Settimanale di varia umanità carceraria C.C. di Monza Numero 4/26 25 gennaio 2026 III domenica del Tempo Ordinario di don Tiziano Vimercati.
La conversione: venite dietro a me
Quando sente che deve convertirsi il buon cristiano subito pensa che deve cambiare qualcosa nella vita, qualche aspetto del suo comportamento che ritiene non del tutto corretto. O, meglio ancora, al di là dei singoli comportamenti scorretti, pensa che deve cambiare direzione, chiedersi in che cosa crede e per che cosa davvero vive. Nella speranza che segua poi un cambiamento radicale nella propria vita. L’invito che Gesù ci rivolge, nel vangelo di oggi, Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino, lo troviamo subito dopo che l’evangelista Matteo ha ricordato la profezia del profeta Isaia: Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta. Allora la conversione vuol dire anche scoprire una luce, una presenza di vita che irrompe anche dove ci sono ombre di morte, dove sperimentiamo la forte presenza del male, non solo attorno ma anche dentro di noi. Giusto cercare di cambiare la nostra vita. Ma cosa ci spinge e ci può sostenere se non la bellezza di una luce che ci è donata, l’orizzonte che è quello di Dio e della sua presenza? E’ il dono che Dio fa di sé che ci sostiene, è il suo amore che rende figli e fratelli tra di noi. Aprire gli occhi, la mente e il cuore per vedere, capire e amare quel Gesù che ha promesso di non lasciarci soli e dunque cammina con noi, e che ci invita: Venite dietro a me. Non credo quindi sia esagerato affermare che seguire Gesù sia vedere la luce, vivere nella pienezza, anche se si rimane in “regione e ombra di morte”, non più però senza vedere, come facili prede della paura e del cinismo. Il cristiano che segue il vangelo è un testimone di speranza, sa che il regno dei cieli è vicino, sa che può fare la sua parte affinché il regno si avvicini sempre di più. Il Signore è vicino quando ci si ritrova insieme per pregare, anche quando, come in questa settimana, abbiamo pregato con credenti di altre confessioni cristiane, e credo anche se preghiamo con credenti di altre religioni. E’ vicino quando gli uomini fanno lo sforzo sincero di volersi bene e superare gli odi e le contese, senza ricorrere alle guerre. E’ vicino, e lo incontriamo e lo serviamo, quando, abbracciandolo, ci chiniamo verso un fratello povero e bisognoso. Il regno dei cieli per ora è solo vicino, e per questo ci capita di faticare a scorgerlo e ne smarriamo le tracce, ma è già capace di cambiare la storia degli uomini e la storia di ciascuno di noi. Diceva Simone Weil: Non desiderare la sparizione delle nostre miserie, bensì la grazia che le trasfiguri. dtiziano
Giornata della memoria
Conservo un ricordo indelebile nel mio cuore: l’emozione che provai quando andai per la prima volta a visitare alcuni campi di sterminio che i nazisti costruirono per eliminare gli ebrei, le minoranze etniche (rom e sinti), testimoni di Geova, omosessuali, malati di mente, disabili, oppositori al regime. Avevo vent’anni e non provai solo emozione: quell’esperienza mi educò, mi fece guardare all’altro, a chiunque altro, in modo nuovo, vero, accogliente. Cominciai a capire che il male, presente e potente, può distruggere. Cominciai a capire che c’è bisogno di pietà, di compassione, di rispetto, soprattutto verso chi è in minoranza, chi è debole e senza nessuno che lo difenda. Pensai che la tremenda lezione dell’olocausto avesse insegnato qualcosa di prezioso all’umanità. Non mi sembra che sia avvenuto. Passa il tempo e il ricordo sembra affievolirsi. C’è anche chi nega l’orrore avvenuto. E’ bene allora farne memoria; è bene ricordare ciò che è stato, anche se fa male; non si può cancellare il male commesso ma condannarlo sempre, in