Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 13/26 29 marzo 2026 Domenica delle Palme: Passione del Signore



Di solito, naturalmente, non cerchiamo la sofferenza. Ci spaventa, abbiamo paura di non avere le forze per sopportarla. Non è affatto raro sentire che qualcuno dica: non ho paura della morte, ma della sofferenza. Facciamo bene a desiderare la felicità. La Settimana santa, iniziata oggi, ci chiede di camminare con Gesù sul sentiero del calvario e della morte, e intuiamo facilmente che non è cosa facile. Ci si trova a dover confrontarci con il significato della sofferenza e della morte, e a riflettere sul senso del dolore patito da Gesù. Nessuno dovrebbe infliggere violenza. I capi dei sacerdoti e i farisei vogliono eliminare Gesù, ma anche Lazzaro, diventato scomodo dopo essere tornato in vita. Ma è la storia dell’umanità che è intrisa di sangue e soprusi, quella di ieri e quella di oggi. Di cui dovremmo vergognarci. Perché oggi ne siamo al corrente, perché poco facciamo per contrastarla, perché ne traiamo vantaggio. Nessuno dovrebbe subire violenza. Gesù, dice il profeta Isaia, con oppressione e ingiusta sentenza fu tolto di mezzo... uomo dei dolori che ben conosce il patire. Su di lui, innocente, sputi, schiaffi, insulti, morte. Una moltitudine di innocenti è vittima, oggi come nel passato, di guerre, ingiustizie, tradimenti, discriminazioni di ogni tipo, amori malati, fanatismi religiosi. Il cristiano, come Gesù, sta dalla parte di chi la violenza la subisce, e con coraggio, anche se poi dovrà pagare di persona, smaschera l’ipocrisia e i delitti dei potenti. Cercando di cadere il meno possibile tra quelli che, in un modo o nell’altro, infliggono dolore. So che non è molto facile dire, preferisco subirlo il male, piuttosto che compierlo, ma credo sia ancora possibile, anzi che sia una scelta saggia. Gesù non ha creato sofferenza, mai del male a nessuno, il suo agire era rivolto al bene di tutti, e se proprio fece delle preferenze erano per chi si trovava agli ultimi posti. La sofferenza l’ha subita e ne ha fatto un dono per tutti, compresi i carnefici. Una sofferenza non voluta ma accettata e donata: Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori... portava il peccato di molti e intercedeva per i colpevoli (Isaia). Certamente qualcuno penserà che per noi è troppo e che, anche volendo, non ne siamo capaci. E poi, non è che amare vuol dire soffrire? Anche. Però è la strada scelta da Gesù sulla quale ci chiede di accompagnarlo. dtiziano.

C’è ancora qualcuno che ci crede C’è ancora qualcuno che ci crede, o almeno così pare. Sembrava un errore del passato, qualcosa di blasfemo, di cui dobbiamo solo vergognarci. Tirare Dio dalla propria parte, addirittura invocarlo per uccidere i nemici. Come se non fossimo, per Lui, tutti suoi figli. “Dio è con noi”: troppe volte è stata pronunciata questa affermazione nel corso della storia, e ha portato a conseguenze terribili. Non è Dio che deve stare dalla nostra parte ma siamo noi che dobbiamo scegliere di stare con Lui. Per questo stride contro la sensibilità di chi sa di non poter disporre di Dio ma cerca umilmente di mettersi in ascolto obbediente. Come ogni cristiano, e ogni cercatore sincero di Dio, dovrebbe fare. Ci ha meravigliato, anche se non è la prima volta, la preghiera che un gruppo di pastori evangelici ha recitato nello studio ovale della Casa Bianca invocando la benedizione e la protezione per il presidente Trump. Le parole che sono state usate ci riportano a un tempo che credevamo ormai passato, almeno tra i cristiani. Chissà se il Dio che è stato invocato è lo stesso del Dio di Gesù, quel Dio che chiamiamo Padre, accettando però che nello stesso tempo stiamo dicendo che tra di noi siamo fratelli. Ho forti dubbi. Un passaggio di quella preghiera: Grazie Dio per averci dato il presidente Trump, speriamo che tu gli dia la saggezza. Noi oggi ti ringraziamo di averci dato l'opportunità di ripristinare la fede nel nostro Paese. Preghiamo per la protezione del nostro presidente e delle nostre truppe e per tutti i nostri uomini e le nostre donne nelle forze armate in questi tempi difficili. Non è sbagliato pregare per chi governa i popoli, lo raccomanda anche la sacra scrittura. Lo afferma chiaramente la lettera a Timoteo Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Si prega per i governanti perché lavorini per la pace, per il bene comune e il rispetto dei cittadini. Non per fare le guerre, per inseguire interessi o paranoie personali, tormentando la povera gente. dt.


 


Migranti sotto le bombe

C’è un risvolto della guerra contro l’Iran di cui non si parla proprio: i milioni di migranti che lavorano nei Paesi del Golfo. Sono 41,4 milioni di pakistani, indiani, filippini, indonesiani, bangladesi che devono scegliere se tornare a casa e perdere il lavoro o restare e rischiare la vita: ad oggi sono morti 12 migranti su 13 vittime dei bombardamenti. I soldi che mandano alle loro famiglie a casa sono fondamentali: per il Nepal vogliono dire il 25,2 per cento del Pil, per l’Indonesia sono il 12,7 per cento. I lavoratori migranti nei Paesi del Golfo sono esclusi dalle comunicazioni ufficiali sulle misure di sicurezza, le indicazioni per i rifugi e le vie di evacuazione. E dato che sono impiegati in settori chiave – edilizia, attività ricettive, servizi domestici, logistica – devono continuare a lavorare, all’aperto con il rischio, come è già successo, che gli caschi addosso un missile o un drone iraniano. Particolarmente allarmante la situazione dei rider e dei lavoratori della Gig economy. Anche in Israele la prima vittima della guerra è una badante filippina. Gda.

