Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 14/26 5 aprile 2026 Domenica di Pasqua



Ancor più vero è l’amore 

E’ troppa la sofferenza di cui ogni giorno veniamo a conoscenza. A meno di non girarci dall’altra parte, o di avere un cuore ormai così indurito e incapace di un minimo di pietà. Guerra in tante parti del mondo, vista come unica soluzione alle controversie quando in realtà è la scelta compiuta dal più forte e potente. A pagare un prezzo salato, però, è la gente comune. Ma ci si abitua. I migranti continuano a morire in mare. Ma ci si abitua, anche perché se ne parla sempre meno. Ci si abitua a tutto, anche al male. Il cristiano non lo può fare. Potremmo non farcela, forse ci è possibile solo iniziare un cammino, un piccolo passo, seme gettato che non vedremo neanche germogliare. Ma abituarsi al male, proprio no. Che senso avrebbero le messe celebrate, le nostre preghiere, il Giovedì santo, la Passione del Signore, la gioia della Risurrezione, la Pasqua, se non crediamo che la vita dell’uomo è illuminata dalla speranza e che il male non necessariamente deve farla da padrone? Non che Gesù avesse molti più motivi di noi per sperare e confidare sulla presenza di un bene diffuso. E neanche sull’assenza di un male altrettanto diffuso. La sofferenza è stata troppa anche per Lui. Come la morte subìta in una sostanziale solitudine. ”Però, non la mia volontà, ma la tua sia fatta” (Lc 22,42b) dice Gesù in un momento segnato dall’angoscia e dalla solitudine, quando sente tutto il peso della morte che si avvicina, e deve scegliere se tenere la vita per sé o donarla a Dio e ai fratelli. Donarla è stata per Gesù una scelta di vita, per sé e per tutti, perché in obbedienza alla volontà del Padre. La Pasqua è stata per Gesù il cammino attraverso la Passione e la morte che però, in quanto donate, sono diventate risurrezione. Quel Gesù che Maria di Magdala e i due discepoli non trovarono nel sepolcro ormai vuoto, 


                                                                                                   Resurrezione, opera di Olivier Pfaff

e che li aprì alla fede perché videro e credettero che era lo stesso Gesù da loro conosciuto che ha saputo amare fino alla fine. Troppa sofferenza ma anche un amore infinito. Ed è l’amore che ci ha salvati, e ci salva, perché non c’è niente di più appagante che sentirsi amati, niente che ci farà procedere di più sulle vie del bene: Caritas Christi urget nos, l'Amore di Cristo ci spinge (2 Cor 5,14). Se ci lasciamo spingere dal suo amore, allora sapremo anche noi compiere gesti dal sapore pasquale, celebreremo anche noi il mistero pasquale quotidiano. Non necessariamente con gesti eroici, pronti comunque a compierli se si dovesse presentare l’occasione, non morendo per il nostro stile di vita, ma attraverso le tante piccole cose di ogni giorno, che si ripetono e che durano nel tempo, ma che fanno la differenza. Ci serve imparare ad aprire gli occhi e vedere davvero chi c’è attorno a noi, che cosa avviene, vedremmo qualcosa di bello, un prato fiorito, anche se qua e là c’è un po’ di gramigna. Vedremmo sì la sofferenza ma anche la solidarietà, vedremmo l’odio ma anche l’amore, vedremmo chi se ne sta sempre comodo in poltrona e chi invece si rimbocca le maniche ed esce di casa. C’è un bene quotidiano, feriale, che non è cosa da poco perché capace di compiere miracoli che possiamo definire feriali, quel bene che cambia la vita in chi lo riceve ma anche in chi lo compie. Anche questa è Pasqua, la nostra Pasqua perché la viviamo come discepoli di Gesù, e non diremo più che è troppa la sofferenza, anche se è vero, perché ci sembrerà ancor più vero che troppo è l’amore. dtiziano. 

Via Crucis negata 

Non si trattava della prima volta. Da ventiquattro anni, nel giorno del Venerdì santo, nel carcere di Genova-Marassi, si teneva una stazione della Via Crucis. Un momento di preghiera molto significativo per i cristiani che vedeva uniti i detenuti alla società esterna. Quest’anno non è stato possibile. La direzione non ha concesso l’autorizzazione: per questioni di sicurezza, ha affermato la direttrice. Non possiamo sapere quali siano queste questioni di sicurezza. Qualche domanda però non è possibile ignorare: era proprio necessario? Non si poteva garantire la sicurezza come è sempre stato fatto? E se è proprio con queste scelte di chiusura che si mette a rischio la sicurezza? L’Osservatorio Carcere delle Camere Penali italiane ha diffuso un comunicato dal tono molto duro: Il diniego dell’ingresso della tradizionale via crucis nel carcere di Marassi rappresenta l’ennesimo sfregio alla Costituzione. La notizia dell’irragionevole diniego alla sosta della via crucis cittadina all’interno del carcere di Marassi per un momento di preghiera e di meditazione, dopo una continuità di oltre 24 anni, rappresenta l’ennesimo segnale di irragionevole e incostituzionale isolamento del carcere rispetto alla società esterna... Impedire, come avvenuto a Genova, un rito di pietà e riflessione collettiva non risponde ad alcuna reale esigenza di sicurezza. È un atto di ostruzionismo ideologico. Una aperta negazione della finalità rieducativa della pena. Una visione di segregazione e paura, che impone la recisione di ogni ponte con la società dei liberi, disumanizzando la detenzione. Non si tratta comunque di un episodio isolato. Lo scorso anno, nel mese di ottobre, il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria aveva emanato una circolare che cambiava le regole per l’ingresso della comunità esterna nelle carceri, rendendole molto più complesse (ne abbiamo già parlato ampiamente). Quella circolare sembra avere solo lo scopo di limitare il più possibile il positivo legame tra il carcere e la società civile, di cui i detenuti fanno comunque parte; rivela una visione della pena come punizione e repressione dimenticando lo scopo rieducativo; e forse è anche la scelta più facile da gestire. E’ stato, ed è ancora, un colpo duro per associazioni, volontari, gruppi, scuole che portano aria fresca e speranza anche tra le mura del carcere. Ricevendo, tra l’altro, molto dai detenuti. A quando la cancellazione dei queste restrizioni immotivate e illogiche? 

