Da Americana su Internazionale del 6.2.2026 di Alessio Marchionna - Giancarlo D'Adda
Questo di
Alessio Marchionna è un interessantissimo contributo su come tutti i governi
del mondo intendono il rapporto tra chi ‘sta in alto’ e la gente comune. Quest’ultima
dimostra, più dei primi, di avere buonsenso, di sapersi autogovernare con
intelligenza e anche bontà, rispetto degli altri, efficienza. Chi sta in alto
invece, quando si sente minato nella propria autorità, interviene con violenza
inaudita, distruggendo tutto ciò che c’è di buono. Perché non tollera che ‘chi
sta in basso’ decida, in comune con gli altri suoi pari, come governare la
propria vita. Il potere, qualunque esso sia, rispetta solo sé stesso, non gli
importa se prevarica, se violenta, se distrugge. Anzi questi sono i dettami per
la sua sopravvivenza. E non ha nessuna remora a usarli.
“Nel marzo del 1973, nel pieno delle tensioni sociali e politiche che attraversavano gli Stati Uniti dopo gli anni sessanta, il carcere di massima sicurezza di Walpole, in Massachusetts, diventò teatro di un esperimento senza precedenti. In un’America segnata dalla guerra in Vietnam, dalle lotte per i diritti civili, dalle rivolte carcerarie come quella di Attica e da un diffuso dibattito sull’abolizione delle prigioni, Walpole rappresentava uno dei simboli più estremi del fallimento del sistema: violenza quotidiana, razzismo, torture, stupri, omicidi e condizioni disumane per detenuti e agenti.
Il contesto era esplosivo. Un anno prima si era
insediato il nuovo responsabile dell’amministrazione penitenziaria del
Massachusetts. John O. Boone era il primo afroamericano a ricoprire
quell’incarico negli Stati Uniti. Era un riformatore e avviò riforme radicali:
riduzione della repressione, programmi di reinserimento, apertura ai diritti
dei detenuti. Le guardie, in gran parte bianche, giovani e malpagate,
interpretarono quelle misure come una minaccia diretta al loro potere e alla
loro sicurezza. Nel giro di poco il conflitto divenne insanabile e lo scontro
inevitabile.
In quel clima emersero due figure centrali:
Bobby Dellelo, detenuto bianco, carismatico e temuto, e Ralph Hamm, detenuto
nero, istruito e riservato. Insieme guidavano la sezione locale della National
prisoners reform association (Npra), un’organizzazione che univa sindacato,
rappresentanza politica e progetto di autogestione. Dopo mesi di proteste e
trattative andate a vuoto, nel marzo 1973 circa duecento guardie penitenziarie
entrarono in sciopero e abbandonarono Walpole. Boone dichiarò lo stato
d’emergenza, e per due mesi il carcere fu di fatto gestito dai detenuti. Dentro
rimasero solo una quindicina di operatori civili – amministrativi, assistenti,
psicologi – incaricati di garantire una presenza minima e di monitorare la
situazione per scongiurare un’escalation di violenza; all’esterno il perimetro
dell’istituto era rigidamente presidiato dalla polizia statale.
Contro ogni previsione, non ci fu il massacro temuto. La Npra
si fece carico della gestione quotidiana del carcere: organizzò il lavoro, la
distribuzione del cibo e dei farmaci e la sicurezza interna. Il sistema
funzionava attraverso una rete di comitati eletti dai detenuti, coordinati
dalla Npra. Ogni blocco aveva propri rappresentanti, sempre in coppia per
garantire continuità in caso di trasferimenti o isolamento, e ogni settore –
cucina, infermeria, lavoro, istruzione, sicurezza interna – funzionava con
turni assegnati in base alle competenze: ex cuochi andavano ai fornelli, reduci
dal Vietnam lavoravano come infermieri, persone alfabetizzate insegnavano a
leggere agli altri detenuti. La gestione dei conflitti non era affidata alla
forza ma alla mediazione collettiva: in caso di tensioni o minacce di violenza,
intervenivano squadre miste, spesso guidate da Dellelo e Hamm, che convocavano
assemblee tra blocchi o incontri faccia a faccia. Chi violava le regole veniva
chiamato a rispondere pubblicamente del proprio comportamento davanti agli
altri detenuti, in un processo di pressione morale e responsabilizzazione che,
secondo testimoni e osservatori civili, contribuì a ridurre drasticamente
furti, aggressioni e stupri. Per alcune settimane, Walpole funzionò come una
comunità sorvegliata da se stessa, con un livello di ordine e sicurezza inedito
nella storia del carcere.
La situazione diventò presto intollerabile per
le autorità, che temevano la percezione esterna di un carcere senza controllo
armato. A maggio, mentre Boone era fuori città, l’amministrazione annunciò una
perquisizione punitiva e la reintroduzione di misure restrittive senza
consultare la Npra. Nella notte tra il 18 e il 19 maggio 1973, dopo giorni di
tensione e voci di disordini amplificate dai mezzi d’informazione, la polizia
statale in assetto antisommossa fece irruzione nel carcere. I detenuti vennero
trascinati fuori dalle celle, spogliati, ammanettati e fatti passare tra file
di agenti che li colpivano pesantemente; molti furono costretti a camminare
scalzi su vetri rotti, mentre televisioni, radio e oggetti personali venivano
distrutti e gettati dai piani superiori. Testimoni raccontarono di uomini
buttati giù per le scale, colpiti con manganelli e calci, rinchiusi per
settimane in isolamento senza contatti con l’esterno. Le strutture del carcere
vennero devastate dalle perquisizioni punitive e dall’uso di gas lacrimogeni.
Lo stato non si limitò a riprendere il controllo fisico di Walpole ma smantellò
platealmente ogni forma di rappresentanza dei detenuti, revocando il
riconoscimento della Npra e ristabilendo il regime di repressione.
Boone si dimise poche settimane dopo. A Walpole
tornò il caos: accoltellamenti, suicidi, incendi. L’esperienza di autogestione
fu liquidata come una parentesi pericolosa, mentre il sistema penale americano
si avviava verso l’era della criminalizzazione e dell’incarcerazione di massa.
Ma l’esperimento di Walpole lasciò comunque una traccia profonda. Dimostrò,
anche se per poco, che i detenuti potevano organizzarsi, ridurre la violenza e
immaginare forme alternative di giustizia. Allo stesso tempo, mostrò i limiti
politici di ogni tentativo di riforma radicale in un sistema fondato sul
controllo e sulla paura.”
(da Americana su
Internazionale del 6.2.2026 di Alessio Marchionna)
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