ogni modo e occasione, per poter andare avanti senza ripetere gli stessi errori. E’ bene che si celebri ogni anno la Giornata della memoria, giorno in cui fu liberato il campo di sterminio di Auschwitz, il 27 gennaio 1945. E’ bene che si organizzino pellegrinaggi in questi luoghi del dolore, soprattutto per i ragazzi i giovani. Fare memoria per ricordare e per essere migliori. Non sono gite, come purtroppo qualcuna, ministro della Repubblica, li ha definiti ma “certamente ad Auschwitz non si va in gita, si va per fare memoria di una tragedia immane che ha colpito il popolo di Israele”, come invece ha dichiarato il cardinal Parolin. Una tremenda storia, quella dell’olocausto, che ci ricorda le bassezze a cui può giungere l’uomo. Una lezione che non abbiamo imparato e siamo quindi costretti ad assistere a tragedie simili, che siano genocidi o meno, sono pur sempre tragedie enormi, e per chi muore cosa importa che sia o meno genocidio. Le ideologie, gli egoismi, la sete di potere, ma anche l’indifferenza, che resero possibile la tragedia dell’olocausto, sono semi che ancora troviamo nel cuore dell’uomo e che rendono possibile compiere altro male.
Proteste contro il comportamento violento dell’Ice
Numerosissimi gli episodi di violenza e abusi commessi dall’Ice. Non solo i casi eclatanti dell’uccisione di una giovane donna; dell’aver preso in ostaggio un bimbo di 5 anni per stanare la madre; l’arresto di un centinaio di religiosi che protestavano pacificamente all’esterno dell’aeroporto. Ora però la città di Minneapolis protesta: saracinesche abbassate, manifestazioni di solidarietà agli immigrati, la richiesta che l’Ice se ne vada. Cittadini che si ribellano, che spezzano l’indifferenza e sfidano il potere violento. La forza di un popolo quando reagisce al prepotere. Una buona notizia.
Nomi da non dimenticare
Youssef Abanoub, un nome da non dimenticare: lo abbiamo scritto la scorsa settimana. E’ il ragazzo che è stato ucciso da un suo compagno mentre era a scuola. Non è proprio da dimenticare il suo nome, come quello di tanti altri ragazzi che muoiono per futili motivi. Ma non dimenticarlo vuol dire andare oltre l’emozione, la rabbia, e purtroppo anche il desiderio di vendetta che si provano in questi momenti. Senza limitarsi a percorrere la strada dell’inasprimento dei reati, come se fosse la soluzione. Occorre scegliere la strada molto più impegnativa, costante e paziente, che sappia coinvolgere tutta la comunità civile: ascoltare, rispettare, educare, dare il buon esempio, amare il bene, rifuggire dalla logica della ricchezza che mi può dare ciò che voglio e quella della forza che illude di poter fare tutto. Willy Monteiro Duarte è un altro nome da non dimenticare. E’ il ragazzo ucciso sei anni fa perché cercò di difendere un amico. Fu ucciso in meno di un minuto, in modo brutale. La mamma Lucia ha pronunciato queste parole riferite all’omicidio di Youssef Abanoub, parole colme di dolore, ma non di odio, parole che chiedono di aiutare i ragazzi a diventare uomini onesti. “La violenza con le lame? Da quando è morto mio figlio Willy, ogni volta che muore un ragazzo ucciso da suoi coetanei mi si riapre la stessa, identica ferita. È un dolore grande. Sento il bisogno di riflettere sulla vita: si può vivere cercando il bene. Ma si può vivere anche covando la rabbia. I giovani sono una ricchezza, ma hanno bisogno del nostro aiuto... E’ un dolore vedere che gli stessi meccanismi continuano ancora oggi, vedere che ci sono ancora tanti giovani con così tanta rabbia dentro”. Migliaia di persone, giovani e adulti, autorità civili e religiose hanno partecipato ai funerali di Youssef. Il ricordo di Willy non viene meno anche dopo sei anni dalla morte. Giusto, nomi da non dimenticare, ma ora bisogna agire.
