso, decente. Sì clienti perché pagano il soggiorno, come lo paghiamo noi cittadini con le nostre tasse. Invece?
Invece il carcere, l’oggetto del loro
lavoro, è come il XIV canto di Dante dove i dannati vivono distesi su una
sabbia rovente colpiti incessantemente da una pioggia di fuoco. Circondati, a
mo’ di “ghirlanda”, dai suicidi.

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