A Signoria Vostra di R.
Per ora ho passato in carcere poco tempo e non sono sicuramente il detenuto più indicato per raccontare la realtà carceraria. Resta il fatto che in carcere a tutti spetta un compito e se mi tocca scegliere tra cucinare e scrivere scelgo scrivere. La prigione, come ogni contenitore sociale, può sollecitare diverse riflessioni. La prima riguarda noi detenuti. Per indole, o forse per l'educazione ricevuta, mi ritrovo a essere decisamente critico con me stesso e con gli altri. Quindi il mio giudizio complessivo sui i miei compagni di prigione non è di totale assoluzione. Spavalderia, violenza (più verbale che fisica) e inclemenza con chi sbaglia un comportamento, condizionano la formazione di un codice carcerario con un contenuto etico e morale non facilmente conciliabile con il codice accettato fuori dal carcere. Ma resta un fatto assolutamente incontestabile: la solidarietà e la condivisione che ho travato qui non l'ho mai riscontrata altrove. Anche chi ha poco lo divide e ci si aiuta il più possibile. Non ricordo di aver mai sentito così tanta generosità, complicità e solidarietà come qui in carcere.
Ma non voglio
soffermarmi su questo, non è il tema attuale. In questi giorni travolta dalla
spaventosa onda dei suicidi e delle ribellioni la politica sta affrontando il
tema del sovraffollamento e degli interventi necessari a migliorare la
drammatica situazione delle carceri. Tecnici e politici discuteranno di
strutture inadeguate, di finanziamenti opportuni, di carenza di personale
passando a più sofisticati discorsi attinenti allo scopo rieducativo e non
punitivo del carcere. È certo, e lo dico senza ironia, che solo persone
qualificate e competenti, in possesso di tutte le informazioni necessarie siano
titolate a decidere in proposito. Il mio contributo, per altro non spontaneo ma
ampiamente sollecitato da concellini meno apatici e meno disillusi di quanto
non lo sia io, rappresenta un banale punto di vista al di qua delle sbarre. Mi
sento di dire a chi progetterà nuove strutture che meno del dieci per cento
degli spazi richiedono importanti misure di sicurezza per il resto non serve
innalzare muri, muri e ancora muri alti otto metri, non serve filo spinato e
non servono tonnellate e su tonnellate di inferriate. Nove detenuti su dieci,
non vogliono né scappare né ribellarsi. Vorremmo solo celle un poco più grandi.
In pochi sanno che la stessa Corte Europea ha definito incivile e disumano non
garantire uno spazio in cella per singolo detenuto, di almeno di tre metri
quadri (la superficie di un ripostiglio). Ecco, il carcere di Monza non è nelle
condizioni di garantire questo. Personalmente ho vissuto la claustrofobica
esperienza con tre detenuti in una cella di mq 7.60 di superficie calpestabile.
Mi sento di dire a chi definisce le regole che è sbagliato tenere in cella 19/21 ore (osservazione) al giorno un detenuto. La sfortunata circostanza di due detenuti con caratteri incompatibili nella stessa cella, trasformano il periodo di detenzione non in una punizione, ma in un'insopportabile tortura. Sempre in tema di regole, trovo sbagliato dover far compilare richieste scritte a "Signoria Vostra" per qualsiasi cosa anche le necessità più banali. La mortificante impossibilità di ricevere semplici risposte dalle guardie si somma alla frustrazione e alla rabbia di non ricevere risposte anche in seguito a formali richieste scritte. Personalmente per quindici giorni non sono riuscito a chiamare mia moglie, nonostante fossi autorizzato. Vero che dopo tre richieste scritte a "Signoria Vostra" e innumerevoli richieste verbali alle guardie di turno mi è stato riferito che avrei dovuto compilare il modulo 421 !!! e che con quello il problema si sarebbe risolto in pochi giorni. Non sono riuscito a parlare con l'educatore (tre richieste scritte) allo scopo di svolgere attività formative. Ho inutilmente elemosinato la terza doccia nel giorno che la temperatura ha superato i quaranta gradi. Ma l'esperienza peggiore è che non abbiamo potuto completare una combattuta partita a burraco, ormai quasi finita per la non procrastinabile fine dell'ora di socialità. Sarò stato anche sfortunato, ma non mi è ancora capitata la felice esperienza di ricevere dalla "Signoria Vostra" una risposta positiva. Spero ora, almeno nel dissequestro di una piccola lampada da lettura.
Le guardie di reparto svolgono l'ingrato compito di mantenere l'ordine, far rispettare le regole, ma soprattutto il compito di filtrare e schermare ogni richiesta, a protezione dei numerosi e invisibili funzionari indisturbati nelle loro misteriose mansioni. Mi sento di dire per chi si occupa di "carenza di personale" che non servono più guardie (anzi) più educatori, maggiori in numero e disponibilità. Servono più psicologi, attenti nell'individuare i casi delicati. Servono guardie che abbiano l'investitura e la formazione per poter ricevere una richiesta e soddisfarla senza scomodare "Signoria Vostra".
Mi ritrovo ad
aver scritto poche cose, per lo più banali, capita spesso quando si prova ad
analizzare un sistema organizzativo teoricamente valido, ideato e impostato con
competenza e professionalità, che si rivela nella pratica drammaticamente
carente.
Ho chiesto
qualche informazione agli amici carcerati. Loro mi hanno riferito di una
biblioteca ben rifornita, corso di yoga, corsi di apprendimento al lavoro,
teatro, la redazione di un giornale (incalzante nel reclutamento) e altre
iniziative stimolanti e magnificamente opportune per occupare virtuosamente il
tempo in carcere. Purtroppo, come spesso succede, l'eccessiva burocrazia, la
tipica passione italiana di volerci soffocare con le regole, i moduli e le
procedure vanificano ogni sforzo concettuale.
Nel 2024 sessantasette detenuti e sette guardie si sono tolte la vita a conferma che si sta male sia di qua sia di là del "blindo". Ed è proprio in quel piccolo spazio del carcere che si concentra il bisogno. Il detenuto con le mani sulle sbarre che chiede assistenza e l'assistente che non è in grado di assistere perché non è autorizzato. Il detenuto che vuole il lavoro per mantenere il figlio vuole essere ascoltato. Il detenuto che vuole passeggiare nel corridoio per respingere un attacco claustrofobico vuole essere ascoltato. Il detenuto che si sente sprofondare giorno dopo giorno e spera solo che tutto finisca vuole essere ascoltato. Coloro che dovrebbero ascoltare non sono nelle sezioni dei detenuti. Forse sono pochi o forse gli è stato detto di far compilare domandine scritte e questionari sullo stato psicologico dei detenuti ("Ha mai pensato di togliersi la vita? -Spesso-Qualche volta-Raramente-Mai").Tanti detenuti soffrono terribilmente. Alcuni gridano il proprio disagio a squarciagola, altri lo gridano in silenzio. Occorre avvicinarsi e ascoltare.
- Redazione Oltre i confini - carcere di Monza. Responsabile Antonetta Carrabs
- Articolo pubblicato sull'inserto Oltre i Confini - Beyond Borders allegato a Il Cittadino di Monza e Brianza. Direttore Marco Pirola
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