Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 17/26 26 aprile 2026 Quarta domenica di Pasqua di Don Tiziano Vimercati
Sentirsi in buone mani
In un modo o nell’altro tutti cercano sicurezza. E’ molto faticoso vivere nell’incertezza, senza sapere cosa mi succederà domani, o quando so di avere un grosso problema senza avere la minima di idea di come potrò risolverlo. Cerchiamo sicurezza nella vita di tutti i giorni. Cerchiamo per i figli la scuola che ci sembra la migliore. Il lavoro che ci offre maggiori soddisfazioni ma anche uno stipendio che ci metta il più possibile al riparo da imprevisti. Quando ci ammaliamo in modo serio facciamo di tutto per capire in quali mani sicure affidarci, quale sia il medico più preparato, la cura più efficace. Uno ci mette la testa, chiede consigli, sa che ne va della qualità della vita e anche della vita stessa. Una scelta sbagliata può costare molto cara. Nel vangelo di oggi Gesù si contrappone a chi si presenta come sfruttatore, ladro, ingannatore, a chi illude o addirittura imbroglia, ma che potrebbe indurre molti a seguirlo, anche se farà loro del male. Li chiama “ladri e briganti”, quelli che non entrano dalla porta, ma si insinuano in modo subdolo solo per rubare, uccidere e distruggere. Non è facile riconoscerli subito. Sanno parlare bene, vendersi con eleganza, promettere molto con poca spesa, ma alle volte anche chiedendo molto. In quanto a mantenere le promesse è tutt’altra cosa, non bastano le belle parole. Gesù si contrappone perché dice una cosa che altri non dicono, parla di ciò che ha nel cuore e ciò che farà sarà realizzare il tesoro che abita nel suo cuore: “Egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. Cammina davanti a esse. Io sono venuto perché (le pecore) abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza”. Gesù sta professando l’amore che nutre per ogni uomo, a Lui caro e conosciuto per nome. Sapersi conosciuti e amati è sentirsi in buone mani, è avere la certezza che da chi ci ama e ci conosce non arriverà il male. Se lui conosce noi, e ci conosce per nome, è necessario che anche lui sia conosciuto da noi e che impariamo a conoscere la sua voce. Per poterlo seguire con sicurezza, senza lasciarci confondere da altre voci. “Le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei”. Come non ricordare l’incontro al sepolcro dove Maria, con gli occhi annebbiati dal pianto, riconosce la voce di Gesù quando la chiama per nome. dt.
Papa Francesco da un anno nella casa del Padre
Un anno fa, il 21 aprile, lunedì di Pasqua, moriva papa Francesco, dopo dodici anni di pontificato. Un papa che si faceva capire da tutti, soprattutto dai poveri. Un papa amato e che ha saputo entrare nel cuore dei fedeli. Un papa che ha cercato di rinnovare la chiesa, ospedale da campo, e la desiderava povera tra i poveri. Disse: Io vedo con chiarezza che la cosa di cui la Chiesa ha più bisogno oggi è la capacità di curare le ferite e di riscaldare il cuore dei fedeli, la vicinanza, la prossimità. Un cardinale amico, quando fu eletto papa, gli disse: Ricordati dei poveri. Non si è mai dimenticato di loro, e ha cercato di vivere nella semplicità. Un papa, però, non troppo ascoltato. Tanti suoi appelli, soprattutto per la pace, condivisi dalla gente comune, ma ignorati dai potenti. Gli appelli per un qualche segno di clemenza verso i detenuti ignorati. Gli appelli per migliorare la vita dei popoli in guerra o afflitti dalle carestie, anche questi per lo più ignorati. Lo stesso per i migranti. Quando morì, però, accorsero ai funerali. Con quanta sincerità, soprattutto quelli che non si risparmiavano nelle lodi e nella dichiarata vicinanza, è lecito domandarsi. La gente comune, invece, lo ha capito e questo porterà a migliorare la chiesa e il mondo.
Papa Leone: saluto ai detenuti nella prigione di Bata
Il papa in Guinea Equatoriale ha visitato, mercoledì 22 c.m., i carcerati della prigione di Bata. Questo carcere, uno tra i più duri, può ospitare anche un migliaio di uomini e donne. Le parole del papa ai detenuti di Bata hanno un significato importante anche per noi, qui in Italia. Esprimono una visione di speranza, di fiducia in un possibile cambiamento, e quindi in un futuro migliore; ricorda che la giustizia non deve solo pensare alla punizione ma soprattutto a ridare la possibilità di costruire una nuova vita. Pubblichiamo ampi stralci del discorso affinché ci aiutino a riflettere e a capire meglio come dovrebbe essere il mondo del carcere. Cari fratelli, ho ascoltato con attenzione le vostre parole. Grazie per la chiarezza e per averci mostrato che, anche nelle difficoltà, la dignità umana e la speranza non vanno mai perdute. Oggi sono qui per dirvi qualcosa di molto semplice: nessuno è escluso dall’amore di Dio! L’amministrazione della giustizia ha lo scopo di proteggere la società, ma per essere efficace deve sempre investire sulla dignità e sulle potenzialità di ogni persona.
