QUESTO MONDO ODIA I GIOVANI di Giancarlo D'Adda

 



Maranza, è tutta colpa dei maranza. Ecco il nemico. Ma sono solo la punta dell’iceberg. Sotto ci sono tutti i giovani. Perché di questi tempi essere giovani vuol dire appartenere a una categoria sociale pericolosa. E in pericolo. Lo hanno decretato i governi di tutto il mondo. Contro gli adolescenti si varano leggi, si chiude internet, si proibisce Tik Tok. I giovani, la cosiddetta Generazione Z, sono nel mirino. Lo sono in quanto giovani. Loro lo hanno capito e sono scesi in piazza.

In Nepal hanno rovesciato il governo, in Madagascar hanno fatto fuggire a gambe levate il presidente della repubblica. In Indonesia ci sono stati scontri dopo che i parlamentari hanno approvato per sé stessi indennità abitative di 3.000 dollari al mese, dieci volte il salario minimo di Giacarta. In Argentina le proteste sono scoppiate in seguito all’ennesimo femminicidio. Anche in Italia nei recenti cortei si percepiva che il motivo della protesta, oltre alla situazione palestinese con migliaia di morti, soprattutto giovani e bambini, erano anche il disagio continuo, la precarietà del lavoro e della vita, il futuro incerto. In tutto il mondo i giovani sono percepiti un pericolo per chi ha in mano le redini del potere. Ragazzini, molte ragazzine, delle prime superiori. Gioiosi, simpatici. Che ballavano e cantavano le loro canzoni. Che “rappavano” in coro.

Questa è la prima generazione totalmente digitale. Discutono e si organizzano, attraverso i social media. Una loro caratteristica è che non hanno e non vogliono leader. Quelli che “stanno in alto” sono i loro nemici. Anche partiti e sindacati. Vogliono giustizia sociale, combattono la corruzione. Per loro natura i giovani sono irrequieti, ribelli, trasgressivi. Allora fanno paura e su di loro si riversano fiumi di parole di rabbia. E anche fiumi di idranti e valanghe di lacrimogeni. Da qualche parte anche proiettili.

In Italia ai giovani sono “dedicate” leggi specifiche come quella contro i rave party: quei raduni con migliaia di partecipanti che occupano terreni ed edifici dismessi con musica altissima, balli sfrenati, grandi bevute e purtroppo anche droga. Ma tanta libertà. Prevedono pene con la reclusione fino a 6 anni. Poi ci sono i decreti cosiddetto Caivano che ha ampliato la possibilità di applicare la custodia cautelare ai minorenni e ridotto l’uso delle alternative al carcere. C’è il decreto Sicurezza, che colpisce il dissenso fuori e anche dentro il carcere con nuovi reati e aggravanti pesantissimi.  Infine ci sono le zone rosse, quartieri affollati delle grandi città ma off limits per giovani considerati pericolosi e pertanto allontanati dalle forze dell’ordine.

Tutto ciò ha fatto sì che i giovani detenuti nelle carceri minorili siano aumentati, dal 2022 ad oggi, del 55%, passando da 392 a 611 presenze (fonte Antigone). E sarebbero ben superiori se non fossero stati trasferiti in carceri per adulti quelli che hanno compiuto 18 anni, quando un tempo, fino a 25 restavano negli Ipm (Istituti penali per minorenni). Questo a fronte di una diminuzione delle segnalazioni con protagonisti minorenni del 4,15 per cento. Proprio un bel risultato.

Certo i maranza sono un problema. Sociale. Sono giovani chiassosi, sguaiati, spavaldi. A cui piace alzare le mani, rubacchiare cellulari, spacciare pochi grammi di cocaina. Spesso sono le seconde generazioni di immigrati. Non vanno a scuola, e se ci vanno non studiano, vestono la felpa con il cappuccio alzato, portano sneakers slacciate. Sono bifolchi, barbari, underdog.

I reati compiuti dai giovani in genere sono furtarelli, uso e piccolo spaccio di droga, aggressioni tra coetanei. Reati che riempiono le cronache delle pagine locali dei giornali. Quelli che colpiscono la gente comune. Che giustamente si arrabbia e grida all’insicurezza nelle città. Ma che invece è poco colpita, perché lontana, dai grandi delitti, dalle operazioni finanziarie delle mafie in guanti bianchi, dalla corruzione d’alto bordo, dagli appalti milionari dati ai soliti noti, dai traffici milionari delle magie

Come dice Luigi Pagano, direttore di lungo corso di tante carceri, nell’intervista di pagina xxx: “la politica penale è più ‘semplice’ di quella sociale”. Chiudere la porta e buttare la chiave è semplice e veloce. Parlare, educare, discutere richiede tempo e voglia di impegnarsi. È roba lunga, richiede tempo. Tanto.

All’evidente disagio dei giovani, denunciato mille volte da psichiatri e pedagogisti, le istituzioni non rispondono con politiche sociali che prevedano spazi di divertimento e inclusione, organizzazioni sportive, docenti e assistenti sociali. Anche la scuola, il luogo dove i giovani passano gran parte del loro tempo, è diventata un “valutificio” dove contano solo il voto e le prestazioni e dove c’è poca attenzione alla formazione umana e sociale. Scarsa la prevenzione alla violenza di genere che vede implicati purtroppo anche qualche giovane. Osteggiato l’insegnamento dell’educazione sessuale. Si investe poco: 6,3 milioni di euro l’anno, quando la Spagna ne spende 600. E in Spagna i femminicidi sono diminuiti del 30% in 20 anni.

Molti interventi significativi li fanno invece preti, maestri di strada, educatori, volontari che intervengono anche nei quartieri più difficili delle grandi città con i risultati importanti. Hanno insegnato lavori, valori, comportamenti. Alcuni ne hanno tolti perfino alla camorra e alla mafia. Hanno dato loro un’alternativa. Certo non li hanno “salvati” tutti, ma tanti sì.

Come ha detto recentemente Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta, presedente della Fondazione Minotauro: “Nella società moderna, con i genitori che lavorano a tempo pieno e le famiglie sempre più sole, la scuola dovrebbe essere il luogo che accompagna i ragazzi nella definizione di sé, dove allenare emozioni, frustrazioni, relazioni, favorire lo spirito di gruppo. Mentre è troppo spesso solo apprendimento e voti. Se così avviene, non c’è da stupirsi se l’alfabetizzazione emotiva diventa quella dei social e della violenza che i ragazzi imparano da ciò che mostriamo loro, tra guerre e sopraffazioni di vario genere”.

I giovani si sentono nel mirino della storia, degli adulti, dei vecchi. Che, come in tutte le generazioni del passato, non capiscono, non se ne fanno una ragione. È stato così anche negli anni Sessanta e Settanta quando per la prima volta nel mondo sono apparsi i giovani come categoria sociale. Con i loro vestiti colorati, i pantaloni a zampa, le minigonne, i Beatles e i Rolling Stone. Anche allora non erano compresi dai loro genitori vestiti con giacca e cravatta neri, col borsalino in testa, le gonne scozzesi sotto il ginocchio. Viene da fare una domanda: ma i settantenni, che hanno vissuto quegli anni di rivolte e cambiamenti epocali, come è possibile che non riconoscano nei loro figli quegli stessi segnali. Ancora una volta vecchi contro giovani. Incredibile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Commenti

Post popolari in questo blog

LA MIA SCALA DEI VALORI, OGGI di C. V. carcere di Monza - Reparto Luce Cella 211

STRETTA ALLE ATTIVITÀ CULTURALI IN CARCERE

Un Natale diverso di Gian Luca R. sez. Luce