Sicurezza
È la parola che si sente di più pronunciare e leggere di questi tempi. Sicurezza nelle strade da bande di giovinastri, quasi sempre stranieri di seconda generazione; sicurezza nelle scuole infestate da ragazzini con coltelli negli zainetti; sicurezza su tram e bus devastati da orde di quindicenni con felpe e cappucci neri in testa. Una giungla urbana pericolosissima. Quindi ecco la pressante necessità di leggi e decreti che comminino anni e anni di galera, proibizioni di circolazione e sosta in aree centrali, arresti preventivi per i soggetti più esagitati. Non che non ci sia il problema giovani e violenza, ma da inquadrare in un ben più ampio discorso. Un discorso di comunità, di solidarietà, di centri di aiuto per i più deboli e sconquassati da una società che vede e passa oltre, che trascura i più fragili, che non accoglie e ascolta. I soliti sociologismi si sente dire. Ma perché? C’è forse più sicurezza con la galera per tutti? Gda.
Ri(flessioni)
1. Suicidi in carcere. Secondo i dati ufficiali presentati alla Camera dei deputati, i suicidi avvenuti nel 2025 sono stati 80 rispetto ai 91 dell’anno prima. Una significativa diminuzione. Non c’è però da rallegrarsi tanto. Sono sempre troppi. Sono tutti d’accordo che si debba intervenire con decisione con percorsi educativi, di cultura, di sport e di tutto ciò che possa favorire un percorso di prevenzione. Ma si deve andare oltre le parole. Ricordarsi anche delle situazioni di estremo disagio, di sovraffollamento ormai cronico, di strutture fatiscenti, delle fatiche quotidiane che subiscono i detenuti.
2. Fragili in carcere Sono tante le persone rinchiuse con problemi psichiatrici. Non è il luogo dove dovrebbero stare. Il carcere non è un ospedale, e non ha né strumenti né personale sufficiente e preparato per prendersi cura di loro. Sempre dai dati ufficiali: al 7 novembre 2025 risultavano ricoverate nelle REMS (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) 675 persone, 69 donne e 606 uomini. Numeri troppo bassi rispetto alle esigenze. Anche qui si spera che alle promesse, facili, seguano i più difficili interventi reali.
3. Tossicodipendenti in carcere Anche di loro si dice che non dovrebbero stare in carcere, ma in comunità. D’accordo. Una comunità può svolgere con beneficio il suo compito se chi ci va lo desidera con tutte le sue forze e non come scorciatoia per uscire dal carcere. Inoltre penso che nessuno possa
essere costretto ad andarci se non lo desidera. E poi ritorna sempre la domanda di fondo: dove si troveranno così tante comunità che potranno accogliere gli oltre 20mila tossicodipendenti presenti nelle carceri italiane? Rimane in ogni caso la convinzione che non è in carcere che molti di loro devono stare.
4. Tre morti dall’inizio dell’anno Già tre morti a causa del freddo nella grande e ricca Milano. Tre uomini ancora giovani: 34, 55 e 40 anni. Esistono strutture, volute dal Comune, che accolgono chi non dispone di un alloggio. Forse non bastano ma c’è anche la volontà di chi, pur vivendo per strada, in quelle strutture non ci vuole andare.
5. Morto di freddo e stenti Aveva solo 38 anni, veniva dal Gambia, con i documenti in regola, lavoratore. E’ morto di freddo e di stenti nella sua auto, unico rifugio di cui disponeva. E’ successo nel foggiano, nel ghetto Torretta Antonacci dove si trovano più di 2000 persone. Sembra che non ci siano stati interventi per migliorare il ghetto, nonostante i fondi del Pnrr. Il suo nome era Mamadou e qualcuno lo starà piangendo. dt.
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