Il carcere nascosto di Giancarlo D'Adda
C’è un tipo di reclusione di cui poco si sa e di cui nessuno parla: le case lavoro e le colonie agricole. Sono luoghi in cui si sa quando si entra, ma non si sa quando si esce. Un supplemento di detenzione per chi è considerato “socialmente pericoloso” da un giudice di sorveglianza che la può applicare, a sua discrezione, dopo che uno ha finito di scontare la sua pena. Una vera e propria aberrazione giuridica, retaggio del famigerato fascista codice Rocco. E pensare che il “fine” dichiarato sarebbe la rieducazione con il lavoro delle persone lì recluse. Ma la realtà è tutt’altra.
Le circa 300 persone ospitate nelle nove case lavoro e nelle tre colonie agricole in Sardegna, teoricamente dovrebbero fare lavori domestici, artigianali e agricoli, ma lavorano poco o niente. In compenso consumano grandi quantità di psicofarmaci. Questo perché molti provengono dalle Rems, le residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza. E tanti sono tossicodipendenti. Tutte persone che hanno bisogno di cure e di assistenza.
Invece
vengono abbandonate in strutture che hanno tutte le caratteristiche,
moltiplicate, del carcere con sbarre alle finestre, porte blindate, regime
chiuso. Tutto questo senza una vera motivazione giuridica. Ma un parere del
giudice di sorveglianza che, sei mesi dopo sei mesi, prolunga un’agonia che può
non avere mai fine.
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