Sezione luce. La storia di Ernesto S.
Sarò sincero - anzitutto con me stesso: raccontare la mia storia? Non mi piace, non è da me aprirmi, non troppo almeno. Restare guardinghi! Gli urti e gli affanni della vita hanno aculei che possono penetrare nelle carni. Al di là della maschera di disponibilità e affabilità, credo di essere un uomo riservato e chiuso. A protezione, in difesa, in attesa. Mi piace più ascoltare, raccogliere i cocci di altri e rimetterli insieme, cercare di aiutare, risolvere, indirizzare. Invece, parlare di me, delle mie storie, di fatti personali, insomma, è una sfida... scavare?
Da dove incomincio? Nasco a Milano nel 1966, l’anno dell’alluvione di Firenze, il giorno del compleanno di mia madre. La mia famiglia è originaria di Pozzuoli. Dovevo essere un aborto: in quegli anni, prima della legge che permette l’interruzione di gravidanza, ci si arrangia in casa, con qualche pia donna – la comare – o un medico compiacente, più spesso semplicemente da sole. Mia madre decide che io, quinto di cinque figli, non devo nascere. Ma dopo sette mesi si accorge che qualcosa è andato diversamente da quanto auspicato e io cresco nella sua pancia. Lei allora ha un fisico mingherlino e fino a quasi l’ultimo mese non si nota il gonfiore della gravidanza. Non voluto, però alla fine arrivo. (Dopo di me, comunque, nasce un’altra bambina). Immigrati a Milano per lavoro, papà, fervente comunista, fa il consulente per aziende attive nelle costruzioni e nella carpenteria metallica. Per me lui è un totem, un monumento: progetta le prime facciate continue in vetro e alluminio, lavora nella ideazione della centrale nucleare di Caorso, disegna i primi cassoni per rottami della Som Melzi, le casseforti per l’azienda svedese Lips Vago. Mamma fa la sarta a casa. E tira su noi figli.
Il primo
ricordo, che è anche il mio primo incontro con il mondo criminale, a 14 anni, è
con il padre di mia zia acquisita, un omone alto e ben piazzato. È quello che
poi ho capito essere un mammasantissima, un tale che raduna più “famiglie”,
tiene le redini, coordina e tutela gli affari, un capo clan. È soprannominato
“Gepi Gepi”. Siamo nel 1980. Lui esce da Poggioreale e viene a Milano a trovare
mia zia, sua nipote, che si è trasferita a Milano presso la mia famiglia. Un
giorno, ricordo, un gruppo di banditi organizza un furto in un capannone di una
carrozzeria di Cernusco, il padrone è un amico di famiglia. Il furto provoca
l’intervento di mio “zio” che, nel giro di tre giorni recupera tutta la
refurtiva. Quei ladri non hanno più fatto rapine … Sono ancora un adolescente,
ma quello zio potente mi prende in simpatia.
Un giorno lo
zio mi porta con sé in un bar di via Foppa a Milano. Mi dà delle monetine e mi
dice di giocare a flipper perché lui deve andare a parlare con certe persone
per in “lavoro”. Quando torna, mi chiede di non riferire nulla ai miei, anche
se io non avevo visto né sentito nulla. È pomeriggio, ma quella stessa sera dei
killer sparano ai titolari di una rinomata pizzeria milanese. Non vengono
uccisi, si tratta solo di un “avvertimento”. Risultato: chiudono l’attività. Capisco cos’è il potere, la forza e gli
effetti di una organizzazione criminale. Effetti criminogeni per alcuni,
conseguenze “utili” per altri, tra i quali la mia famiglia. Il potere
tentacolare che riesce ad arrivare più in fretta, più direttamente e più
efficacemente di quello dello Stato. E sistema le cose, le mette a posto. Ho
assaporato il fascino di questo sistema. Il fascino del potere.
Parto da
un'azienda, quella di mio padre, impegnata nell'arredamento d'ufficio; quindi
ne apro una mia, di consulenza aziendale, ma anche collaborazioni con
l'Aeronautica Militare Italiana a Milano. Anni di solidità e bei successi. Ma
arrivano anche i problemi con la giustizia, o meglio, con le indagini
giudiziarie: vengo indagato per traffico d'armi e traffico di auto di lusso;
sono coinvolto in fatti di estorsione, ma io volevo solo difendere un mio
cliente taglieggiato da un altro boss mafioso... E quando al mio cliente quel
boss sottrae addirittura l'attività, voglio fargliela pagare. Vado da lui
armato, ma quello mi fa trovare la polizia ad attendermi: ironia della storia!