Una vera giustizia cerca non tanto di punire, ma soprattutto di aiutare a ricostruire la vita sia delle vittime, sia dei colpevoli, sia delle comunità ferite dal male. Non c’è giustizia senza riconciliazione. È un lavoro immenso, di cui una parte può avvenire dentro la prigione e un’altra parte, ancora maggiore, deve coinvolgere tutta la comunità nazionale, per prevenire e riparare le ferite provocate dall’ingiustizia. Voglio parlarvi, infatti, soprattutto di speranza e di cambiamento. Anche se il carcere appare un luogo di solitudine e desolazione, questo tempo può diventare un tempo di riflessione, di riconciliazione e di crescita personale. Si faccia di tutto, ad esempio, perché vi sia data in carcere la possibilità di studiare e di lavorare con dignità. La vita non è definita solo dagli errori commessi, esito in genere di circostanze pesanti e complesse: c’è sempre l’opportunità di rialzarsi, di imparare e di diventare una persona nuova... Cari fratelli, Dio non si stanca mai di perdonare. Egli apre sempre una nuova porta a chi riconosce i propri errori e desidera cambiare. Non permettete che il passato vi rubi la speranza nel futuro. Ogni giorno può essere un nuovo inizio.
Crocifisso profanato ...
Un soldato israeliano a Debel, villaggio nel sud del Libano, dopo aver staccato dalla croce il crocifisso, lo ha demolito e preso a martellate. Certo, un’offesa al sentimento religioso di tanti cristiani. Una giusta indignazione si è levata da parte di tanti Governi, compreso il nostro. Forse una indignazione ancor maggior, questa sì giusta e penso anche indispensabile, si sarebbe dovuta sentire quando non erano statue, sia pure sacre, ad essere distrutte, ma uomini, donne e bambini a morire sotto le bombe sganciate a Gaza. I governanti cristiani, con poche eccezioni, si sono dimenticati che in quelle vittime dovevamo vedere Gesù, ucciso decine di migliaia di volte. ... Uomini, donne e bambini profanati. dt.
Tortura: l’Italia sotto la lente
Il Comitato contro la tortura dell’Onu ha espresso recentemente duri rilievi all’Italia per le condizioni delle carceri. In primo luogo sul sovraffollamento. Il governo ha ancora una volta promesso di voler costruire 10.000 nuovi posti entro il 2027. Lo dice dal 2025, ma oggi ci sono 460 posti in meno rispetto a un anno fa. Ha anche rilevato che il sovraffollamento riguarda anche, per la prima volta, le carceri minorili raggiunte pure da due processi per tortura, uno a Milano e uno a Roma. Il Comitato ha pure criticato (e ne ha chiesto la depenalizzazione) l’introduzione del reato di rivolta penitenziaria anche in caso di resistenza passiva. L’organo dell’Onu ha anche criticato il fermo di polizia presente nell’ultimo decreto sicurezza. Ennesimo dispositivo contro ogni forma di dissenso. Gda.
Ri(flessioni)
1. Suicidio in carcere Carcere di Rebibbia, Roma: un uomo di 37 anni si è tolto la vita. Lo ha trovato, ormai esanime, il compagno di cella. Lascia una compagna e un bambino. Lavorava nelle cucine. Sembra che nulla facesse pensare a un gesto estremo. E’ il sedicesimo suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno. Tristi le parole del garante dei detenuti della regione Lazio: Ormai il suicidio di un detenuto non fa più notizia, ma in carcere si continua a morire: a quando una politica che finalmente prenda in considerazione la sofferenza e la disperazione che si nasconde dietro quelle mura?
2. Festa della Liberazione Le parole del presidente Mattarella in occasione del 25 aprile, pronunciate a San Severino Marche: Pace per ogni persona. Pace come diritto di ogni popolo. Pace per ogni Paese. Questo il senso della Resistenza. Opporsi alla violenza dell'uomo sull'uomo. Una data che dovrebbe segnare un momento di unità nazionale, uno sforzo comune per il bene di tutti ma che spesso è segnata da polemiche e accuse reciproche. Il contrario di ciò che dovrebbero essere i valori di questo giorno. Una libertà pagata a caro prezzo, con grandi tragedie e odio fraterno.
3. “Piccole” mazzette vanno bene Così il ministro della giustizia Carlo Nordio: Signori, è nel codice penale: se si parla di modesta quantità persino della droga, non sarà una bestemmia parlare di modesta quantità anche delle cosiddette mazzette. Sembra si tratti di un lasciapassare per le mazzette, purché di modesta quantità.
Quanto modesta però, non è ancora ben chiaro. Parole che sollevano tante domande. Perché fare questo regalo a chi può pagare le mazzette e ottenere benefici, e a chi in cambio di benefici riceve mazzette? La corruzione non danneggia tutti i cittadini? E chi decide di non pagare non sarà danneggiato due volte? Quante volte sarebbe permesso pagare una mazzetta di modesta quantità? Le mazzette non sono un furto, un rubare in modo vigliacco a tutti i cittadini? E chi sta in carcere per molto meno cosa dovrebbe pensare? Giustizia che strizza l’occhio ai potenti ma feroce con i deboli.
4. Sempre crimini di guerra Martedì in Cisgiordania sono state uccise altre quattro persone di cui due minorenni. I coloni, spalleggiati dall’esercito israeliano, hanno fatto irruzione in una scuola uccidendone due. Una donna di 49 è morta per le ferite subìte durante un raid aereo. Un ragazzo di 14 anni investito, in modo poco chiaro, mentre, in bicicletta, stava andando a scuola. Crimini che rimarranno impuniti.
5. Dolore insopportabile “Non posso continuare a vivere” : quanto ha dichiarato la signora Wendy quando chiese il suicidio assistito. Aveva perso l’unico figlio sei anni fa. Un abisso di dolore per lei insopportabile. Rispetto e compassione per questa donna, e chi crede, aggiunga una preghiera. dt.
Commenti
Posta un commento