Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 20/26 17 maggio 2026


 


Verso la pienezza della vita con Dio 
Ascensione del Signore

Cosa può aggiungere la festa dell’Ascensione al mistero pasquale? Come può aiutarci a comprenderlo meglio? Qualche perplessità ci può essere leggendo il racconto nel libro degli Atti degli apostoli. Soprattutto se rimaniamo fermi al racconto chiedendoci come è avvenuto, in che modo Gesù è salito al cielo. L’intenzione invece è di illuminare il mistero, esprimerlo per quanto è possibile, senza dimenticare che non potremo mai possederlo e possiamo solo rimanere in ricerca. L’Ascensione ci dice che Gesù non è rimasto nella tomba ma è nella luce di Dio, ci ha lasciati per “entrare” nella gloria, alla destra del Padre. Gesù non è risorto per riprendere a vivere come prima, quasi come se nulla fosse successo. E’ nella pienezza della vita di Dio. Là, dove anche noi siamo attesi. Siamo risorti con Cristo per seguirlo nella comunione divina. Questa è la meta finale per ogni cristiano, capace di dare un senso alla vita, di cambiarla in modo radicale. Sicuramente ci chiediamo se c’è uno sbocco a questa vita, se c’è un senso alle tante fatiche sopportate, al soffrire quotidiano, ma anche al semplice costruire qualcosa di bello giorno dopo giorno. Hanno per caso ragione quelli che affermano che la vita, anche quando bella e meravigliosa, in fin dei conti non è poi gran cosa perché inesorabilmente termina con la morte? Pensiero che ha una logica che ci appare come poco contestabile, anche perché attinge a ciò di cui facciamo effettivamente esperienza. Credere invece che la nostra vita continuerà in Dio è che staremo sempre con Lui, dove ci è stato preparato un posto, richiede aver fiducia in Gesù, nelle sue parole, in quella promessa ripetuta anche nel vangelo di oggi: “ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). E’ dunque con noi per accompagnarci nella vita divina, ma lo è tutti i giorni in questa vita per farci vivere ogni giorno nella bellezza della sua parola. Vivere nella speranza della pienezza non è per un’alienante fuga nel futuro ma per vivere più intensamente il presente. “Andate e fate discepoli tutti i popoli”: dunque c’è qualcosa fare, le stesse cose fatte da Gesù, pronunciare le sue stesse parole, amare come Lui ha saputo amare, immergersi nella vita delle persone. Se occorre, il cristiano non teme troppo di entrare nel fango se può comunque soccorrere i fratelli, scendere nelle miniere, nelle stive delle navi, nei luoghi più oscuri e dimenticati dove vivono fratelli e sorelle altrettanto dimenticati. In quei luoghi e in quei fratelli bisognosi di essere trasfigurati dalla bellezza della luce di Cristo. dtiziano.

Leone XIV in visita all’Università “La Sapienza” 

Si trattava di una visita pastorale quella compiuta da papa Leone all’Università “La Sapienza” di Roma, giovedì scorso, 14 maggio. Il discorso rivolto agli studenti, ai docenti e al personale, è stato di alto livello. Un discorso di ampio respiro evangelico, ancorato all’insegnamento costante della Chiesa e dei papi, capace ancora di illuminare il cammino dell’uomo moderno. Leone XIV ha toccato le questioni controverse del nostro tempo, quelle più scottanti, più divisive, quelle che creano ingiustizie e sofferenze. Ha parlato di impegno dei giovani, a cui appartiene il futuro, bisognosi però di fiducia. Di studio e ricerca al servizio della vita. Di guerra, di difesa e riarmo. Dell’uso distorto delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale nei conflitti. Ai docenti: Insegnare è una forma di carità. Insegnare... è cura per la realtà, è senso di accoglienza verso ciò che non si comprende ancora, è dire la verità. Mi sembra che i contenuti e il linguaggio del papa siano sempre più lontani da ciò che ci stiamo ormai abituando a sentire, anche se non ci sta bene. Un discorso di alto valore morale e politico, perché cercare il bene comune, ripudiare la guerra, difendere la dignità di ogni uomo e dare fiducia ai giovani, è politica. Ad ascoltare il papa c’erano anche alcuni studenti arrivati dalla striscia di Gaza grazie al corridoio umanitario voluto dalla chiesa di Roma e dalla stessa università. Gli iscritti all’università La Sapienza, nelle diverse sedi, sono ben 125.000. I docenti 3.500 e circa 5.000 gli operatori a vario titolo. Riportiamo alcuni passi significativi del lungo discorso del papa. - Il dramma del Novecento non va dimenticato. Il grido “mai più la guerra!” dei miei Predecessori, così consonante al ripudio della guerra sancito nella Costituzione Italiana, ci sprona a un’alleanza spirituale con il senso di giustizia che abita il cuore dei giovani, con la loro vocazione a non chiudersi tra ideologie e confini nazionali. - Nell’ultimo anno la crescita della spesa militare nel mondo, e in particolare in Europa, è stata enorme: non si chiami “difesa” un riarmo che aumenta tensioni e insicurezza, depaupera gli investimenti in educazione e salute, smentisce fiducia nella diplomazia, arricchisce élite cui nulla importa del bene comune. - Lo studio, la ricerca, gli investimenti vadano nella direzione opposta: siano un radicale “sì” alla vita! Sì alla vita innocente, sì alla vita giovane, sì alla vita dei popoli che invocano pace e giustizia! Insieme a me e a tanti fratelli e sorelle, siate artigiani della pace vera: pace disarmata e disarmante, umile e perseverante, lavorando alla concordia tra i popoli e alla custodia della Terra.

