Numero 52/25 25 dicembre 2025 Settimanale di varia umanità carceraria a cura di don Tiziano Vimercati, cappellano del carcere di Monza
Natale del Signore Natale, questione di amore
Il Natale può essere anche il mistero del rifiuto. Dice il vangelo di Giovanni, nella terza messa di oggi: Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. Da Erode ai nostri giorni non è certo una novità rifiutare Gesù. Non sempre in modo eclatante e neanche dichiarato. Oggi è l’indifferenza il modo con cui gli uomini lo rifiutano. Non si scomodano di riflettere, di confrontarsi. E’ bastata una delusione, una cattiva testimonianza di chi è cristiano, un appellarsi agli errori del passato per allontanarsi da Gesù. E alle volte niente di tutto questo: si sono semplicemente allontanati senza in realtà essere mai stati vicini. Ignorare una persona, essere indifferenti, non lascia spazio a niente, a nessun ripensamento, è come se quella persona non esistesse. Ma anche chi crede può cadere in una sostanziale indifferenza. Gesù si fa bambino affinché noi potessimo prenderlo in braccio; le nostre mani, però, sono spesso troppo impegnate. E non solo le mani, anche il cuore e la mente. Non abbiamo tempo, siamo sempre di corsa, ci sembra di avere mille indispensabili cose da fare e che se non le facciamo casca il mondo. Dove trovo il tempo per pregare? E per la messa alla domenica? Che bello sarebbe potersi fermare, andrei volentieri in qualche eremo per una settimana e lì sì che pregherei intensamente, ma non ho davvero tempo. Ma non è vero. Non è una questione di tempo, bensì di cuore e di intelligenza. Se non ci fermiamo davanti a Gesù è perché non lo amiamo abbastanza o, tutto sommato, non lo riteniamo così importante. Si è mai vista una persona veramente innamorata che non trova il tempo per la persona amata? Di tempo, in questo caso, se ne trova anche troppo e non basta mai e si fanno pure delle pazzie. Proprio come certi santi che di pazzie per il Signore ne hanno fatte tante. Non è davvero una questione di tempo perché o amiamo il Signore e allora ci fermeremo volentieri in preghiera, o non lo amiamo e anche se ci fermassimo non sapremmo cosa dire e ci annoieremmo a morte. Dio si è incarnato per noi, così come siamo, uomini che restano indifferenti, che lo rifiutano. Per questo il Natale è una festa di grande gioia e di speranza: nonostante ciò che siamo Dio continua a volerci bene, ci offre la possibilità di cambiare direzione. In fondo il Natale è Dio che scende tra gli uomini per renderci come e Lui inserirci nella sua stessa vita. Dicevano i Padri della chiesa: Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventasse Dio. Una realtà che comincia fin da adesso. Gesù è nato nella debolezza e nella povertà, ha condiviso la fragilità della condizione umana, ha subìto sulla sua pelle il rifiuto, ha scelto di essere il servo di tutti, ha dato la vita per l’umanità: questa è stata la sua vita, questa è la nostra vita, la vita del cristiano. Gesù facendosi povero e umile, ci insegna che la strada da percorrere è quella di scegliere gli ultimi, di ripartire da loro, non tanto mandando loro qualche aiuto, ma mettendoli al centro delle nostre scelte sociali e politiche, e anche religiose, e soprattutto mettendoci al loro fianco e camminando con loro. Questo è accogliere Gesù a Natale: non un vago sentimentalismo, non una poesia che commuove, neanche quello stucchevole sentirsi un po’ più buoni, almeno a Natale. E’ farsi carico del fratello, compromettersi, sporcarsi le mani, per il bene dell’altro, se occorre, vincere l’indifferenza che ci tiene gli occhi chiusi e non ci permette di vedere il dolore dei fratelli, la miseria che colpisce molti, la sordità che non ci fa sentire il grido di aiuto di molti popoli. Un maestro dell’ebraismo, un certo rabbì Shlomo diceva: Se vuoi sollevare un uomo dalla melma e dal fango, non credere di poter restare in alto, accontentandoti di stendergli una mano. Devi scendere giù pure tu nella melma e nel fango per afferrarlo con mani forti e ricondurlo a te nella luce. Così saremo tra coloro che hanno accolto e hanno ricevuto il potere di diventare figli di Dio. dtiziano
Riflessioni su di me (il coraggio della verità su se stessi)
Negli ultimi anni di vita, tanto più da quando sono in carcere, ho imparato consapevolmente a riflettere su tutti gli aspetti scomodi di me stesso, o meglio quelli che mi contraddistinguono, tutti quelli che descrivono e rappresentano i miei pregi e difetti, cadute e successi, gioie e dolori. Conosco molto bene Carlo, a distanza di 45 anni confermo di non essere affatto una persona facile da gestire, dico sempre ciò che penso senza maschere, tanto meno metto filtri, che mi venga o meno a favore sono vero, senza ma e senza se. Ho da sempre un recinto, il mio, dove posso essere a 360° me stesso, poiché all’interno ci sono tutti coloro che, non proprio tanti, ho scelto e porto sempre con me. Sono i miei familiari e