Quel boss la fa franca e viene tutelato e io - che voglio, a modo mio, ristabilire
giustizia! - vengo condannato. Ricevo pure un foglio di via.
Cattive e buone amicizie? Anche, tante, tutte buone e tante forse anche un po' cattive: in alcune aziende di miei soci che avevano una cascina di maiali, nel recinto vengono trovati resti umani, capelli, denti... Posso fare la cronaca di avvenimenti che si sono susseguiti gli uni agli altri e hanno segnato, fino a questo momento, la mia vita. Attraverso le tante svolte di questa mia "carriera" tra affari, imprenditoria e crimine di varia natura e levatura, si snodano ricordi, aneddoti, fatti di alta e bassa qualità, se così si può dire. Io le chiamo peripezie. Come quando mi trasferisco a Lecco, a occuparmi di consulenza ad aziende locali tra il Lecchese e la Valtellina, ma anche con radicati contatti con "amici" siciliani, calabresi, napoletani. Gli affari sono affari. Una mattina, è il 2017, i Carabinieri di Dubino mi convocano in caserma: sono oggetto di attenzione per essermi “suppostamente” incontrato con qualcuno della malavita e aver usato soldi sporchi; sono accusato da qualcuno, c'è la DIA e l'Anticrimine. Sono quindi arrestato, pericolosità sociale, imputato, mi faccio un anno di galera per poi essere prosciolto da ogni accusa. A decembre del 2019 esco e a febbraio 2020 ricomincio a lavorare, poi viene il Covid mi ferma due mesi. A giugno riapro l’ufficio a Milano finché mi raggiunge il “definitivo”, la sentenza definitiva e la pena, il carcere. Lo Stato e l’ufficio delle esecuzioni non valuta se una persona sta lavorando, si comporta bene: ti vengono a prendere e ti portano e così pensi che lo Stato e chi ci governa non sono diversi dalle famiglie malavitose, che decidono se devi vivere o morire, la differenza è che lo Stato lo fa legalmente.
La mia vita si dipana tra queste due sfere di influenze: legale e para legale, direi così. Mi devo rammaricare di qualcosa, forse. Certo, nei miei affari (che in legalese qualcuno definirebbe traffici) ho in coscienza fatto anche del bene a tanti, e probabilmente scontentato altrettanti. Se devo scegliere un momento che ultimamente mi ha toccato, ripenso a quello in cui alle 17.30 del 30 marzo 2022 ricevo una telefonata inattesa da qualcuno che dall'Ufficio esecuzioni del Tribunale di Milano mi "avvisa" che sarei stato arrestato di lì a poco: il provvedimento era firmato, la procedura era in attuazione, tutto in via di organizzazione. Sensazioni, paure, speranze, rabbia. Organizzazione del mio lavoro, penso a come gestire tutto, sapendo che a breve sarei stato in galera. Posso, sottrarmi all'arresto imminente: non lo faccio. Mi aspettavo l'arresto, lo sapevo che sarebbe arrivato. La "dritta" di quel qualcuno che dal Palazzo di Giustizia non mi angoscia, il mio pensiero è ancora e sempre: niente mi può fermare e devo guardare avanti.
Alla vigilia dell'arresto, l'8 aprile, organizzo una festa con gli amici, come per congedarmi - temporaneamente - e salutare tutti. Il 9 aprile 2022 vengo arrestato e portato in carcere a Monza. In un lavoro di autoanalisi fatto in carcere qui a Monza, mi si chiede di descrivermi attraverso un logo, un simbolo: ho scelto il vulcano, la terra e il fuoco, in ogni cosa che ho fatto e in ogni luogo dove sono stato, niente e nulla mi hanno fermato dal fare ciò che avevo in mente, ma sempre usando la testa. Ecco, forse, in definitiva, sono troppo razionale e troppo poco sentimentale.
- Redazione Oltre i confini - carcere di Monza. Responsabile Antonetta Carrabs
- Articolo pubblicato sull'inserto Oltre i Confini - Beyond Borders allegato a Il Cittadino di Monza e Brianza. Direttore Marco Pirola
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