Veneto: detenuti nelle Case di riposo 

Con le dovute attenzioni, i detenuti dei territori di Treviso e Belluno potranno prestare opera di volontariato nelle Case di riposo, in un percorso di riparazione sociale, rendendosi utili nell’assistenza agli anziani. Questo grazie a un protocollo di intesa tra l’Ente Educazione Assistenza, Enea, e il Centro per i servizi di volontariato dei comuni di Treviso e Belluno. I detenuti, anche minorenni, scelti con particolare discernimento, svolgeranno servizi di manutenzione, di pulizia, di cura del verde e anche di animazione. L’attività dei detenuti sarà comunque sempre accompagnata dal personale educativo delle strutture stesse. E’ una buona e scelta, per fortuna non unica, che vuole raggiungere risultati positivi per le Case di riposo e per i detenuti che potranno partecipare. Sono esperienze che andrebbero favorite il più possibile e che vanno nella direzione di offrire ai detenuti maggiori opportunità di cambiare direzione alle proprie vite.

“V Comandamento, Ricordati di identificare i morti” 

Sabato scorso, 9 maggio, si è tenuto, presso l’Università di Milano, il Convegno “V Comandamento, Ricordati di identificare i morti”. E’ stato affrontato il tema dei morti di cui non rimane traccia, i numerosi scomparsi nelle troppe guerre chi infestano il mondo. E’ intervenuta la dottoressa Cristina Cattaneo e il pubblico ministero Francesco Caiani insieme ad altri invitati. Cristina Cattaneo, è un medico anatomopatologo, il medico che esegue le autopsie per stabilire le cause della morte ma anche per dare un nome ai cadaveri di cui non si conosce l’identità. Ha raccontato con quanta passione e pietà svolge il suo lavoro di dare un nome alle persone morte di cui non si conosce l’identità. Quasi morti inesistenti, non certo per i loro parenti, mamme e papà che vivono un’angoscia e poi dolore, che non termineranno mai, senza notizie, senza certezze, temendo il peggio. E’ l’angoscia che provano i parenti dei migranti che muoiono in mare. La dottoressa Cattaneo ne parlò nel libro “Naufraghi senza volto, dare un nome alle vittime del Mediterraneo”. Identificare i morti di Lampedusa non è solo un atto di Pietas: serve anche per onorarli e liberare i vivi dall’angoscia. Tante storie di vita affiorano dall’esame dei cadaveri, da ciò che indossavano e da ciò che portavano con sé: nelle tasche di un ragazzo c’era un sacchetto di terra del suo paese, l’Eritrea, un altro custodiva la tessera della biblioteca; un altro ancora aveva cucito nella tasca interna la pagella scolastica, scritta in arabo e in francese. Un altro ancora… mille altre storie, purtroppo. Storie che continuano anche oggi e che pesano sulle nostre coscienze. Restituiamo amore e dignità. dt.

Ri(flessioni) 

1. Suicidi in carcere. Settimana nera In questa settimana troppi suicidi in carcere: in pochi giorni cinque. Una scia di morte che lascia sgomenti. Dall’inizio dell’anno sono ormai 24. - Poco si conosce del detenuto nel sovraffollato carcere di Cagliari che, dopo due giorni di agonia per essersi impiccato, è morto all’ospedale. - Nel carcere modenese di S. Anna un uomo di 44 anni, italiano, in attesa del processo di appello, si è tolto la vita inalando gas dal fornello usato per cucinare. Carcere, come tanti altri, sovraffollato. - Carcere di Spoleto, terzo suicidio dall’inizio dell’anno: un uomo di 45 anni, di origini tunisine, con problemi di droga, ancora in attesa di giudizio. - Milano san Vittore: mercoledì un uomo si è tolto la vita. Anche di lui poco si sa. - Un suicidio anche nel carcere di Lecce, uno dei più sovraffollati d’Italia, di cui però, finora, non ci sono notizie. Anche un solo suicidio è di troppo, ma cinque in soli due giorni dovrebbero metterci davvero in crisi. Un ministro disse che il sovraffollamento è un deterrente ai suicidi. Che tristezza!

2. Non con la stessa violenza El Salvador, una nazione dell’America centrale, lotta contro la criminalità diffusa. I metodi però sono discutibili. 33mila arrestati su 92mila erano estranei alle organizzazioni criminali. Le condizioni delle carceri sono pessime, il trattamento dei detenuti contro ogni diritto e lesivo della dignità umana, che mai dovrebbe venir meno. Molti prigionieri, in quelle carceri, hanno perso la vita. I reati e la criminalità vanno combattuti, ma uno Stato non può usare gli stessi mezzi violenti. 

3. Due pesi e due misure Sako Bakari, 35 anni, originario del Mali, è stato accerchiato, picchiato e infine ucciso a coltellate da una banda di sei persone, di cui quattro minorenni. E’ successo all’alba di sabato scorso, nel centro di Taranto, mentre si recava al lavoro. Sako ha cercato rifugio in un bar ma è stato scacciato (anche questo dovrebbe inorridirci). Le indagini chiariranno le dinamiche dell’accaduto. - Se si continua a seminare odio, non si potrà che raccogliere frutti mortali. - Tragedia di cui si parla poco: perché l’aggredito era africano e gli aggressori italiani? Due pesi e due misure. 

4. In difesa di tutti Ancora una volta il papa ha ricordato il rispetto verso la dignità umana. Di tutti, senza esclusione alcuna. Ha condannato fermamente la pratica della tortura e la pena di morte. Cammino di civiltà. dt.

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