La testimonianza del direttore de Il Cittadino di Monza e Brianza Marco Pirola



Avrei potuto scansare questo ennesimo impegno. Avrei potuto declinare a qualche collaboratore l’incombenza di scrivere un articolo magari strappalacrime. O forse ancora meglio scansare completamente la fatica accampando una scusa e girandomi dall’altra parte. No. Ho guardato invece quelle parole. Mi ci sono infilato da solo nell’imbuto di leggere lo scritto che uno dei ragazzi mi aveva timidamente allungato durante il nostro incontro in carcere. Io a differenza del protagonista non ne sono più uscito. Se non alla fine. Il cancello, la situazione, l’emozione di un figlio. La libertà priva e ritrovata seppur per un fugace istante. Una serie di scosse elettriche che mi hanno tenuto inchiodato a quel foglietto.

L’emozione sicuramente è la parola chiave di chi dopo 6 anni esce, anche se solamente per poche ore, da uno scatolone in cui è stato rinchiuso per tanto tempo. Ma era un sentimento scontato. Sono andato indietro nel tempo come faccio spesso. All’età che avevo che poi ora è quella del ragazzo scrivente. A quando sono nati i miei figli. Gioia immensa che a lui è stata negata per i casi della vita e della legge. E ho capito il valore di quelle parole che gridano forte e chiaro: sono pronto a tornare nel mio mondo, nel mondo di mio figlio. Ed allora la parola chiave diventa speranza. Ecco, sì, speranza di un percorso di vita assieme agli affetti più cari.

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