Settimanale di varia umanità carceraria Battesimo del Signore C.C. Numero 2/26 11 gennaio 2026 di Monza di don Tiziano Vimercati



Come figli amati 

C’era tanta gente da Giovanni Battista quando Gesù andò da Lui per farsi battezzare. Gente in attesa e che evidentemente cercava qualcosa, sentiva di aver bisogno di un orizzonte ampio in cui inserirsi, gente che aspettava che si realizzassero le promesse che avevano accompagnato il cammino del popolo per tanto tempo, proclamate dai profeti e dai saggi di Israele. Giovanni Battista invitava alla conversione, alla penitenza, a ricercare la giustizia, a preparare le vie del Signore: perché non Lui? Perché non Giovanni Battista il messia tanto atteso? Il desiderio del messia faceva del popolo di Israele un popolo in attesa, una forza che lo sosteneva ma anche lo costringeva a vivere nella fragilità, un desiderio che stenta a realizzarsi, forza e debolezza insieme. Giovanni Battista sa di non essere lui il messia e lo riconosce, dopo un interiore cammino di ricerca, in Gesù: Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me? Siamo agli inizi della vita pubblica di Gesù e sta per iniziare la sua missione in mezzo agli uomini. Intende condividere fino in fondo la nostra vita, stare dalla parte degli uomini. Quello di Giovanni era un battesimo per la conversione e il perdono dei peccati. Che bisogno ne aveva Lui, Gesù, che non aveva conosciuto l’ombra di alcun peccato? Eppure si fa battezzare per dire a tutti, non che è peccatore, ma che condivide la sorte dei peccatori e che nonostante la nostra miseria Lui è per noi. Gesù riceve lo Spirito di Dio che scende su di lui, “questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento”: è il Figlio amato, ha una missione da compiere, una missione non facile stare dalla parte degli uomini. Sappiamo quale sarà la conclusione della sua vita, la morte in croce è il risultato della scelta di condividere le sorti dell’umanità. Il vangelo della festa del Battesimo del Signore ci svela ancora una volta il mistero di Gesù, il Figlio di Dio, l’amato e colui che riceve lo Spirito per una missione da compiere. In Gesù Dio pone il suo compiacimento: in lui si vuole rivelare, la nostra ricerca di Dio deve passare attraverso la conoscenza e l’accoglienza di Gesù. Egli dovrà rivelare agli uomini la realtà di Dio che vuole essere un Padre per noi e che ci considera figli amati. E’ un dono che riceviamo di cui essere grati. La grazia del battesimo Gesù l’ha condivisa: siamo come lui Figli, come lui riceviamo lo Spirito perché come lui abbiamo la missione di annunciare la paternità di Dio, insieme, naturalmente, al legame che ci unisce tutti in Cristo, essere fratelli e sorelle che si prendono cura l’uno dell’altro. dtiziano

Qualche numero circa la realtà carceraria 

I numeri vanno interpretati, occorre tener presente tante variabili, e certamente non dicono tutto. Dietro ai numeri c’è la realtà, che può essere migliore ma anche peggiore di come la si dipinge, la sofferenza di uomini e donne, la povertà di molti e l’esagerata ricchezza di pochi. I numeri poi, sono tanti, e si possono evidenziare quelli che più fanno comodo. Tutto questo è vero, eppure i numeri qualcosa ci dicono. Diamo un’occhiata ai numeri che riguardano le carceri italiane, numeri ufficiali al 31 dicembre 2025. Sovraffollamento: 63.499 i detenuti presenti. L’incremento rispetto a un anno fa è di 1600 unità. Rispetto ai posti effettivamente disponibili ben 17.418 detenuti in più. Posti regolamentari: 51.277 Posti effettivamente disponibili: 46.081 (600 in meno dello scorso anno), dunque 5.196 posti che per vari motivi, ristrutturazioni e manutenzioni, sono diminuiti. Dunque più detenuti e meno celle a disposizione. Questo comporta un ulteriore peggioramento delle condizioni di vita dei carcerati. Tasso di affollamento: 137,8% (l’anno scorso era 132,8%). Queste percentuali di affollamento variano molto nei vari Istituti. In alcuni non c’è sovraffollamento, in altri ha raggiunto livelli inaccettabili. Carcere di Lucca 256%, Vigevano 236%, Milano San Vittore 234%, Foggia 216%, Brescia Canton Mombello 212% Lodi al 211%, Udine al 209%,Trieste al 201%. Ricorsi contro il sovraffollamento: nel corso del 2024, i tribunali di sorveglianza italiani hanno accolto 5.837 ricorsi riconoscendo così ai detenuti di aver vissuto in carcere in condizioni inumane o degradanti. Profilo dei detenuti: gli uomini sono 40.629, le donne 2754, gli stranieri 20.116. Istituti per Minori (Ipm). Difficile e in peggioramento anche la situazione degli Istituti per minorenni e giovani adulti (per questi ultimi la tendenza è di trasferirli nelle carceri per adulti al compimento dei 18 anni). Minorenni presenti negli Ipm: 1821. L’anno scorso erano 1707, il 7% in più. Suicidi: 81. Il numero dei suicidi in carcere è inaccettabile, anche se l’anno scorso è stato inferiore rispetto al 2024, l’anno in cui si sono verificati il maggior numero di suicidi, 91. Inoltre, quattro operatori si sono tolti la vita nel corso dell’anno. Morti: 251 i reclusi che sono morti in carcere per malattia, anzianità, overdose e altre cause ancora da accertare. Altri dati: 20 episodi di autolesionismo al giorno; 3 tentativi di suicidio; 29% in più le aggressioni e le infrazioni disciplinari. Agenti di polizia penitenziaria: il numero degli agenti in servizio è insufficiente. Ne sono necessari almeno altri 2.000. Le nuove assunzioni, che pur ci sono, non coprono i posti lasciati liberi da coloro che vanno in pensione.

