Quanto dolore di A.N.
Il dramma del carcere, la penuria, la miseria, gli abusi, la non considerazione. Il carcere per alcuni di noi è l’inferno in terra. I condannati all’ergastolo o a 30 anni, fanno davvero fatica: un dolore indicibile, non misurabile, si rischia di chiudersi in se stessi dimenticati nelle 20 ore chiusi in cella, rianimati solo da qualche lucina. Solo chi ha provato può capire quanto ci si può perdere in un momento così. Il gelo interiore non dà respiro, solo t’incammini verso non si sa cosa… Gli affetti diventano un peso e si vorrebbe essere soli per non avere altre sofferenze e pesi non sostenibili, l’essere ha i suoi minimi… Penso lo si possa paragonare alla notizia di un brutto, male, quelli che non ti danno scampo. Quando si danno pene pesanti, di anni, bisogna ricordarsi che, per quanto una persona possa avere sbagliato, queste diventano tortura, condanne esagerate e inumane, un atto barbaro in una società evoluta. Soprattutto l’ergastolo non ha alcun senso umano privare una persona della speranza, un reato grave il più delle volte crea un pensiero di cambiamento e pentimento umano molto profondo. Solo chi arriva così a fondo può capire cosa si prova. Nasce la necessità di reinventarsi, ripartire, dare un valore alla vita come mai prima, perché diventa unica e non più scontata. I gravi episodi di dolore hanno questo magico potere: quello di dare una visione della vita e degli affetti diversa, più profonda e ha un valore che dovrebbe essere un patrimonio dell’umanità. Per questo non bisogna mai togliere la speranza a nessun uomo: tutti abbiamo diritto di ricominciare. Le leggi vanno rispettate ed è obbligo morale del cittadino essere persona onesta e doverosa verso la società. Allo stesso tempo infliggere condanne alte, assurde è crudele, è tortura. I reclusi non possono non avere voce. Andrebbero fatte più spesso verifiche e discussioni all’interno della collettività e sulla costituzionalità di certe prese di posizione, altrimenti tutti diventano complici di un crimine contro l’umanità. Anche il peggiore dei criminali deve essere aiutato, ascoltato, seguito e posto in condizione di scontare una pena in modo più che dignitoso. Così come avviene nei Paesi più avanzati, le pene massime non devono superare i 20 anni. Per i casi più gravi si possono applicare misure particolari e anche a vita, ma non in carcere. Tutte queste attese nel riformare il codice penale non servono al progredire dell’umanità. Ci vorrebbe più impegno da parte di tutti e far rispettare i diritti.
L’opinione pubblica vuole la certezza della
pena: domandiamoci perché? Forse l’ansia di spostare il problema in un luogo
più sicuro dove non può fare male e fa stare più tranquilli? Non è la soluzione
al problema, anzi lo aggrava, oltre a essere un atto disumano. Andrebbe fatta
molta più formazione scolastica per sensibilizzare l’opinione pubblica. Chi
commette reati non deve essere uno scarto ma va aiutato. Se una società non
funziona, tutti dobbiamo chiederci perché, cosa facciamo noi per aiutare la società
a migliorare? Alcuni fenomeni criminali con l’aiuto della collettività si
potrebbero arginare e ridurre drasticamente. Si parte sempre dal dialogo, dal
confronto e dalle scuole.
- Redazione Oltre i confini - carcere di Monza. Responsabile Antonetta Carrabs
- Articolo pubblicato sull'inserto Oltre i Confini - Beyond Borders allegato a Il Cittadino di Monza e Brianza. Direttore Marco Pirola
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