Il fenomeno delle ‘porte girevoli’ nelle carceri che non sono più carceri di M.G.
C’è un momento nella vita di alcuni uomini che dura soltanto tre giorni, ma che li segnerà per sempre. Dopo l’arresto, si viene condotti nella più vicina casa circondariale e spesso si finisce, prima di essere assegnati alla sezione, in transito, o in isolamento, e lì si resta fino all’udienza di conferma del fermo che in molti casi deciderà per gli arresti domiciliari. È il fenomeno delle ‘porte girevoli’ che andrebbe risolto una volta per tutte. Un interessante documento girato della casa circondariale di Lodi, a cui fa da sottofondo il commento del dott. Francesco Maisto, Magistrato di Sorveglianza fin dal 1975, ci obbliga a fare alcune riflessioni sul tema della giustizia, riflessioni che fanno nascere molte domande, alle quali non sappiamo dare risposte e che giriamo volentieri al nostro Ministro della Giustizia Carlo Nordio. Sono molti i temi su cui ragionare e tanti non sono stati trattati nei tavoli degli Stati Generali sul carcere. Gliene sottoponiamo alcuni. Il primo riguarda il numero degli ingressi in carcere registrato negli ultimi tre anni e posto in relazione alla diminuzione dei reati registrata nel medesimo periodo. Se i reati non sono aumentati, com’è dimostrato da dati recenti, pubblicati sui principali quotidiani nazionali e al contempo, la popolazione carceraria negli ultimi tre anni è cresciuta di 35.000 persone, “vuol dire che è cambiato il diritto penale o che, forse, la criminalità si sta trasformando in criminalizzazione”.
Tuttavia, Ministro, sarebbe necessario ragionare anche su una parziale riforma del Codice Penale, non soltanto sul tema relativo alle intercettazioni e alla prescrizione dei reati. C’è, infatti, anche il cogente problema di un eccesso d’ingressi, cosiddetti a ‘porta girevole’, costituito da un certo numero di persone arrestate e poi scarcerate dopo i due-tre giorni che li separano dall’udienza di convalida del fermo. Sulla custodia preventiva deve essere fatta una riforma! Glielo chiediamo con cognizione di causa perché, qualche transito delle Case Circondariali dell’industrializzato nord Italia lo abbiamo visto di persona, perché ci siamo passati. Se ancora non lo ha fatto, vada a vederli anche lei, e capirà che non c’è ragione di costringere un essere umano a vivere in quelle condizioni; nemmeno per tre giorni. A parte l’assenza di logica, alla quale il carcere ci abitua, proviamo a fare un ragionamento elementare: se un Pubblico Ministero ordina l’arresto e un Giudice, che non crediamo lo faccia per buonismo, dopo due giorni ordina la scarcerazione dell’imputato, che logica vuol trovare? L’unica spiegazione, logica e giuridica, è che non c’erano gli elementi necessari per trattenerlo, ergo, nemmeno per arrestarlo. In quei tre giorni un uomo sospettato di un reato dovrebbe trovare, in un paese civile, un luogo dignitoso che lo accolga, un buon supporto giuridico e psicologico. Dopotutto, è ancora un innocente. Invece si ritrova nello spazio peggiore del carcere, appunto il transito, che spesso è fatto di cellette super affollate, sporche, con i pavimenti ancora in cemento, le finestre che spifferano da ogni lato, i muri coperti di scritte, la televisione che trasmette solo pochi canali, il bagno vetusto, sarebbe più appropriato definirlo con il temine volgare, allagato da innumerevoli schizzi d’acqua e la turca. Dice Francesco Maisto, garante dei diritti dei detenuti: “Vogliamo poi parlare del costo di tutto questo? L’apertura del procedimento penale ha dei costi, la matricola ha dei costi, il vitto ha dei costi, la scarcerazione ha dei costi. E la funzione rieducativa che la carcerazione dovrebbe avere per Costituzione? In quei tre giorni non si può rieducare”. Certo, sì, si è data una punizione, si è messo paura, ammesso che la paura serva da deterrente, magari anche necessaria al reo, ma gli sarà servita, e cosa più importante, sarà servita alla società?
Qual è stata la ratio di quella breve carcerazione? Maisto chiude con questa profonda riflessione su ciò che a suo avviso è oggi il sistema penitenziario: “ frequento le carceri da quarant’anni ma un carcere così, com’è quello di oggi, non l’ho mai visto. Francamente è indescrivibile. Il carcere sembra essere diventato un centro di raccolta del disagio; in parte è un rifugio per disadattati, in parte un rifugio per senza tetto, in parte un ospedale psichiatrico giudiziario, in parte una comunità per tossicodipendenti (il 60% della popolazione detenuta). Il carcere non è questo, così si è snaturata la sua funzione; il carcere deve fare il carcere. Di fronte a questo carcere, che non è più tale, anche gli operatori provano un senso di disagio e hanno una reazione di estraniamento, probabilmente dovuto all’assuefazione al disagio psichico. Si estraniano perché non hanno strumenti per trasformare il carcere in ciò che dovrebbe essere: rieducazione.
Nelle carceri si sta trasportando
coattivamente il male e il malessere presenti nella società. Se poi però questo
male non lo curi, lo espelli dal carcere tale e quale rispetto a come è
entrato, forse finanche peggiorato, e lo rimetti poi in circolo nella società
quel male recherà ancora danni alla società, che lo respingerà nuovamente in
carcere, coattivamente, creando un ciclo senza fine, che però, nel frattempo,
avrà danneggiato qualcuno, irrimediabilmente. Qual è il senso di tutto questo”.
Ci associamo al pensiero del dottor Maisto e le giriamo la domanda: qual è il
senso di tutto questo Ministro Nordio?
- Redazione Oltre i confini - carcere di Monza. Responsabile Antonetta Carrabs
- Articolo pubblicato sull'inserto Oltre i Confini - Beyond Borders allegato a Il Cittadino di Monza e Brianza. Direttore Marco Pirola
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