Migranti sotto le bombe di Giancarlo d'Adda

 


C’è un risvolto della guerra contro l’Iran di cui non si parla proprio: i milioni di migranti che lavorano nei Paesi del Golfo. Sono 41,4 milioni di pakistani, indiani, filippini, indonesiani, bangladesi che devono scegliere se tornare a casa e perdere il lavoro o restare e rischiare la vita: ad oggi sono morti 12 migranti su 13 vittime dei bombardamenti. I soldi che mandano alle loro famiglie a casa sono fondamentali: per il Nepal vogliono dire il 25,2 per cento del Pil, per l’Indonesia sono il 12,7 per cento. 

I lavoratori migranti nei Paesi del Golfo sono esclusi dalle comunicazioni ufficiali sulle misure di sicurezza, le indicazioni per i rifugi e le vie di evacuazione. E dato che sono impiegati in settori chiave – edilizia, attività ricettive, servizi domestici, logistica – devono continuare a lavorare, all’aperto con il rischio, come è già successo, che gli caschi addosso un missile o un drone iraniano. 

Particolarmente allarmante la situazione dei rider e dei lavoratori della Gig economy. Anche in Israele la prima vittima della guerra è una badante filippina. 

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