 

Sovraffollamento: situazione irrisolta



Sovraffollamento, una parola abusata, sminuita, quasi ridicolizzata. Se ne parla tanto, troppo. Ma non si fa nulla, soprattutto da parte del Governo che è l’unico che potrebbe realmente fare qualcosa di concreto. Il suo proposito, sbandierato più volte, è di costruire nuove carceri: un progetto che, se messo in pratica, richiederebbe almeno dieci anni. Quindi inutile nel breve periodo. Intanto i detenuti continuerebbero a crescere di numero, visto l’aumento delle leggi che prevedono carcere e solo carcere. L’unica alternativa è quella che si sgolano a gridare i Garanti dei detenuti: applicare leggi e disposizioni costituzionali che prevedono indulto, amnistia. E, soprattutto, tenere fuori delle carceri, e mandare a casa, tutte quelle persone che sono in attesa di giudizio. Lo stesso quelli che, avendo accumulato sconti di pena per buona condotta, hanno diritto alla liberazione anticipata. Ugualmente ne hanno diritto tutti quelli che soffrono di dipendenze da droghe o che sono psicologicamente disturbate. Il loro luogo di vita, almeno per un certo periodo, sono le comunità terapeutiche. Che non ci sono. Ma sono queste che devono essere costruite e fatte funzionare. Non le carceri! gda. 

Donna uccisa dagli agenti a Minneapolis, USA 

Quanto accaduto negli Stati Uniti, Minneapolis, non è un incidente di percorso, uno dei tanti. Sembra di più il frutto avvelenato di scelte ben precise, di una volontà di imporre il proprio pensiero senza preoccuparsi del rispetto che si deve a ogni persona. Una giovane donna disarmata, Renee Nicole Good, 37 anni, madre di tre figli, cittadina americana, è stata uccisa con tre colpi di pistola alla testa da un agente dell'Ice (Agenzia anti-immigrazione Usa) perché ostacolava con la sua auto il passaggio di una pattuglia, e quindi uno dei raid anti-immigrati scatenati dall’amministrazione Trump contro immigrati e stranieri non del tutto in regola con i documenti. Scelte che hanno causato già troppi dolori e tragedie familiari. Colpiscono le parole pronunciate dalla donna uccisa e da chi ha assistito all’uccisione. Le ultime parole di Renee Nicole all'agente che le ha intimato Esci dall'auto. Esci da questa fottuta auto: "Va bene, non sono arrabbiata con te. Non sono arrabbiata con te”; grida tra la folla: Vergogna. Siete dei criminali, avete appena sparato a una persona. Cresce l’indignazione di tutti i vescovi statunitensi contro questa politica repressiva. Hanno dichiarato: Mettere fine alle speculazioni piene di paura e iniziare a considerare tutte le persone come create a immagine e somiglianza di Dio.

Ri(flessioni) 1. Suicidi in carcere Primo suicidio dell’anno nelle carceri italiane: martedì 6 gennaio, festa dell’Epifania, nel carcere di Cremona si è tolto la vita, impiccandosi, un uomo di 52 anni. Avrebbe affrontato il processo in questo mese di gennaio. Era accusato dell’omicidio della compagna. Una piaga, quella dei suicidi in carcere, che continua a seminare dolore e sconforto. Ci sono momenti particolari della vita di un detenuto, o situazioni esistenziali in cui il carcere è l’ultimo luogo in cui dovrebbero stare. Ma, al di là delle parole, ci rimangono.

2. E’ questione di educazione Un brutto fatto avvenuto nel 2012: un ragazzo di 16 anni violenta una ragazzina di soli 10. Il ragazzo, nel 2016, dal Tribunale dei minori è stato condannato in via definitiva a un anno e due mesi di reclusione. Ora una sentenza del Tribunale di Treviso condanna la famiglia del ragazzo al risarcimento di 130mila euro in favore della ragazza. La motivazione: i genitori del ragazzo non lo hanno educato in modo adeguato ribadendo quindi la responsabilità dei genitori nell’educazione dei figli. Una responsabilità che i genitori dovrebbero aver ben presente, ma che troppo spesso sembra essere dimenticata. Penso che ci sia bisogno che anche i genitori siano educati, e che imparino a educare.

3. Schiacciati dal debito La Banca Mondiale ha reso noto che i Paesi più poveri, quelli meno sviluppati, sono sempre più indebitati, come in una spirale che non lascia scampo. Come non lo sono mai stati da cinquant’anni. Soprattutto i Paesi africani, come il Mozambico e il Senegal. Con le regole attuali sarà per loro impossibile riscattarsi e camminare verso un solido sviluppo e una reale autonomia. Queste disparità non favoriscono la stabilità e la convivenza nella pace tra i popoli.

4. Suicidi tra i soldati israeliani Ne abbiamo già parlato: c’è preoccupazione per i numerosi soldati che hanno partecipato alle operazioni a Gaza e che si sono poi tolti la vita. Da fonte autorevole “almeno 74 soldati sono morti suicidi a causa di disturbi mentali legati al servizio militare” dopo il 7 ottobre 2023, mentre i tentativi di suicidio ammonterebbero a 279”. La causa sarebbe la sindrome da stress post traumatico (Ptsd): è un disagio mentale che può insorgere in chi ha vissuto esperienze molto forti di inaudita violenza. Ora i familiari di queste vittime chiedono che siano considerati caduti nell’adempimento del loro dovere. Non sono solo le armi a uccidere. I frutti velenosi delle guerre sono tanti, troppi e incalcolabili. dt.

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