Una strage continua 

Non illudiamoci perché se ne parla molto meno, ma è solo perché siamo distratti, perché ci sembra che ci siano problemi che ci toccano più da vicino, e ne abbiamo paura: i naufragi nel mediterraneo continuano, tutti con lo stesso copione. Partono in tanti, uomini, donne e bambini, con addosso la miseria, la paura ma anche tante speranze, molti però si perdono per strada. Maltrattati e sfruttati anche per anni, poi viaggi pericolosi, e per molti di loro, quasi mille dall’inizio dell’anno, la morte in mare. Non che poi, una volta arrivati, abbiano vita facile. C’è il rischio di finire nei Cpr, Centri di permanenza per i rimpatri (che non abbiamo il coraggio di chiamare carceri, anche se di fatto lo sono, e si trovano anche in Albania, che non è Italia e neanche Unione europea), anche senza aver mai commesso reati. – Una settimana fa naufragio al largo della Tunisia per una tempesta che si è abbattuta poche ore dopo la partenza e che ha rovesciato la barca: 19 morti e 21 dispersi. La Guardia nazionale tunisina ne ha tratti in salvo solo 16. - Almeno 19 morti al largo di Lampedusa per il cattivo tempo che ha causato il ribaltamento del barcone: morti di freddo, caduti in mare, intossicati dai fumi del motore. E’ accaduto nella notte tra martedì e mercoledì. Qualcuno è stato salvato: li rimanderemo a casa? Così ha commentato l’arcivescovo di Ferrara, Gian Carlo Perego, presidente della commissione per le Migrazioni Cei e della fondazione Migrantes: Nonostante questo dramma, il Governo continua a navigare nell’indifferenza e L’Europa è sempre più disinteressata. Purtroppo, non solo il Governo e l’Europa: l’indifferenza, e anche peggio, è condivisa da molti cittadini. dt.

Ri(flessioni) 

1. Morto in carcere Due giorni dopo sarebbe uscito dal carcere. Invece Mario Siffu è morto, a soli 32 anni, dopo aver sofferto un mese per lancinanti dolori all’addome. Portato in ospedale all’ultimo momento e operato d’urgenza non ce l’ha fatta. Non si può morire in carcere in quel modo, ha dichiarato il suo avvocato. 

2. Di nuovo pena di morte L’Onu l’ha definita, se applicata, un crimine di guerra: è la legge approvata in via definitiva dal Parlamento israeliano che prevede la pena di morte per i palestinesi che commettono omicidi politici “con l’intento di negare l’esistenza dello Stato d’Israele”. Pena di morte solo per i palestinesi. Qualcosa non funziona, almeno in un Paese che si pensa democratico.

 3. Riconversione bellica La Volkswagen è in crisi. Per superare il momento difficile la famosa casa automobilistica ha pensato di passare alla produzione bellica, fabbricando componenti per i missili balistici. Che l’industria bellica sia il futuro dell’economia? Non certo dell’umanità. 

4. Questo è troppo Davvero Trump è come Gesù, tradito e accusato, ma alla fine vincente, come dice la sua consigliera spirituale? Questo è troppo, ma ci si chiede anche che consiglieri spirituali ci siano in giro. 

5. Vicenda Almasri E’ propria una brutta storia quella di Almasri, il generale libico accusato di crimini contro l’umanità, arrestato in Italia e subito portato in Libia con un volo di Stato e accolto con tutti gli onori. Ora però la Corte penale internazionale chiede chiarimenti al nostro governo per la mancata cooperazione e sulla decisione di rimandarlo in Libia, anziché consegnarlo, come avrebbe dovuto, alla giustizia. Stiamo parlando di un assassino, stupratore e aguzzino. 

6. Abuso d’ufficio Sarà ripristinato? Il reato di abuso d’ufficio era stato abolito due anni fa, suscitando aspre polemiche. Sembrava un favore fatto a chi, quel reato, lo può compiere. A danno di chi lo può solo subire e ha pochi mezzi, se poi ne ha, per difendersi. Ora una direttiva dell’Eurocamera sembra costringere l’Italia a reintrodurre tale reato, con figuraccia da parte nostra. 

7. Il lavoro che uccide Mamour Mbow Pape, 22 anni, originario del Senegal, studente ma anche operaio, è morto incastrato in un macchinario. Mamour è solo una delle tante vittime sul lavoro. Sembra che in media siano tre al giorno. dt.



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