non i miei parenti, sono i miei amici e non i miei conoscenti, con loro esiste un solo comun denominatore, l’amore. Sono in grado di rendere amorevole ogni nostra giornata, questo non ha prezzo alcuno, non lo si compra, colma tutto nel quotidiano. Onestamente non desidero essere diverso da come sono, mi ritrovo nelle due versioni di me stesso, quella per tutti, e quella appena descritta. Nella prima però, ovvero la versione di me che si protegge da chiunque, un desiderio lo conserva riferito all’intera società odierna attualmente inquinata dal futile, dal materiale, dall’essere valutati e misurati dal potere e dalla ricchezza, possa ritrovare il pulito tornando a essere tutti più veri, in primis con se stessi, nel bene e nel male, anche nelle situazioni più difficile essere e non apparire sarebbe un risultato ottimale. Non trovo pertanto differenze sostanziali tra come sono e come vorrei essere; contrariamente mi sento male davvero da quando sono stato arrestato e vivo all’interno del carcere dove tutto è buio, cupo e soffocato dalla sofferenza e repressione che molto spesso sfocia in cattiveria e invidia. Soltanto io e Carlo sappiamo cosa portiamo dentro ogni giorno da quel maledetto giorno. Detesto dover indossare quel vestito di normalità apparente quando di normale non ho niente, ne vivo più nulla da quando sono in carcere. Continuo a indossare un sorriso che veste tristezza non potendo fare altrimenti. Nella rassegnazione, a volte o spesso ingiusta, che la situazione impone e mi rende inerme. Carlo.
Joyeux Noël
Un film interessante, dolce, commovente, da sembrare quasi una bella favola se non fosse che si ispira a un fatto realmente accaduto. E’ la notte di Natale del 1914. In uno spazio ristretto si trovano tre eserciti, scozzese, francese e tedesco. Complice la musica, decidono di cessare il fuoco e trascorrono insieme quella santa notte tra canti, champagne, cioccolata, una partita di calcio e la celebrazione liturgica. Aveva vinto il Natale, aveva vinto il seme di bontà che i soldati si portavano nel cuore, il bambino Gesù li aiutava a riscoprirsi uomini, prima che soldati, e a vedere nell’altro se stesso, con le stesse paure e desideri. Il prete che celebrò la funzione religiosa per gli uomini dei tre eserciti, in un duro confronto con il vescovo, suo superiore, disse: E’ stata la messa più bella della mia vita. Joyeux Noël è un film del 2005 diretto da Christian Carion.
Ri(flessioni)
1. Buona notizia 1 Nigeria. Nella notte del 21 novembre 303 ragazzi sono stati sequestrati in una scuola cattolica, la St Mary. Una cinquantina riuscirono a liberarsi quasi subito. Tutti gli altri sono tornati a casa in questi giorni. Una buona notizia, di quelle che passano inosservate. Ma per fortuna ci sono. Impariamo ad accorgerci e apprezzarle.
2. Buona notizia 2 Federico Franceschin, storico leader della Pallacanestro Trieste, ora ammalato di Sla, ha visto la sua squadra e tutto il mondo del basket stringersi attorno a lui. Insieme alla mia squadra vinco io, così ha affermato, La forza dell’amicizia è davvero straordinaria.
3. Buona notizia 3 Anche questa è una buona notizia: Dio abita in questa nostra storia. Riflessione del card. Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme. Il Natale non ci invita a fuggire dalla storia, ma a restare, a lasciarci coinvolgere, a non rimanere neutrali. Ogni gesto di riconciliazione, ogni parola che non alimenta l’odio, ogni scelta che mette al centro la dignità dell’altro diventa il luogo in cui la pace di Dio prende carne. Il Natale ci ricorda che Dio sceglie di abitare proprio questa storia. Ci invita a essere presenza di luce, di speranza e di pace, qui e ora.
4. Buona notizia 4 Alessio, un bambino di undici anni, si allontana da casa con lo scopo di racimolare qualche soldo per regalare qualcosa di bello per la sorellina. E’ successo a Napoli. Non voleva chiedere soldi al padre, anche per non pesare sul bilancio familiare. La bellezza del dono quando esprime ciò che si porta nel cuore.
5. Buona notizia 5 Don Giuseppe, 59 anni, vedovo con 2 figli, è diventato prete all’inizio di questo mese, a Pompei. “Mi sento ancora unito con (la moglie) Giusy in Dio. Lei mi è ancora accanto”. Da una grande sofferenza si è aperta una nuova via di donazione e disponibilità verso Dio e i fratelli. Con il sostegno della moglie e dei figli.
6. Tregua di Natale Almeno per giorno di Natale ci sia una tregua in ogni parte del mondo dove c’è la guerra. E’ l’appello accorato di papa Leone. Sarebbe anche questa una buona notizia ma sembra che la Russia non la concederà. Tristezza. dt.
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