Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 16/26 19 aprile 2026 Terza domenica di Pasqua di don Tiziano Vimercati.
Non ardeva il nostro cuore?
Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture? No, non ardeva. Il cuore triste e deluso, gli occhi appannati, il passo incerto e stanco. Poveri discepoli, pensavano di aver trovato una persona di cui potersi fidare e che avrebbe dato un senso alla loro vita. Noi speravamo... ma è morto, come tutti. Cosi credevano i due discepoli in cammino verso Emmaus. E’ una brutta sensazione pensare di essere traditi da chi più abbiamo amato. No, non arde. Neanche il cuore dei discepoli di oggi. Troppo abituati a sentire le parole delle Scritture, però comprendendole poco. Incapaci a cogliere una novità che si rinnova, uno splendore che non viene meno. Con la tentazione di annacquare quelle parole che ci sembrano esagerate e non attuabili, ma che in realtà sono quelle che più danno sapore, capaci di affascinare maggiormente. Alle fine non lo riconosciamo più di tanto e neanche ci accorgiamo che sta camminando con noi. Mi sono sempre chiesto perché i due discepoli di Emmaus non hanno riconosciuto Gesù. Se hanno camminato a lungo insieme, senza notare nulla di strano, penso sia perché l’aspetto di quel viandante era quello di tutti i viandanti. Allora perché non lo hanno riconosciuto subito? Non saprei rispondere con certezza, forse c’era qualcosa che lo impediva. Il vangelo dice che i loro occhi erano impediti a riconoscerlo. Succede: gli occhi vedono ciò che vogliono vedere e non vedono ciò che non vogliono. Gesù risorto era pur sempre il Gesù di prima, e lo riconoscevano, sia pure dopo essere chiamati per nome, come Maria, o dopo aver messo il dito e le mani nelle piaghe, come Tommaso. I due discepoli pensavano ancora a quel Gesù in cui speravano tanto, in cui avevano riposto tutte le aspettative. Ma quando c’è la delusione e la tristezza nel cuore non si riesce a veder più niente, tutto scompare. Quel Gesù sconfitto non può essere quello in cui hanno creduto. Dovevano passare dalle loro aspettative a quelle di Gesù. Un passo, un po’ inconsapevole, che però fecero: resta con noi, perché si fa sera. E’ quel piccolo passo che schiude l’orizzonte e che permetterà di riconoscerlo in quel gesto che li aveva segnati e che ora comprendono meglio: il pane e il vino, il dono della vita. Ora lo leggono per ciò che è, e il cuore di nuovo arde. Noi, nuovi discepoli dei Emmaus, in cammino con i volti tristi e sfiduciati, ma bisognosi di staccarci da ciò che ci distrae e che ha preso il posto di Dio. Occorre la semplicità di accogliere la parola di Gesù per come Lui la intendeva, nella sua radicalità. dtiziano
Possiamo dirci innocenti?
La scorsa settimana dicevo che una classe del liceo Galluppi di Tropea ha scritto una lettera che dovremmo conoscere perché scuote la nostra indifferenza e ci dice anche quanto possono essere migliori i ragazzi di oggi. Non ricorda solo l’atteggiamento di indifferenza verso la tragedia dei morti in mare: scava a fondo sulle responsabilità che tutti dovremmo sentire come nostre. Non è cosa da poco. La lettera è stata indirizzata al quotidiano “Avvenire”, ripresa però da pochissimi altri. «Lo vedi che ci sono le gambe? Quella è la testa! È un uomo morto, è morto, chiamate qualcuno! Queste grida non provenivano da un film o da un racconto lontano, ma dalle aule del nostro Liceo Scientifico di Tropea. Attorno a un salvagente arancione, tra le onde che solitamente ammiriamo, giaceva ciò che restava di un uomo: un corpo restituito dal mare, un viaggio spezzato a pochi metri dalla nostra terra. Le emozioni e le sensazioni che ci hanno travolti sono state indescrivibili, soprattutto dopo aver conosciuto la storia di quel cadavere. Quella immagine resterà impressa nella memoria di tutti i ragazzi come una lezione che nessun libro di testo ci potrà mai dare. Abbiamo fatto molte riflessioni profonde sul valore della vita, sulla fortuna di trovarsi dalla parte “giusta” del mondo e sul dovere di non restare indifferenti davanti a un mare che, troppo spesso, smette di essere un “inizio” e diventa un “addio”. Quello che abbiamo visto non era solo un corpo senza vita su una spiaggia. È l’immagine di dignità tradita. Perché prima di essere numeri, prima di essere “sbarchi”, prima di essere “emergenze”, quelle persone erano volti, nomi, famiglie, sogni. La dignità è questo: riconoscere l’umanità dell’altro anche quando il mondo sembra averla dimenticata. E forse oggi siamo qui proprio per chiederci dove finisce la nostra responsabilità. Se il mare è innocente, noi possiamo davvero dirci tali? Non è stata una notizia lontana, non è stata una storia accaduta altrove. Noi ci siamo trovati lì. Dalla nostra scuola abbiamo visto arrivare quei corpi. Non avremmo dovuto usare i telefoni, ne siamo consapevoli. A scuola non si può, ma forse in quel momento non stavamo pensando alle regole. Siamo ragazzi abituati ad avere il telefono in mano per qualsiasi cosa: per raccontare, per condividere, per capire quello che succede. È stato quasi un gesto istintivo. Non per spettacolarizzare, non per mancare di rispetto, ma perché avevamo bisogno di fermare quell’istante. Di renderlo reale. Di non lasciarlo scivolare via come una notizia tra tante». Avevamo raccolto una testimonianza. In quel momento abbiamo capito che la dignità non è una parola astratta. È qualcosa che si difende anche solo scegliendo di guardare, di non voltarsi dall’altra parte, di raccontare.
