Il divieto generalizzato del DAP (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) di Antonetta Carrabs



Le nuove disposizioni del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria DAP introducono un divieto generalizzato di accesso ai minori negli istituti penitenziari, non limitato alle sole visite di istruzione, ma esteso a qualsiasi iniziativa realizzata all’interno del carcere, incluse attività culturali, educative e spettacoli teatrali. A mio avviso si tratta di una scelta estremamente grave che va ben oltre ogni ragionevole esigenza di sicurezza e configura una chiusura totale e indiscriminata nei confronti dei minori e del mondo dell’istruzione e della cultura. Con questo provvedimento vengono cancellati percorsi educativi strutturati, negato l’accesso a iniziative culturali di alto valore formativo e si afferma che il carcere deve essere invisibile ai giovani, anziché compreso, studiato e discusso. Il carcere, per dettato costituzionale, non è solo luogo di custodia ma istituzione dello Stato con funzione rieducativa. 

Escludere i minori da ogni forma di conoscenza diretta della realtà penitenziaria significa svuotare di senso tale funzione e rinunciare alla prevenzione culturale e civile. Ancora più preoccupante è il carattere assoluto e non differenziato del divieto: non si valutano età, contesti, progetti, accompagnamento, finalità educative o culturali. Si vieta tutto. A tutti. La sicurezza non può diventare un argomento ideologico per giustificare l’isolamento culturale del carcere, né può essere perseguita sacrificando i diritti all’istruzione, alla cultura, alla conoscenza, soprattutto quando le attività vietate si sono sempre svolte in forma regolata, autorizzata e controllata. Questo provvedimento rappresenta un arretramento culturale profondo, una brutta pagina per l’amministrazione penitenziaria e per lo Stato di diritto. 

Una scelta miope che sacrifica il valore della conoscenza, della legalità e della funzione rieducativa della pena. E’ una scelta profondamente sbagliata perché va a colpire quei percorsi formativi che mirano a far comprendere ai giovani il significato della legalità, della responsabilità e della funzione rieducativa della pena, così come sancito dall’articolo 27 della Costituzione italiana. La sicurezza non può essere usata come argomento assoluto e indiscriminato per giustificare un divieto generalizzato. Colpire i minori e la scuola non rafforza la sicurezza: indebolisce la cultura democratica. 

Questo provvedimento appare ancora più inaccettabile se si considera che il carcere è parte integrante della società, non una realtà da occultare, la conoscenza diretta è uno strumento fondamentale di prevenzione, non una minaccia, i giovani hanno diritto a comprendere le istituzioni dello Stato, anche nelle loro forme più difficili e scomode. Per queste ragioni sono fermamente convinta del grave errore da parte del DAP e auspico l’apertura di un confronto con i garanti dei diritti.


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