Cos’è ramadan, vivere a Ramadan

Un altro detenuto condivide le emozioni e i ricordi che da piccolo provava nel mese di Ramadan, ma anche di come lo vive adesso, ora che è un giovane adulto. Ramadan è uno dei cinque capisaldi della religione islamica. Ricordo ancora quando ero piccolo che all’arrivo del mese di Ramadan si vive più in pace e armonia. Ci si fa gli auguri tra la famiglia, gli amici, i conoscenti, portando la pace, e ci si ritrova anche a perdonare. E per noi che eravamo bambini era il periodo più bello, ci si ritrova in un ambiente gioioso cucinando con ricette appetitose e si è più felici. Ricordo, pensando a me stesso, a otto anni non potevo fare il Ramadan essendo troppo piccolo ma sentivo quell’aria di felicità. La giornata iniziava con tranquillità, poi verso il pomeriggio iniziavamo a vedere movimento perché la gente usciva a fare per lo più compere e verso il tramonto ci si ritrovava a casa e ci aiutavamo a vicenda in famiglia ad apparecchiare il tavolo per la colazione del tramonto. Dopo aver mangiato ricordo che uscivo a giocare mentre i miei familiari andavano in moschea a pregare. Crescendo impari che il Ramadan non è solo digiunare. Ramadan è un mese dove Dio concede all’uomo di farsi perdonare i peccati cercando di fare buone azioni, oltre a non dire brutte parole e mangiare, e altro. Ramadan è un mese in cui verso la fine discendono gli angeli del Paradiso e le porte del cielo sono aperte in modo che le preghiere siano accettate. Youssef Eskairi.

Per la fine del Ramadan

Il vescovo di Arezzo, Andrea Migliavacca, invitato dalla comunità musulmana bengalese, ha portato i saluti della chiesa aretina in occasione della fine del Ramadan: “In tempo di divisioni serve fratellanza”. Attaccato e insultato duramente sui social. In Libano, da 25 anni, nel giorno dell’Annunciazione, i cristiani e i musulmani pregano insieme. Lo hanno fatto anche quest’anno, nonostante la guerra, con più intensità.

Celebrazioni pasquali

Venerdì pomeriggio, alle ore 15.00 in cappella: Celebrazione della Passione del Signore. Domenica di Pasqua. Due messe: la prima alle 8,30 per le sezioni II – IV – VI – B - Luce e Semiliberi, e la seconda alle 9,30 per le sezioni I – III – V – VII – A – D e Osservazione.

Ri(flessioni)

1. Morto in carcere Un altro detenuto morto in carcere in modo ancora poco chiaro. Serviranno accertamenti per stabilire la dinamica. Nel carcere di Torino un uomo di 51 anni è stato trovato agonizzante nella cella. Non sono bastati gli sforzi per salvarlo. Comunque sia andata è l’ennesimo segnale che dovrebbe preoccupare non poco.

2. Situazione a Gaza Il presidente della Mezzaluna rossa di Palestina ha dichiarato: Il mondo si sta dimenticando di Gaza. Senza cibo, acqua, medicine. Due milioni di persone vivono in gravi condizioni. I cittadini di Gaza soffrono. Ma non sono i soli. Altri uomini e donne di tante altre parti del mondo sono allo stremo. Ma della povera gente, degli ultimi, a molti potenti interessa ben poco.

3. Morto di fame in carcere Un ragazzo palestinese di 17 anni è morto lo scorso anno nel carcere di Megiddo (israele), dopo sei mesi di detenzione senza formali accuse. Il giudice ha affermato che con molte probabilità il ragazzo è morto di fame. Ha comunque deciso di archiviare il caso. Una sentenza che andrebbe letta e capita ma che lascia l’amaro in bocca. Per i poveri e per i nemici è troppo difficile ottenere giustizia, soprattutto quando dall’altra parte c’è un potere arrogante e repressivo.

4. Trapianti e donazione C’è stata, ultimamente, la brutta storia del piccolo Domenico, a Napoli, il bambino morto per una tragica serie di gravi errori in occasione del trapianto di cuore. Una storia che non deve ripetersi. Però il 2025 è stato l’anno record per trapianti e donazioni. Una sensibilità che sta crescendo. Questa è una buona notizia.

5. Troppo chiasso Non sono più solo le parrocchie che ricevono denunce perché i ragazzi dell’oratorio, fanno troppo rumore (vedi parrocchia di Palermo che dovrà anche sborsare un’ingente somma). Ora, in Lombardia, anche alcuni asili nido. Dovranno monitorare il livello di disturbo acustico che bambini di età tra i tre e i cinque anni arrecano agli abitanti della zona. Che baccano insopportabile possono mai fare! Questa non è una buona notizia. 6. Parole degne Vicenda complessa e inquietante quella dell’insegnante accoltellata in una scuola di Trescore Balneario (BG). Una frase della lettera scritta dall’ospedale. “Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica. Parole degne di un’insegnante. dt

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