Fame di pace, di libertà, di giustizia, di cibo.
Papa Leone XIV in viaggio apostolico in Nigeria ha parlato di fame. Fame di pace, di libertà, di giustizia, di cibo. Di pace: basta poco per distruggere ma non basterà una vita per ricostruire. Questo grazie ai potenti, ai signori della guerra, il mondo è dominato da una manciata di tiranni, capaci però di sconvolgere la vita degli uomini di tutto il mondo. Sembrano avere la missione di sconvolgere la vita delle persone e di farli soffrire. Troppe risorse spese per le guerre e sempre meno per il bene reale dell’umanità. Naturalmente a vantaggio di pochi, sempre quelli e sempre più ricchi. Di libertà e giustizia: non solo come Dio nutre l'umanità con il pane della vita, ma come noi possiamo portare questo cibo a tutti gli uomini e le donne che hanno fame di pace, di libertà, di giustizia come noi. Ogni gesto di solidarietà e perdono, ogni iniziativa di bene è un boccone di pane per l'umanità bisognosa di cura. Di cibo: C’è pane per tutti se a tutti lo si dona. C’è pane per tutti se viene preso non con una mano che afferra, ma con una mano che dona, così ha detto il Papa. La condivisione è l’alternativa all’esagerato appetito di chi già mangia troppo, a chi si ingozza del cibo sottratto ai poveri, anche sciupandolo in mille modi.
Anche il Giappone
Il Giappone è pronto a entrare nel mercato delle armi per rinvigorire la base industriale militare del Paese”. Evidentemente l’industria bellica è una priorità per quel Paese, come lo è per molti altri. Ci sono già alcuni Paesi interessati all’acquisto, anche se il desiderio dei popoli, credo anche dei giapponesi, sia altra cosa.
In ricordo di Giovanni Tamburi
E’ davvero una bella storia, anche se scaturisce da un grande dolore. Giovanni Tamburi, uno dei giovani morto nella notte di capodanno nella tragedia di Cras-Montana. Le parole di papà Giuseppe che hanno portato alla luce un aspetto, che prima non conosceva, della vita del figlio: Si è venuto a scoprire che, quando mi diceva che andava fuori in moto, a fare un giro con gli amici, non sempre andava a divertirsi e a fare cose da ragazzi: andava, invece, a fare compagnia ad alcuni senzatetto della città. Portava loro da mangiare, dei vestiti. Andava tra gli ultimi tra gli ultimi, quelli che si trovavano nella parrocchia dell’Annunziata. I giovani sanno stupire: parliamo un po’ più spesso di questi meravigliosi giovani, dicendo con chiarezza che è con ragazzi così che il mondo può ancora sperare. E’ volontà del padre e dell’Amministrazione comunale di Bologna realizzare un villaggio per accogliere i senzatetto e intitolarlo in nome di Giovanni.
Ri(flessioni)
1. Suicidio in carcere Questa volta nel carcere di Busto Arsizio: un uomo di 34 anni si è tolto la vita in cella mentre i compagni erano all’aperto. La sua vita, come tante altre, come se ne trovano spesso nelle carceri, segnata da qualche errore ma soprattutto dal dolore, da un aiuto cercato e non trovato. Dalla lettera scritta dal cappellano del carcere e indirizzato idealmente a questo nostro fratello morto in carcere. Ma avevi più bisogno di galera… o più bisogno di cure? E la nostra società, così bisognosa di sicurezza, da sbatterti dentro, dove l’avrebbe trovata? Lasciandoti in carcere o dove avrebbero potuto accompagnare gli ammanchi che la vita ti aveva lasciato nella mente? E’ il quindicesimo suicidio nelle carceri italiane dall’inizio dell’anno.
3. o 2. Risveglio delle coscienze Il giorno di Pasqua l’arcivescovo americano Timothy Broglio, Ordinario militare negli Stati Uniti, in una intervista ha dichiarato che la guerra in Iran è ingiusta e che i militari cattolici devono evitare danni ai civili e non sono tenuti a obbedire a ordini apertamente ingiusti. Il cardinale di Washington ha invitato i cattolici a intraprendere un’azione civica contro la guerra in Iran, da lui definita “immorale”. Sono inviti a un risveglio delle coscienze e alle responsabilità personali.
3. Servirsi di Dio Papa Leone dall’Africa: Guai a coloro che manipolano la religione e il nome stesso di Dio per i propri interessi militari, economici e politici, trascinando ciò che è sacro nell’oscurità e nella sporcizia. Tentazione vecchia, comoda per chi comanda, ma ingannevole. Tentazione da smascherare sempre con fermezza. Usare Dio per i propri scopo è sempre una sciagura.
4. Chi è per la pace? Ho il diritto di non essere d'accordo con il Papa. Non ho nulla da obiettare al fatto che il Papa possa dire ciò che vuole, ma io posso essere in disaccordo. Le ultime parole del presidente Trump contro il Papa. Leone XIV parla in continuazione di pace e di giustizia per tutti, avendo a cuore solo il bene di ogni uomo e donna di questo mondo. Qualcuno, e non solo Trump, sembra non essere d’accordo.
5. I soliti, meravigliosi giovani Ad Assisi migliaia di studenti hanno sfilato ieri per dire no alle guerre: “Basta con le bombe e parole d’odio. Non ci rassegniamo alla realtà dei conflitti”. I soliti, meravigliosi giovani. dt.
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